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un progetto speciale di Mario Perrotta
con Sara Chiappori, Vito Mancuso, Mario Perrotta

Quale libertà
Libertà è una parola che segna con forza la nostra contemporaneità, soprattutto dopo che la pandemia ancora in corso ci ha ricordato drammaticamente il senso delle parole segregazione, isolamento, costrizione, solitudine. Oggi, dopo anni di clausure più o meno stringenti, ognuno di noi vorrebbe essere “libero”. Questo desiderio profondo e ancestrale di libertà, però, si scontra – e da sempre – con la libertà dell’altro, di chi mi sta accanto, di chi mi abita di fronte, di chi ha idee diverse dalle mie.
E allora è il momento di riparlare di libertà, di riflettere su quel passaggio delicato e fondamentale in cui la “mia” libertà diventa la “nostra” libertà.
(Mentre do corpo a questo progetto, peraltro, arriva – violenta e inattesa – la guerra nel cuore dell’Europa e rende tutto quello che vado scrivendo ancor più impellente. Il conflitto non è solo politico-economico ma anche esistenziale: uno scontro titanico tra due concezioni di libertà antitetiche).

Lo spettacolo
Da queste riflessioni è nato Libertà rampanti, primo atto del nuovo progetto teatrale (Penso che dovrei volare – 2022-24) che svilupperò attorno al concetto di libertà.
In scena sarò accompagnato dal teologo Vito Mancuso e dalla giornalista e critica di Repubblica Sara Chiappori, per un’indagine a tre voci tra letteratura, musica, teatro e filosofia: un affascinante percorso da Sofocle a Calvino, passando per le suggestioni di Sant’Agostino, Voltaire e dei grandi autori e pensatori del nostro passato, sulle tracce dei mutamenti che la parola libertà ha conosciuto nella storia della cultura occidentale.
I brani che propongo in voce e musica saranno oggetto di confronto tra Sara Chiappori e Vito Mancuso in un continuo rimando tra riflessione e teatro, per un evento speciale che si concluderà con le parole e il pensiero di Italo Calvino.
Mario Perrotta

uno spettacolo di Mario Perrotta

produzione Teatro Stabile di Bolzano, La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale

prima nazionale
Piccolo Teatro di Milano
7 – 12 gennaio 2020

con Mario Perrotta e Paola Roscioli

e con Marica Nicolai
aiuto regia Yasmin Karam
scene Mario Perrotta, Sabrina Beretta
costumi Sabrina Beretta
video artist Hermes Mangialardo
effetti speciali Laura Soprani, IMA Sfx Studios
foto Luigi Burroni
realizzazione scene Fabrizio Magara, Maria Isabel Anaya
sarta Maria Isabel Anaya
organizzazione Permar
in collaborazione con DUEL
grazie a Anna Gamberini, Diletta Guidi per l’interpretazione dei video
La Corte Ospitale, La Baracca, Piscina Comunale di Medicina

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La trilogia: In nome del padre, della madre, dei figli >

Note di drammaturgia

NONNA

Madre che possiede.

Madre che è madre perché mette al mondo. E questo basta.

Madre che sa – non potrebbe non sapere – cosa è giusto e cosa non lo è per i suoi figli. 

Madre che dovrebbe smettere di essere madre perché è tempo di fare la nonna. Ma mia figlia, no, mia figlia non la lascio andare via. Nonna che si ostina a fare la madre. Eternamente.

MADRE

Figlia che adesso è madre.

Figlia che vorrebbe andare via ma non sa come. Non vuole sapere.

Figlia che mamma non dirmi sempre cosa devo fare con mia figlia. È mia! Questa figlia è mia, non tua. Io so cosa devo fare.

Io sono la madre. E se non so, madre che gruppi di madri su WhatsApp.

Madre che ho letto su internet che si muore, di vaccini si muore. Madre che ragazze ma voi lo usate il latte vaccino?

BIMBA

Bimba che è figlia, figlia e basta.

Bimba che fai la cacca a mamma. Bimba che fai la cacca a nonna.

Bimba che adesso dormi, perché non dormi? A mamma. A nonna.

E non mangi, questo non lo mangi. Neanche quest’altro. Perché non mangi? Perché non mi mangi?

Bimba che qui, devi restare qui. Non c’è altro posto. In questo abbraccio.

Figlia che, anche se madre, devi restare qui. In questo abbraccio. E non soffocare.

Se non sai fare, stai qui a guardare. Fammi fare, la madre. Ancora. Fammi fare.

E tu guardami fare, guarda il tuo faro, impara a fare. Come la mamma, a fare.

Dopo aver indagato la figura evanescente dei padri contemporanei, il secondo capitolo della trilogia In nome del padre, della madre, dei figli sposta la lente di ingrandimento sulla figura della madre.

Una figura che, per buona parte degli italiani, ha mantenuto costante nel tempo una sorta di sacralità e onniscienza che la rende ingiudicabile, al di sopra del bene e del male, nonostante le lotte di emancipazione degli ultimi decenni per affrancare la società dal modello patriarcale.

Una visione patologica – tutta nostrana – che impedisce a una donna di dichiarare, e sanamente, la propria fragilità di fronte al compito materno, costringendola a dover esser madre “per sempre”.

Mario Perrotta

traduzione di Mario Perrotta
regia di Mario Perrotta
 
con Marco Toloni, Lorenzo Ansaloni, Mario Perrotta, Paola Roscioli, Donatella Allegro, Giovanni Dispenza, Alessandro Mor, Maria Grazia Solano
 
Spettacolo vincitore del PREMIO SPECIALE UBU 2011

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Progetto Trilogia dell’individuo sociale: vai al capitolo due I cavalieri – Aristofane cabaret >
Progetto Trilogia dell’individuo sociale: vai al capitolo tre Atto finale – Flaubert >

È nello scontro tra Alceste (il misantropo) e Oronte (l’uomo di potere) che ravviso una possibile chiave di lettura del testo. E’ lì che esplode il massimo abuso, dando segno di una società talmente malata di potere e di rapporti di interesse, da giustificare, al limite, la misantropia del protagonista, liberandolo dall’etichetta classica di “caso clinico”. Ma non solo Alceste e Oronte: tutti i rapporti tra i personaggi di questa farsa tragica sono schiacciati verso il basso dagli obblighi sociali e da un aleggiante timore della ritorsione (la denuncia, il processo, l’esclusione dalla “corte”), salvo poi deflagrare violentemente nel finale. Alceste diviene così un militante dell’etica, un “resistente” in un mondo talmente lontano dalle sue istanze da condannarlo irrimediabilmente alla sconfitta. Rapporti di potere e col potere: niente di più vicino a noi. Sembra paradossale, ma la società del Re Sole, asfittica e autoreferenziale, riguarda strettamente la nostra società globalizzata. Un’indagine sul potere, sulle sue malattie. Un’indagine sull’amore: amore che diviene impossibile quando assume, anch’esso, la smorfia terribile di un esercizio di potere.
Il Misantropo è la prima parte della Trilogia sull’individuo sociale. “Individuo sociale” è una contraddizione in termini: un’utopia, una condizione limite a cui tendere. È sufficiente l’incontro/scontro con l’altro per mettere in crisi i confini della nostra individualità – e questo lo sappiamo bene tutti. Ed è questa lacerazione tra le proprie istanze e quelle dell’altro che ci governa continuamente, nel nostro agire quotidiano e nella nostra evoluzione di razza umana. Eppure tutti vorremmo essere animali sociali, tutti vorremmo vedere il trionfo definitivo della giustizia, dell’equità e della solidarietà. Il vero guaio è che ognuno – ogni individuo – ha un concetto tutto suo di giustizia, di equità e di solidarietà. E siamo di nuovo al muro contro muro: individuo contro individuo. La trilogia verterà su tre testi: Il misantropo di Molière, I cavalieri di Aristofane, Bouvard e Pécuchet di Flaubert, tre farse violente – o grottesche tragedie – per rispondere ad un interrogativo: siamo per natura individualisti o animali sociali?


Mario Perrotta

Uno spettacolo di Mario Perrotta
 
con Mario Perrotta, Micaela Casalboni, Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Alessandro Mor, Anaïs Nicolas, Claudia Mosconi, Livio Remuzzi
 
musiche composte e registrate da Mario Arcari
 
PREMIO DELLA CRITICA 2015 alla trilogia del Progetto Ligabue
Premio UBU 2015 al Progetto Ligabue come miglior progetto artistico e organizzativo

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Come si “racconta” un colore? E un insieme di colori che compongono un quadro? e le figure e le storie che animano un quadro? Come si restituisce la bellezza assoluta di certe opere di Ligabue senza omettere, però, che era lo “scemo del paese”? Secondo movimento del Progetto Ligabue, uno spettacolo che vede coinvolti sulla scena otto interpreti per regalare voce, suono e fatica fisica al mondo interiore di Ligabue. Per trasformare in corpi danzanti e parlanti gli animali, i volti e i paesaggi del suo immaginario pittorico. Sullo sfondo l’Italia degli anni a cavallo tra la seconda guerra mondiale e il boom economico, anni in cui esplodevano i maestri del neorealismo così come i Modugno e i Celentano, mentre Antonio Ligabue dipingeva isolato in un bosco e intorno a lui si agitava un mondo contadino in bilico tra l’Ottocento e la Seicento da comprare a rate. Un focus sull’artista e il suo paesaggio interiore, alla ricerca di quel corto circuito che avvenne nella sua vita quando le linee verticali delle montagne svizzere vennero a contatto con le linee orizzontali delle pianure padane, generando nell’anima un contrasto esplosivo continuamente denunciato dal pittore nei suoi dipinti.

Uno spettacolo di Mario Perrotta
Con Mario Perrotta e Paola Roscioli
musiche originali eseguite dal vivo da Mario Arcari (oboe, clarinetto, percussioni) ed Enrico Mantovani (chitarre)

Spettacolo scelto da Radio 3 Rai per il centenario della Grande Guerra

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Progetto Grande Guerra: vai a Milite Ignoto – quindicidiciotto >

Quando nasce una guerra – dio mama – so da che parte sto. Anche se non la voglio, anche se quella guerra mi ribalta lo stomaco, comunque so da che parte sto: se sono francese, poniamo, sto con la Francia; se sono tedesco sto con la Germania; austriaco con l’Austria e se sono italiano sto con l’Italia…
E invece no. Se sono italiano, ma vivo in Trentino o nelle Venezie Giulie, può anche essere che sto con l’Austria. Anzi: sicuro che sto con l’Austria, soprattutto se questa nazione si chiama ancora Impero Austro-Ungarico e siamo nei primi anni del secolo passato.

Però, quando una guerra nasce, finisce pure. E tutti ce lo ricordiamo quand’è nata e quando è finita. Tutti lo sappiamo e lo ripetiamo, da un secolo: la guerra del ’15 -’18…
E invece no. Se sono italiano, vivo in Trentino o Venezie Giulie – che poi è austrungarìa – può anche essere che la guerra comincia prima. Anzi: sicuro che comincia prima. Soprattutto se c’ho 21 anni, massimo 40, la guerra, per me che sono italiano e sto con l’Austria, comincia nel 1914 . Però – dio benedetto – finisce come per tutti gli altri nel 1918.

E quando una guerra finisce si sa finalmente chi sono i vincitori e i vinti…
E invece no. Se sono austro-italiano, c’ho i miei 21 anni, massimo 40, ho buttato il sangue un anno in più degli altri italiani come me, può anche essere che non so se ho vinto o perso. Anzi: sicuro che non lo so, soprattutto se mio fratello era sull’altro fronte – “boia di un giuda” l’han chiamato – mia mamma e la mia donna portate di forza in un campo di concentramento da soldati austriaci come me, la nostra casa stracciata e con la porta sbracata che sembra urlare la sua disperazione, mentre io, che almeno pianger volevo davanti a questo scempio della guerra finita, mi hanno detto di stare allegro che ora siamo in Italia, che anche se non ho più niente e se ho sparato dalla parte sbagliata, ora siamo in Italia. Cristo! Anche il diritto alla disperazione m’hanno tolto che adesso, dicono, siamo in Italia, dicono.

Non so, quindi, se ho vinto o se ho perso.
So solo che gli austriaci m’hanno dato addosso perché non si fidavano di noi di lingua italiana; che gli italiani m’hanno dato addosso perché non si fidavano di noi italiani di Cecco Peppe; che Mussolini m’ha dato addosso e m’ha nascosto i miei morti all’ombra di Battisti; che io non ho voluto la maledetta guerra, che ho sparato a un nemico che non m’è nemico, che m’hanno chiamato dai campi – tempo un giorno – per andare in trincea e che nessuno m’ha risposto alla domanda: ma io, da che parte sto?

Appunti su Prima Guerra

Con questo spettacolo ho voluto indagare un pezzo di storia misconosciuto, anzi, volutamente cancellato perché, come sempre, la storia la scrivono i vincitori. E fu così anche nel 1918: si insabbiò la vicenda dei trentini e dei giuliani che combatterono onestamente come soldati austriaci di lingua italiana, per rendere trionfale la questione irredentista e la conquista di Trento e Trieste. Ma i numeri parlano chiaro: circa 100.000 arruolati di lingua italiana con l’Imperatore d’Austria e solo 1.700 irredenti che passarono a combattere con l’Italia.
Ma non è finita: perché nessuno ci ha mai raccontato che gli austriaci di lingua tedesca, appena l’Italia entrò in guerra, deportarono, nel giro di 24 ore, i loro stessi connazionali di lingua italiana – 130.000 donne, vecchi e bambini – e li ammassarono nei primi campi di concentramento della storia contemporanea, le cosiddette “Città baracche”, lasciandoli a deperire in condizioni penose per 3 anni, fino alla fine del conflitto.
E infine: tornati dai campi di concentramento, donne, vecchi e bambini sopravvissuti, scoprirono di essere diventati italiani di lingua e di fatto e scoprirono che nessuno sapeva dirgli che fine avessero fatto i loro cari mandati al fronte dagli austriaci, austriaci la cui macchina burocratica, intanto, era andata distrutta sotto i colpi della sconfitta.
E allora, donne e anziani si rimboccarono le maniche e ripartirono ancora, destinazione Monti Carpazi sull’ex fronte russo, a cercare tra le rocce un bracciale, un anello, un foglio di carta, una medaglietta, che gli permettesse di riconoscere un fratello, un marito, un figlio.
Alla storia nascosta di questi uomini dedico questo spettacolo e l’impegno mio e dei miei compagni di viaggio che hanno affrontato con passione questa messa in scena tra parole e musica.

Uno spettacolo di Mario Perrotta dai testi di Aristofane
regia di Mario Perrotta
 
con Mario Perrotta, Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Maria Grazia Solano, Giovanni Dispenza, Donatella Allegro
 
musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari e dagli attori della compagnia
 
Spettacolo vincitore del PREMIO UBU 2011

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Progetto Trilogia dell’individuo sociale: vai al capitolo uno Misantropo – Moliere >
Progetto Trilogia dell’individuo sociale: vai al capitolo tre Atto finale – Flaubert >

 
 
“Questo non è Aristofane, questo è Aristofane rovistato e scorretto. Questa è una scorrettezza continua, è una fotografia scattata a sorpresa, senza preavviso, a futticumpagnu. È un Aristofane preso a prestito, quando serve, altrimenti… bastiamo noi”.

Così comincia il mio nuovo cabaret contemporaneo. Come la televisione ci propone ogni giorno, l’agone politico – il momento più alto di una vera democrazia – ridotto a un cabaret, un avanspettacolo truce, fatto di parole vuote berciate al massimo volume, vaniloqui di chi non sa che cosa dice ma poco importa, purché risulti inascoltabile la voce dell’avversario. Complice di questo nulla spettacolare il pubblico inebetito, il popolo, che qui diventa il vero protagonista di una drammaturgia originale. Se con Molière sono stato filologicamente corretto, rispettando testo e versi alessandrini, con Aristofane sarò irriverente, lo prenderò a prestito, mantenendo intatta, però, la veemenza politica dei suoi testi, per realizzare una fotografia d’Italia il più possibile urticante, uno spaccato a sorpresa di un paese complice del potere, un paese che sfoga la sua rabbia per una situazione che, al di là delle rimostranze verbali, continua ad alimentare colpevolmente. ” La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”. Basta virare in negativo uno dei versi più noti della canzone d’autore italiana per ritrovarsi di fronte i protagonisti del dissesto sociale e morale in cui viviamo. “C’è la crisi, non si campa più con ‘sta crisi” diventa così, il tormentone dietro il quale nascondere le proprie responsabilità, il mantra italiota che ci libera tutti, l’oppio contemporaneo di un popolo mai diventato nazione. E allora saranno scintille tra contendenti, musica oscena per rime triviali, intermezzi pubblicitari, gran varietà, cavalieri e macellai, e martellanti insofferenze da condominio. Panem et circenses per tutti!

Note di regia

I Cavalieri – Aristofane cabaret è la seconda parte della Trilogia sull’individuo sociale aperta da Misantropo nel 2009. “Individuo sociale” è una contraddizione in termini: un’utopia, una condizione limite a cui tendere. E’ sufficiente l’incontro/scontro con l’altro per mettere in crisi i confini della nostra individualità – e questo lo sappiamo bene tutti. Ed è questa lacerazione tra le proprie istanze e quelle dell’altro che ci governa continuamente, nel nostro agire quotidiano e nella nostra evoluzione di razza umana. Eppure tutti vorremmo essere animali sociali, tutti vorremmo vedere il trionfo definitivo della giustizia, dell’equità e della solidarietà. Il vero guaio è che ognuno – ogni individuo – ha un concetto tutto suo di giustizia, di equità e di solidarietà. E siamo di nuovo al muro contro muro: individuo contro individuo. La trilogia verterà su tre testi: Il misantropo di Molière, I cavalieri di Aristofane, Bouvard e Pécuchet di Flaubert, tre farse violente – o grottesche tragedie – per rispondere ad un interrogativo: siamo per natura individualisti o animali sociali?

Mario Perrotta

Uno spettacolo di Mario Perrotta
da “Bouvard et Pécuchet” di Flaubert
 
regia di Mario Perrotta
con Mario Perrotta, Lorenzo Ansaloni, Paola Roscioli e Mario Arcari
 
musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari (pianoforte)
 
Spettacolo vincitore del PREMIO SPECIALE UBU 2011

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Progetto Trilogia dell’individuo sociale: vai al capitolo uno Misantropo – Moliere >
Progetto Trilogia dell’individuo sociale: vai al capitolo due I cavalieri – Aristofane cabaret >

 
 
“Se non moriva l’autore, magari la scriveva ancora ‘sta bestia di vita e ci faceva murire a tutt’e due. Invece ci tocca vivere”.

Pare proprio di sì: ci tocca vivere. Soprattutto ai due protagonisti di questo nuovo spettacolo, abbandonati lì da Flaubert che muore prima di compiere l’opera. Dal romanzo incompiuto dell’autore francese ho tratto questa profonda e ridicolissima solitudine dei due uomini che, pur essendo in due, sono soli. Due impiegati parigini che nella mia riscrittura si trasformano in due uomini del nostro tempo che, chiusi volontariamente in uno spazio non meglio identificato, tentano l’impresa impossibile: affrontare e risolvere il dolore esistenziale che li assedia studiando e indagando il web alla ricerca di soluzioni, in una vorticosa ascesa verso il ridicolo involontario. Sperimentano tutto ciò che possono per ritrovarsi, ogni volta, con un nulla in mano. E quel nulla gli ricorda continuamente la loro solitudine, la loro impotenza davanti alla vita. Mancheranno ogni occasione, compreso il suicidio, trovandosi costretti a vivere con l’unica certezza di essere soli. Soli come siamo tutti noi, in mezzo a milioni di persone, chiusi in casa per paura del vicino, per paura che possa rivolgerci la parola o chiederci un favore. Soli davanti alla vita che ci tocca di vivere.
Dopo lo scontro frontale di Misantropo tra individuo e società e dopo il disastro sociale de I Cavalieri – Aristofane cabaret, ecco l’Uomo, solo di fronte a se stesso nel titanico sforzo di esserci, più ridicolo che mai.

Chiudo così la mia trilogia, nella quale ho indagato le mie idiosincrasie e le mie paure di fronte a un modello sociale, quello occidentale, in fase “bizantina”, in caduta libera verso la sua disgregazione. E poche risposte ho trovato e molte domande nuove sono sorte da questa indagine. L’unica consolazione è che, come sempre, arriverà un nuovo “rinascimento”. Spero di esserci.

Mario Perrotta