A Castrovillari Paola Roscioli e Dalila Cozzolino con Pirandello: una partita agguerrita sull’identità, lo sguardo degli altri e la paura di stare nel mondo
“Buffoni! Buffoni! Buffoni!”. L’Enrico IV entra così, con una delle pagine più feroci di Pirandello. Con un “monologo a due” che si interrompe quasi subito; tornerà soltanto alla fine. In mezzo c’è Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, scritto e diretto da Mario Perrotta, presentato a Primavera dei Teatri.
Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, entrambe già finaliste ai Premi Ubu, costruiscono una partita agguerrita su due lati del tavolo. Una recitazione sostenuta, la loro, dai ritmi a tratti incalzanti, quasi senza respiro, che sa scivolare in momenti di ascolto reciproco. Sono sincronizzate, complici, sempre pronte a scambiarsi il centro della scena: una diventa lo specchio deformato dell’altra, il riflesso che corregge, accusa, smaschera. Gatto e topo si scambiano continuamente di posto e lo spettatore non riesce mai a stabilire con certezza chi insegua chi, chi stia conducendo il gioco e chi ne sia già prigioniera.
Un testo che ha in sé una rottura strutturale. Un copione che si spezza: le due attrici litigano, il meta-teatro entra senza preavviso, le ragioni stesse dello spettacolo vengono rimesse in discussione in scena. È il dispositivo più rischioso, e anche il più onesto, ed è dove emerge il vero soggetto del lavoro: non il parallelo social-Pirandello, che pure percorre tutta la drammaturgia, ma una donna che usa Pirandello per parlare della propria incapacità di stare nel mondo. “La mia vita è in pausa, quella vera, perché ne ho paura”.
Perrotta evita il santino e la conferenza mascherata da teatro. Le figure — Enrico IV, l’uomo dal fiore in bocca, Ciampa, il signor Moscarda — non vengono evocate con reverenza, ma convocate, interrogate, disturbate: portate a verificare se abbiano ancora qualcosa da dire, se le loro fratture siano ancora le nostre. Qualcuno, nessuno, centomila non racconta i social come la versione 2.0 dell’identità plurale, intuizione corretta ma ormai acquisita: racconta come l’ansia dello sguardo altrui, il terrore di essere definiti da una parola sola (pazzo, storto, tucano), non si è attenuata con la rete. Si è moltiplicata in un modo che Pirandello non avrebbe potuto immaginare, ma che avrebbe riconosciuto immediatamente.