Qualcuno nessuno centomila

Qualcuno nessuno centomilaPirandello in loop

La Repubblica

Due attrici un crudelissimo gioco dell’io

Il titolo (esplicito in eccesso) appena un po’ modificato dell’opera, scritta ora in tandem con Dalila Cozzolino (anche cointerprete con Paola Roscioli di questo testo a due voci) è Qualcuno nessuno centomila. Il sottotitolo, direi quasi evitabile, suona Pirandello in loop. La drammaturgia inserisce il tema della costruzione di un falso Sé montando in alterna sequenza brani di Enrico IV, del signor Moscarda in Uno, nessuno, centomila, de L’uomo dal fiore in bocca, di Ciampa ne Il berretto a sonagli.

Fuori dai riferimenti a contenuti culturali d’autori odierni insiti nella struttura dello spettacolo, prendo atto che il copione e la messinscena tendono a sostenere che già cent’anni fa, con l’autore agrigentino, s’alludeva al problema del rifiuto delle opinioni altrui, e il lavoro d’adesso trasforma le identità in persone, in confronti tra terapeuta e paziente, con slittamenti tra personaggi e attrici. Qui l’operazione assume di colpo forte senso, per le messe in crisi cui pervengono reciprocamente le due bravissime attrici in nero, la sistematica e “svuotata” Paola Roscioli e la deviante e tallonatrice Dalila Cozzolino, che nel cuore della stesura iniziata e conclusa col “buffoni!” di Enrico IV diventano dure antagoniste. Alla faccia dei profili, dei pollici, dei like, degli altri, del distrarsi dal senso della morte attaccandosi alle vite degli altri anziché al giudizio degli altri. Come la poltroncina scompagnata d’una sala d’attesa. Senz’alcun piacere. Eccolo, il traguardo contemporaneo della regia intensa di Mario Perrotta, della compagnia Permar, l’1 agosto al Terre del Vescovado Festival, itinerante nella bergamasca.

Sipario

Al Teatro Vittoria due attrici di razza, quali Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, hanno dato vita con la vertiginosa regia di Mario Perrotta (affatto neofita del Festival) ad un testo dal sapore pirandelliano titolato Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, per il quale ha curato pure la drammaturgia assieme alla Cozzolino. Solo un tavolo e due sedie sulla scena (ormai solo un vezzo visto gli alti costi delle scenografie) pure due microfoni che le due protagoniste tengono in mano, ruotando vorticisticamente a parlare della pazzia di Enrico IV che pazzo non è, fingendo di esserlo per vendicarsi del suo nemico in amore, mettendo a confronto il personaggio con tutti quei milioni di utilizzatori dei social network, lì sempre pronti a creare nuovi profili della propria immagine, perché altrettanti utenti la distorcono facendoli andare via di testa. La pazzia in Pirandello è qualcosa di raffinato, un congegno ad orologeria, in particolare quando parla di cornuti, che li fa sempre uscire di scena vittoriosi, a testa alta, per salvare il pupo che s’annida in loro, come se avessero un quoziente intellettivo superiore. Ne sa qualcosa Leone Gala de Il gioco delle parti, Martino Lori di Tutto per bene, Angelo Baldovino de Il piacere dell’onestà, vincendo la medaglia d’oro il Ciampa de Il berretto a sonagli quando manda in una clinica psichiatrica la moglie del suo principale che s’era permessa di pensare che la propria sposa potesse tradirlo. Certamente nella nostra epoca digitale, i social media amplificano enormemente il gioco dei travestimenti, generando un loop continuo di rappresentazioni del proprio io, per cui domani “non” è un altro giorno”, ma un giorno senza tempo e la rete diventa una zona franca in cui sarà possibile essere come il titolo di questo spettacolo, accolto con molti consensi e calorosi applausi del pubblico. 

L'Espresso

Quante emoji per Pirandello

Perché in teatro si avverte costantemente la necessità di riportare in scena gli autori classici? Se usati con intelligenza, i testi del passato possono aiutarci a interpretare meglio il presente e ad affrontare questioni tutt’altro che chiuse, come sembra raccontarci il nuovo spettacolo diretto da Mario Perrotta: Qualcuno nessuno Pirandello in loop, scritto dal regista leccese in collaborazione con Dalila Cozzolino (produzione Permar).


Pirandello, certo. Perrotta parte dallo scrittore siciliano per dimostrare che il grande tema dell’identità molteplice oggi è amplificato dai canali social, capaci di intaccare gli aspetti più fragili del nostro io e di costruire un’immagine falsata dallo sguardo altrui.
Lo spettacolo ha debuttato al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari, dove ogni anno si riunisce un’intera comunità teatrale per confrontarsi su spettacoli spesso ancora in forma di studio o appena nati, come in questo caso, che però contengono già delle potenzialità.


La prima cosa che balza agli occhi – per chi conosce il lavoro di Perrotta – è la sua capacità di misurarsi ogni volta con uno spettacolo completamente diverso. In scena stavolta lui non c’è. Ci sono però due attrici perfettamente calate nel gioco di realtà e finzione a cui sono chiamate: Dalila Cozzolino e Paola Roscioli.
Dopo le parole infuocate dell’Enrico IV di Pirandello («Buffoni! Buffoni! Buffoni!»), le vediamo sedute ai due lati di un tavolo, impegnate in un match teatrale sull’ansia dello sguardo altrui in questa nostra era digitale, una sorta di seduta psicanalitica in cui si mescolano frammenti di sé e tracce di personaggi pirandelliani.
Basta un commento sotto una foto postata con cura a scatenare una crisi identitaria: «Cosa ti è successo al naso? È storto». Accanto un’emoji colorata di verde: un tucano. E poi tante faccine che ridono e l’io che se ne va in frantumi.
Alla fine torna il grido iniziale: «Buffoni!». Le due donne si sfiorano, in sala cala il buio, ma resta la sensazione di aver messo il dito su una ferita collettiva.

Nonsolocinema

Mario Perrotta: Pirandello, la rete e la moltiplicazione dell’io

Il rapporto di Mario Perrotta con Luigi Pirandello ha radici antiche, e risale alla fine degli anni Novanta, quando si laurea brillantemente in Filosofia all’Università di Bologna con una tesi sull’estetica del Girgentino.


Forte di questa lunga frequentazione, il regista-autore-attore leccese porta al festival Primavera dei Teatri di Castrovillari la prima assoluta del suo ultimo lavoro, Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop: lasciato per una volta il palcoscenico si dedica alla regia e alla drammaturgia, cedendo il posto in scena a due attrici d’eccezione come Paola Roscioli e Dalila Cozzolino (che collabora anche alla drammaturgia), entrambe finaliste ai Premi Ubu nelle passate edizioni.

L’operazione che propone è affascinante quanto complessa: come lui stesso dice nelle note di regia si tratta di un ‘attraversamento’ dell’opera di Pirandello, una ‘messa al presente’ delle sue geniali intuizioni e delle sue altrettanto angosciose inquietudini. Tutto prende le mosse dall’Enrico IV, vero e proprio pamphletdel mascheramento, opera nella quale è insita la doppiezza dell’identità, nella dicotomia pazzo/sano ma anche in quella vero/falso. E proprio con il celebre «Buffoni, buffoni, buffoni» del secondo atto, recitato a due voci, prende avvio lo spettacolo (la stessa parola sarà emblematicamente anche l’ultima recitata).
Perrotta scandaglia la scissione (le scissioni?) dell’io con certosina attenzione, frantumando anche i personaggi incarnati dalle due attrici: prima En e Ri, poi Psy e Co (è evidente la destrutturazione del nome Enrico), poi ancora, fuori dalla parte, Paola e Dalila. Ma il titolo stesso funziona come moltiplicatore della moltiplicazione già attuata da Pirandello: il passaggio da Uno, nessuno e centomila a Qualcuno, nessuno, centomila sembra già di per sé la negazione di un nucleo identitario verace o originario. Il pensiero va subito all’ultimo, grande romanzo pirandelliano, del quale ricorre il centenario della pubblicazione, e il cui protagonista, Vitangelo Moscarda, attraverso la scoperta di un difetto del suo naso, che gli viene fatta notare e di cui non si era mai accorto, trae la tragica conclusione di non essere il sé unico e irripetibile che credeva di essere, ma di esistere infinitamente moltiplicato dagli «sguardi degli altri», di essere ‘plasmato’ dalle percezioni altrui, peraltro mutevoli. Questo smembramento, che in Pirandello assume la forma della profezia, cent’anni dopo si realizza concretamente attraverso le più moderne tecniche di comunicazione, che ormai si dislocano quasi esclusivamente sulla rete. In quella piattaforma la maschera centuplicata migliaia di volte è ulteriormente e infinitamente ricentuplicata. Lo comprendiamo da un dialogo/monologo tra Psy, la terapeuta, e Co, la paziente, in cui tutto viene chiaramente alla luce, a partire da un termine, «volubilità», già evocato dal protagonista dell’Enrico IV e qui incisivamente ripreso:
PSY Dove è quando essere volubile le dà spazio e tempo?
CO Online.
PSY Mi spieghi.
CO Online. Apri un profilo, vedi come ti senti quel giorno e ti proponi.
PSY Si spieghi meglio.
CO Dottoressa, io sono in pausa. In pausa da tempo. Sa quanto tempo è che ho aperto il mio primo profilo? Quindici anni. I primi tempi pensavo: piano, piano, un poco alla volta… Non è che adesso, sbramm, vomito tutta me stessa così come sono qui in rete. Con calma, un pezzetto per volta, altrimenti che dicono? Mi sembrava un forma di rispetto per gli altri naviganti che, tra l’altro, neanche la prima foto, e già lì che si fanno sentire, danno segno di sé, un like, il pollice, il pollice in su. Il primo pollice verso l’alto fu un’esplosione: c’era qualcuno a cui piacevo. Cioè la mia foto, non esattamente io, ma poi è la stessa cosa, no? […] Quel pollice. Una botta di adrenalina che pensi: se sono piaciuta così, vuoi che proprio ora rovini tutto e metto tutta me stessa, così come sono, qui in rete? Magari mantengo la linea, per rispetto di quel pollice e di chi ce l’ha messo. Magari posto qualcosa di simile, che sostenga la narrazione. E via che i pollici diventano due e poi tre e dieci e cento! […] Poi ne apri un altro, di profilo, dico. Più estetico. Perché, va bene questo profilo a mezzo tra foto e testo, ma vuoi mettere un racconto solo ad immagini? E già la cosa si fa meno controllata. Posto di qua questo, di là quest’altro, perché capisco, da subito, dottoressa, da subito capisco che sono diverse le persone che frequentano un profilo da quelle che frequentano l’altro. Cercano cose diverse…

Dunque la moltiplicazione delle maschere, attraverso i social media, aumenta esponenzialmente, come aumenta anche la loro aleatorietà: in ventiquattr’ore tutto scompare, i profili si rinnovano, si chiudono, si modificano. La realtà virtuale è estremamente più fluida della realtà ‘reale’, con i pericoli che tutto questo si porta dietro, soprattutto per chi in quest’universo ci è nato ed è inesorabilmente inserito.


Il discorso poi si ripropone anche quando le attrici escono dai propri personaggi e riprendono, almeno sulla carta, i loro veri nomi, Paola e Dalila. La discussione verte intorno alle ragioni che le hanno spinte entrambe ad aderire a questo progetto, come esplicita Paola lamentandosi con Dalila di non rispettarle:
PAOLA Il tempo. Il senso del tempo. Uno spettacolo sul senso del tempo: questo abbiamo deciso! Il tempo di questo mondo che sembra senza tempo. Un mondo in cui tutti ripetono «come non ci fosse un domani». Un mondo in cui a forza di dirlo – «come non ci fosse un domani« – questo diventa la verità. Domani non esiste! E allora, se domani non esiste, perché prendermi una responsabilità, una qualunque?
A queste parole Dalila replica che il mondo poetico e immaginifico di Pirandello assume connotati ancora più netti e precisi nell’epoca digitale:
DALILA Questo volevamo raccontare: che adesso, cent’anni dopo Pirandello, la sua intuizione è ancora più angosciante, perché c’è la rete che moltiplica a dismisura gli sguardi degli altri e la possibilità di racconti di una te lontanissima da quello che ti credi, che senti di essere, e questo peggiora l’ansia sociale che ci abita, tutti.

Insomma, un Pirandello «in loop», come recita il sottotitolo, nel quale fa capolino anche il protagonista dell’Uomo dal fiore in bocca, chiamato in causa quando si accenna alla paura di morire, allo sgomento di fronte a una fine imminente.

Le due magnifiche interpreti inquadrano e stigmatizzano il nostro tempo, senza infingimenti e con rara maestria nel loro continuo oscillare tra parole, gesti e sguardi.
Uno spettacolo denso di implicazioni, che si spande in cento (o centomila) rivoli senza perdere mai la bussola, come un congegno di precisione.

Be Beez

Autore, regista e performer, Mario Perrotta ha l’indubbio merito di non essere mai uguale a se stesso e di porsi alla ricerca di nuove fonti d’ispirazione. Dopo la Trilogia In nome del padre, della madre, dei figli Nel blu, dedicato a Domenico Modugno, lo ritroviamo in Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop in cui ricorre al drammaturgo agrigentino per ragionare sul tema dell’identità, spesso presente in questa edizione di Primavera dei Teatri.

Lo fa costruendo un’accattivante pièce a più piani, intrecciando brani dell’Enrico IV a una seduta psicanalitica. L’incipit vede due attrici (Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, anche collaboratrice alla drammaturgia) calarsi nelle battute del dramma pirandelliano in cui il protagonista, dopo una caduta da cavallo durante una rievocazione storica, ha perso il senno e si è convinto di essere l’imperatore tedesco, assecondato dai familiari. Rinsavito, ha deciso, per fuggire dall’ipocrisia della società che lo circonda, di continuare a fingersi pazzo e vivere da sovrano come mille anni fa. L’uomo dialoga con i suoi presunti cortigiani (mettendoli a parte della finzione) sul labile confine tra pazzia e verità, quest’ultima spesso costruita solo su un’affermazione ripetuta più e più volte, diventando opinione corrente.

L’azione si sposta poi nel serrato dialogo tra una terapeuta e la sua paziente, quest’ultima dipendente dai social e vittima consenziente, appunto, delle opinioni correnti, non riuscendo a star dentro al suo mondo e al suo tempo. Da 15 anni la donna posta i suoi profili, cibandosi di “like”, pollici e cuoricini, ormai soggetta al giudizio degli altri. L’esito positivo o negativo della sua giornata è subordinato a questi riscontri ma a un certo punto la parte di sé più razionale la spinge a ribellarsi e postare solo immagini di balene. La fa stare bene il fatto che nell’online ci si può permettere di essere volubili e che alla sera tutto viene dimenticato o rimosso. Al suo racconto s’intrecciano gli “a parte” dell’analista che pensa a cosa cucinare per cena piuttosto che alla palestra. C’è però un episodio che innesca uno scontro tra le due: la paziente scopre che la terapeuta visiona (e anche commenta?) i suoi profili e la spinge a confessare di attaccarsi alle vite degli altri per distrarsi ed esorcizzare il senso di morte, la paura di non saper far bene la propria parte e la precarietà della vita, a rischio di finire all’improvviso per un incidente o una malattia (e qui fa capolino L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello). A questi due piani Perrotta ne aggiunge un terzo, uno spicchio di teatro nel teatro, quando le due attrici si confrontano sull’esser riuscite o meno a sviscerare i temi che si erano proposte nell’affrontare questo lavoro.

Un testo dunque denso e intelligente, dal ritmo serrato, guidato con mano ferma dal regista e dall’ottima prova di Paola Roscioli e Dalila Cozzolino. Lo spettacolo si può vedere il 29 giugno a Legnaro (PD) nell’ambito di Scene di Paglia Festival; il 1° agosto a Pedrengo (BG) al Festival Terre del Vescovado e il 3 settembre a Maglie (LE).

Artribune

“Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop” di Roscioli-Cozzolino

Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop è una pièce a due voci, quelle di Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, che riflettono sui temi dell’identità nell’era digitale mettendo insieme pezzi di sé smarriti nella rete al centro di una seduta psicoanalitica che affonda per i giudizi degli altri.

Tocchiamo il flusso di coscienza grazie alla pregevole interpretazione delle due attrici che cuciono perfettamente su di sé i personaggi di Pirandello, rigenerandoli con maturità e delicatezza al femminile, lacerati tra teatro e vita, palco e realtà, dove solo la follia e la poesia possono sanare le fratture delle nostre liquide esistenze.

Huffington Post

Riassumere i miei tre giorni a Primavera dei Teatri, il festival dei nuovi linguaggi della scena contemporanea giunto alla sua ventiseiesima edizione e andato in scena a Castrovillari dal 26 al 31 maggio 2026, non è semplice. Ma se dovessi scegliere una parola − o meglio, un verbo − per raccontarli, probabilmente sarebbe porgere. […] Primavera dei Teatri sembra fare proprio questo, scegliendo di interrogarsi sul ruolo della cultura in un tempo segnato da guerre, polarizzazioni e crisi (personale e collettiva).

In questa prospettiva si inserisce Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop di Mario Perrotta che, con protagoniste le bravissime Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, è uno dei lavori più stimolanti visti durante il festival.

Attraverso una continua reiterazione di situazioni e punti di vista, Perrotta riporta al centro una domanda che sembra diventare ogni giorno più attuale: quanto di ciò che crediamo di essere dipende in realtà dallo sguardo degli altri? Lo spettacolo trasforma il gioco pirandelliano dell’identità in una riflessione sulle conferme e le smentite che riceviamo continuamente dal mondo esterno, sulla fragilità delle immagini che costruiamo di noi stessi e sulla loro inevitabile dipendenza dal giudizio altrui.

Globalist

A Castrovillari Paola Roscioli e Dalila Cozzolino con Pirandello: una partita agguerrita sull’identità, lo sguardo degli altri e la paura di stare nel mondo

“Buffoni! Buffoni! Buffoni!”. L’Enrico IV entra così, con una delle pagine più feroci di Pirandello. Con un “monologo a due” che si interrompe quasi subito; tornerà soltanto alla fine. In mezzo c’è Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, scritto e diretto da Mario Perrotta, presentato a Primavera dei Teatri.


Paola Roscioli e Dalila Cozzolino, entrambe già finaliste ai Premi Ubu, costruiscono una partita agguerrita su due lati del tavolo. Una recitazione sostenuta, la loro, dai ritmi a tratti incalzanti, quasi senza respiro, che sa scivolare in momenti di ascolto reciproco. Sono sincronizzate, complici, sempre pronte a scambiarsi il centro della scena: una diventa lo specchio deformato dell’altra, il riflesso che corregge, accusa, smaschera. Gatto e topo si scambiano continuamente di posto e lo spettatore non riesce mai a stabilire con certezza chi insegua chi, chi stia conducendo il gioco e chi ne sia già prigioniera.


Un testo che ha in sé una rottura strutturale. Un copione che si spezza: le due attrici litigano, il meta-teatro entra senza preavviso, le ragioni stesse dello spettacolo vengono rimesse in discussione in scena. È il dispositivo più rischioso, e anche il più onesto, ed è dove emerge il vero soggetto del lavoro: non il parallelo social-Pirandello, che pure percorre tutta la drammaturgia, ma una donna che usa Pirandello per parlare della propria incapacità di stare nel mondo. “La mia vita è in pausa, quella vera, perché ne ho paura”.


Perrotta evita il santino e la conferenza mascherata da teatro. Le figure — Enrico IV, l’uomo dal fiore in bocca, Ciampa, il signor Moscarda — non vengono evocate con reverenza, ma convocate, interrogate, disturbate: portate a verificare se abbiano ancora qualcosa da dire, se le loro fratture siano ancora le nostre. Qualcuno, nessuno, centomila non racconta i social come la versione 2.0 dell’identità plurale, intuizione corretta ma ormai acquisita: racconta come l’ansia dello sguardo altrui, il terrore di essere definiti da una parola sola (pazzo, storto, tucano), non si è attenuata con la rete. Si è moltiplicata in un modo che Pirandello non avrebbe potuto immaginare, ma che avrebbe riconosciuto immediatamente.

Un posto in prima fila

Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop: identità e frammentazione

Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop è uno degli spettacoli in scena a Primavera dei Teatri, la rassegna di teatro, danza e musica giunta alla sua XXVIesima edizione a Castrovillari.

La drammaturgia è di Mario Perrotta e Dalila Cozzolino, la regia di Mario Perrotta.
Un interesse, quello di Perrotta per Pirandello, che nasce da una passione antica e viscerale che affonda le radici nella formazione filosofica dell’autore e regista e che negli anni si è trasformato in un dialogo vivo e costante.

Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, è un’indagine teatrale intensa e attuale sul tema dell’identità.

In un continuo e agile scivolamento da un piano all’altro della narrazione, tra finzione e realtà, teatro e vita, personaggi e persone, Perrotta indaga la molteplicità delle maschere che ciascuno indossa per sopravvivere alla vita o per illudersi di sopraffarla.

Questa molteplicità di volti e maschere e di modi di essere o presentarsi agli altri, trova oggi pieno riscontro nel mondo digitale e dei social in cui è possibile essere ciò che si vuole, mostrando solo quello che vogliamo che gli altri vedano e sappiano di noi, anche se non corrisponde alla realtà.

Così, con la fluidità con cui lo sguardo passa da un volto all’altro nella folla, figure come Enrico IV, L’uomo dal fiore in bocca, Ciampa de Il berretto a sonagli, il Signor Moscarda di Uno, nessuno, centomila vengono non solo evocati, ma inseriti in un flusso di pensiero continuo e lineare che li affianca in un unico discorso sulla molteplicità dell’essere umano.

I social oggi intensificano il meccanismo del travestimento generando un loop infinito di modi di essere on line, personalità falsate non sottoposte al controllo della verità.
Cosa resta delle inquietudini di questi personaggi? Cosa resta di umano alle maschere che indossiamo sui social?

Lo spettacolo è una continua oscillazione tra dentro e fuori, realtà e finzione, verità e rappresentazione.

Paola Roscioli e Dalila Cozzolino sono bravissime e intense nel giocare con i propri personaggi abitandoli dal di dentro in un sagace gioco che, come nella migliore tradizione, si impossessa del concetto di teatro nel teatro amplificandolo attraverso le dinamiche che si svolgono in scena.

L’identità dei personaggi è fragile, frastagliata e si riverbera in una molteplicità di immagini diverse che esistono su piani e con modalità differenti.

Non si è quello che si sente di essere, ma si diventa ogni volta qualcosa di diverso a seconda del modo in cui gli altri ci vedono e ci ridefiniscono.

In questo continuo loop è inevitabile perdere se stessi e ci si confonde in un gioco in cui due attrici diventano terapista e paziente essendo allo stesso tempo due manifestazioni di Enrico IV.

Il mondo dentro di noi non trova riscontro nel mondo fuori di noi e in questo scarto sta tutta l’instabilità dell’essere umano.

Le parole e gli sguardi degli altri ci ridefiniscono e la loro reiterazione produce opinioni correnti.

Sono queste a dire di noi più di quanto noi riusciamo a dire di noi stessi. L’unico modo per sfuggire ad esse, allora, è l’essere pazzi o il fingersi tali cercando dentro se stessi di rimanere legati a ciò che pare vero.

Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop è un lavoro molto interessante che si giova dell’interpretazione intensa e appassionata di Paola Roscioli e Dalila Cozzolino e di una regia attenta e rispettosa che, per rispetto del pubblico e pur di non rischiare sbavature, sceglie la via della sottrazione in attesa della compiutezza definitiva, ma senza togliere senso allo spettacolo né gusto allo spettatore.

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