Mario Perrotta

Krapp’s Last Post

Mario Perrotta in volo “Nel blu” di Domenico Modugno Alla fine degli anni ’50 in Italia ci fu un momento di grande ottimismo, voglia di fare e soprattutto di credere, accompagnato da una grande speranza nel futuro e dalla fiducia nel fatto che tutto sarebbe andato verso il meglio.“La gente era – o sembrava – […]

Mario Perrotta in volo “Nel blu” di Domenico Modugno

Alla fine degli anni ’50 in Italia ci fu un momento di grande ottimismo, voglia di fare e soprattutto di credere, accompagnato da una grande speranza nel futuro e dalla fiducia nel fatto che tutto sarebbe andato verso il meglio.
“La gente era – o sembrava – felice, carica di futuro negli occhi”, scrive Mario Perrotta nella presentazione del suo nuovo lavoro, “Nel blu”.

Sono gli anni della Fiat 500, dell’arrivo degli elettrodomestici nelle case degli italiani, fuggiti dalle campagne verso le città in cerca di un nuovo domani.
Di quel periodo, di quel sogno a occhi aperti, di quella voglia di “volare”, certo la figura più rappresentativa è stata Domenico Modugno. Artista di talento in fuga da una Puglia povera e dimenticata, guascone e sfacciato, innamorato delle donne, dell’America e soprattutto del cinema, con un grande sogno in tasca: fare l’attore. Il fato invece lo porterà a diventare un cantante destinato, con le sue canzoni, a rimanere nella storia della musica.

Nella presentazione del suo nuovo lavoro, intitolato proprio “Nel blu”, Mario Perrotta dice di voler provare a far emergere “quella voce che le parole non riescono e non possono rappresentare”. Se consideriamo tali intenzioni, possiamo senza dubbio alcuno affermare che “Nel blu” sia un lavoro davvero riuscito. Sì, perché al termine di questo viaggio trascinante, rimangono lacerti, emozioni e riflessioni su un Modugno che forse non conoscevamo, che avevamo sempre ascoltato o visto aprire le braccia nel bianco e nero di immagini di repertorio, senza mai considerare davvero la profondità e la sensibilità di un’artista quanto mai moderno che, sotto molti punti di vista, ha anticipato i tempi, sia per la capacità di rompere col passato e guardare avanti, sia per quella di affrontare tematiche – quali ad esempio il suicidio – che nell’Italia di allora erano quanto mai lontanissime e rifiutate.

C’è anche da aggiungere che scegliere di confrontarsi con una figura come quella dell’artista salentino – e le sue famosissime canzoni – poteva rappresentare una trappola mortale, nella quale invece Perrotta non cade.
Convince anche la drammaturgia, che si muove per scarti, evitando così il rischio di sguazzare in una sorta di litania del racconto, che alla lunga si sarebbe potuta indirizzare nel già visto e sentito. Invece spesso il protagonista scarta di lato – direbbe De Gregori -, interrompe un pezzo, infrange le partiture gestuali e sa ben dosare dramma e farsa, ironia e tragedia, mostrando tutte le sue qualità istrioniche. Tra l’altro all’interno di un testo difficile, che si regge su un equilibrio fragilissimo dove basterebbe poco per cadere e interrompere così quella sorta di magia che si genera di continuo, a tratti trascinante.

Grande merito, nella riuscita dello spettacolo, ha la musica – vero pilastro drammaturgico – eseguita dal vivo dai bravissimi Vanni Crociani, Giuseppe Franchellucci e Massimo Marches che, assieme a Perrotta, rivisitano i classici dell’artista salentino senza tradirli.

Perrotta sa di avere talento – addirittura, quando nella storia fa la sua comparsa Franco Migliacci, parla con un credibile accento toscano, cosa non facile, ammettiamolo -, ma non si spinge mai troppo oltre un confine che risulterebbe eccessivo. Quando sembra stare per eccedere nelle strizzatine d’occhio al pubblico o indulgere troppo su un passaggio riuscito, subito devia e rimette il treno sui binari giusti. Fino alla standing ovation finale.