Il cielo infinito di Modugno
Con quel suo piglio di narratore consumato, che sa di cose e di ritratti, cui non fa difetto una solida vena canora (voce calda, tenuta a freno da ogni compiaciuta esuberanza) Mario Perrotta prende Domenico Modugno per le ali e lo lancia nel suo “cielo infinito”, naturalmente “dipinto di blu”, che riscrisse i margini della nostra canzonetta in quel Sanremo 1958. Fu il botto. Il “boom” era nell’aria. Ma la Dc vantava ancora un 42 per certo dell’elettorato.
Le ali che Perrotta fa vibrare, in trio con Vanni Crociani pianoforte e fisarmonica, Giuseppe Franchellucci violoncello, Massimo Marches chitarra e mandolino, sono sì poetiche (vedi la sintonia con Franco Migliacci) ma al tempo stesso plasmate da una concretezza terrigna. Ostinata. Tutto il materiale umano, ambientale, familiare, sentimentale, di chi da quel Sud povero e desolato vuole emanciparsi, appartenne a Modugno, appartiene a Perrotta. Epoche diverse ma uguali tensioni.
Si intuisce, fra una canzone è l’altra (13 i pezzi in scaletta da Amara terra mia a La donna riccia, da Lu pisci spada a Vecchio frac), fra un episodio e l’altro, un successo e una delusione (Mimmo che voleva diventare attore e non fare il cantante) tutto l’affetto che il pugliese Perrotta nutre per il suo conterraneo Modugno (da convenienze discografiche spacciato per siciliano). Il nastro ordito da Perrotta scorre sul pentagramma di una cronologia avventurosa, più privata che pubblica, dentro il cuore di tenebra di una intimità inquieta, lacerata dai dubbi. Fra Rinaldo in campo e Nel blu dipinto di blu difficile scegliere. Perrotta lo sa. L’equilibrio è una sottile linea d’ombra.
E alla fine quel Volare che resta sospeso fra le pieghe di un sogno mai domato, liquida ogni dubbio: “Avere tra le braccia tanta felicità” è una scia salutare. Coprodotto da Ert, Nel blu dal 18 al 23 marzo sarà a Milano, al Franco Parenti.