Mario Perrotta

Hystrio

Raccontare Modugno, raccontare l’Italia: la strada collettiva verso un sogno infranto Una pietra miliare nella carriera di Perrotta. Narrare di Modugno per narrare di sé stesso. Raccontare il trionfo internazionale di Volare, canzone italiana per eccellenza, per raccontare la trasformazione epocale della nostra società da semi-analfabeta e agricola in moderna e industriale. Asticella altissima quella prefissatasi […]

Raccontare Modugno, raccontare l’Italia: la strada collettiva verso un sogno infranto

Una pietra miliare nella carriera di Perrotta. Narrare di Modugno per narrare di sé stesso. Raccontare il trionfo internazionale di Volare, canzone italiana per eccellenza, per raccontare la trasformazione epocale della nostra società da semi-analfabeta e agricola in moderna e industriale. Asticella altissima quella prefissatasi da Perrotta. Sfida vinta, anzi stravinta!

 

Il monologo in realtà è un continuo dialogo tra domande e risposte, flusso di mille personaggi della cronaca e della storia italiana postbellica, di vicende pubbliche e private, colloquio ininterrotto tra l’interprete che recita e canta e un magnifico trio di musicisti che, come un basso continuo, gli offrono un accompagnamento completamente mentale o impressionista (o impressionabile) a parole. Siamo evidentemente nell’area del teatro canzone, ma la solida drammaturgia ne fa un testo complesso e compatto a tutti gli effetti, dove la biografia non è mai un racconto episodico, ma l’occasione per approfondire con ricercata e ironica malinconia l’Italia antropologica, non solo culturale, di metà anni Cinquanta.

 

Di certo fa piacere sfogliare cronologicamente l’album fotografico del “Mimmo nazionale”, e per molti spettatori, non solo di Generazione Z, costituisce ancora una vera scoperta che il suo Dna era salentino, come quello di Perrotta, e non siciliano e che quell’“etichetta sicula” fu la condanna e la fortuna nella sua carriera. Del resto non sono in molti a sapere che il motore che lo spinse via dalla terra natale fu la volontà di diventare attore, prima a Torino, poi a Bologna e Roma fino al trionfo di Sanremo nel 1958, quando la sera della gloria fu offuscata per lui da una sola ombra di tristezza: «Da stasera temo che nessuno mi chiamerà più come attore in un film!» (testimonianza che Perrotta ha raccolto insieme a molte altre dalla voce viva di Franca Gandolfi, vedova oggi over 90 del “primo cantautore”: fu il primo autore a cantare un proprio brano al Festival). Così la struttura dello spettacolo diventa la narrazione piena di aneddoti documentatissimi del racconto di un’ascesa e caduta di un’aspirazione a recitare, e di come quella parabola abbia finito per incarnare la metafora di una strada collettiva verso una possibile felicità a braccia spalancate, verso un sogno così non tornato mai più.