Il vero inno italiano
Un vero artista è colui che non ripercorre e ripropone il suo lavoro successivo nel solco del precedente ma lo rivoluziona, lo sconquassa, lo ribalta sempre mantenendo fede alla sua poetica necessaria, fondamento e radice. E non è un processo semplice cambiare rimanendo se stessi, mettere nuovi rami su un fusto solido e antico. È quello che fa annualmente Mario Perrotta che è passato dal raccontare le migrazioni italiane verso la Svizzera, i militi ignoti del Prima Guerra Mondiale, Aristofane, Moliere, il pittore Ligabue, passando per i rapporti familiari tratteggiando le figure di madre, padre e figli, fino a Calvino. Un processo personale di un artista poliedrico che ha ben chiaro il suo percorso e, spiazzando continuamente il suo pubblico, rinnova quella fiducia nell’arte che non deve mai accontentarsi, mai sedersi, mai sentirsi appagata. Nasce così, fuori dal canovaccio delle aspettative, questo “Nel Blu” (prod. Permar, Ert Teatro Nazionale, visto al Teatro Storchi di Modena) dedica e omaggio non soltanto a Domenico Modugno ma all’Italia, ai giovani, un canto a squarciagola (forse il vero e proprio inno dell’italianità nel mondo) verso la realizzazione dei propri sogni. Identificativo, in quest’ottica, il sottotitolo carico di senso e consapevolezza: “Avere tra le braccia tanta felicità”, verso estrapolato da “Dio come ti amo”. Già qualche anno fa la compagnia Berardi-Casolari mise in scena una drammaturgia che prendeva le mosse da Modugno, “lo provo a Volare”. Questo è un viaggio che parte dal Salento negli anni ‘30 e si interrompe con la mitica “Volare” a fine anni ’50. Quasi un biopic teatrale dove Perrotta ha inserito le lunghe chiacchierate-interviste con la moglie di Modugno, la signora Franca Gandolfi, ancora in vita. E potremmo lanciare nuovi parallelismi tra Perrotta e Modugno: entrambi pugliesi, entrambi salentini, il primo di Lecce il secondo di Polignano a mare, entrambi emigrati per realizzare i propri sogni, entrambi attori e con la voglia e il fuoco sacro della scena. Già perché Modugno voleva fare l’attore, e soltanto in seconda battuta il cantante, e per questo si trasferirà giovanissimo prima a Torino e poi a Bologna, facendo il cameriere e il gommista, per poi essere scelto al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Accompagnato da pianoforte, chitarra e violoncello, Perrotta ha sfoggiato una voce densa e commovente che non gli avevamo mai sentito usare. Un vero artista è colui che non ripercorre e ripropone il suo lavoro successivo nel solco del precedente ma lo rivoluziona, lo sconquassa, lo ribalta sempre mantenendo fede alla sua poetica necessaria, fondamento e radice. E non è un processo semplice cambiare rimanendo se stessi, mettere nuovi rami su un fusto solido e antico. È quello che fa annualmente Mario Perrotta che è passato dal raccontare le migrazioni italiane verso la Svizzera, i militi ignoti del Prima Guerra Mondiale, Aristofane, Moliere, il pittore Ligabue, passando per i rapporti familiari tratteggiando le figure di madre, padre e figli, fino a Calvino. Un processo personale di un artista poliedrico che ha ben chiaro il suo percorso e, spiazzando continuamente il suo pubblico, rinnova quella fiducia nell’arte che non deve mai accontentarsi, mai sedersi, mai sentirsi appagata. Nasce così, fuori dal canovaccio delle aspettative, questo “Nel Blu” (prod. Permar, Ert Teatro Nazionale, visto al Teatro Storchi di Modena) dedica e omaggio non soltanto a Domenico Modugno ma all’Italia, ai giovani, un canto a squarciagola (forse il vero e proprio inno dell’italianità nel mondo) verso la realizzazione dei propri sogni. Identificativo, in quest’ottica, il sottotitolo carico di senso e consapevolezza: “Avere tra le braccia tanta felicità”, verso estrapolato da “Dio come ti amo”. Già qualche anno fa la compagnia Berardi-Casolari mise in scena una drammaturgia che prendeva le mosse da Modugno, “lo provo a Volare”. Questo è un viaggio che parte dal Salento negli anni ‘30 e si interrompe con la mitica “Volare” a fine anni ’50. Quasi un biopic teatrale dove Perrotta ha inserito le lunghe chiacchierate-interviste con la moglie di Modugno, la signora Franca Gandolfi, ancora in vita. E potremmo lanciare nuovi parallelismi tra Perrotta e Modugno: entrambi pugliesi, entrambi salentini, il primo di Lecce il secondo di Polignano a mare, entrambi emigrati per realizzare i propri sogni, entrambi attori e con la voglia e il fuoco sacro della scena. Già perché Modugno voleva fare l’attore, e soltanto in seconda battuta il cantante, e per questo si trasferirà giovanissimo prima a Torino e poi a Bologna, facendo il cameriere e il gommista, per poi essere scelto al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Accompagnato da pianoforte, chitarra e violoncello, Perrotta ha sfoggiato una voce densa e commovente che non gli avevamo mai sentito usare. Il canto è inframezzato dai ricordi tra la prima persona e il racconto: la fame, le campagne, le donne, la famiglia, gli oliveti. “Vengo dal nulla e voglio prendere tutto” fu il suo mantra che lo spinse oltre le difficoltà oggettive, la lontananza geografica, il dialetto, l’istruzione. Un recital che ci porta nelle pieghe di una vita speciale ma sudata centimetro per centimetro, agognata, sperata ma lottata perché si possono ottenere i traguardi solo con la costanza, la perseveranza e il lavoro duro. Nessuno ti regala niente e non bisogna mai mollare il proprio daimon, la nostra voce segreta dell’anima, la propria strada, il proprio orizzonte. Il performer a tutto tondo Perrotta (che somiglia sempre più ad un mix tra Marlon Brando e J.J.J. il direttore di giornale dove lavora Peter Park, in arte Spiderman) canta, con passione, padronanza della scena e sentimento, “Amara terra mia”, “La sveglietta”, “La cicoria”, “Lu pisce spada”, “Vecchio Frac”, “Meraviglioso” fino a “Dio come ti amo” e quella “Nel blu dipinto di blu”, passata al grande pubblico nazional popolare con il titolo di “Volare” che ebbe risonanza internazionale e fu cantata da Paul McCartney come da Frank Sinatra e da altre decine di artisti di calibro mondiale. Modugno inaugurò, da vero pioniere e innovatore, un nuovo modo di scrivere lontano dai clichè dell’epoca più vicino al teatro-canzone, un nuovo modo di cantare e un nuovo modo di stare sul palco non più impomatato, lui iconicamente con le braccia aperte, il primo autore a cantare la propria canzone. Perrotta ci racconta, attraverso l’esempio della parabola avventurosa di Modugno, un’Italia che stava cambiando dal rurale alla fabbrica e stimola soprattutto gli adolescenti e le nuove generazioni a non farsi abbattere sulla strada della realizzazione interiore; uno spettacolo che è uno stimolo, una spinta a non lasciarsi andare alle difficoltà, a prendere in mano la propria vita e destino, a non lasciarsi schiacciare dalle avversità, a cercare di scavallare gli ostacoli senza deprimersi per gli insuccessi, “dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”: “Vola solo chi osa farlo” scriveva Sepulveda nella sua “La gabbianella e il gatto”. Il finale è Uno stimolante coitus interruptus, tra accenni di “Volare”(22 milioni di copie vendute nel mondo) inframezzati e subito stoppati da una drammaturgia che si fa quasi rappata e concitata, che, giustamente, ci nega il legittimo piacere di ascoltare la hit mondiale tanto agognata ma ci regala il sublime godimento di cantarla al buio in mezzo a sconosciuti, un fragore liberatorio da gol al novantesimo.