Dei figli

Dei figli

Sipario

Tutti rigorosamente in «vestaglia», agli arresti domiciliari della vita, dialogano in interminabili videochiamate con i genitori, un dialogo alla distanza esilarante e tristissimo al tempo stesso che somma debolezza a debolezza, comodità a pigrizie emotive sia da parte dei figli che dei genitori. Perrotta non dà giudizi, né fa la morale, ma presenta, espone tutto con disperante oggettività. E allora Paola Roscioli e Alessandro Mor sono i genitori di Ippolito, uscito di casa ma che dipende in tutto e per tutto da mamma e papà; Arturo Cirillo e Maria Grazia Solano sono i genitori di Melampo, lui succube della moglie, entrambi innamorati del figlio da incoraggiarlo ad andare ma al tempo stesso senza mai veramente dargli il la. Marta Pizzigallo è la sorella minore di Aurora, portavoce di una madre assente. Gaetano di Perrotta usa lo schermo per fare incontri sexi e sfoggiando una virilità fasulla consolando donne in crisi. Ma è la voce di un uomo – Saverio La Ruina – a ricordargli di un padre lontano che non ha mai accettato l’omosessualità del figlio. Perrotta costruisce una drammaturgia polifonica che dietro un’apparente oggettività brucia di dolore e di angoscia e lascia tutto e tutti un po’ impietriti. Al racconto si affianca – potente – la forma che vede gli attori in scena dialogare in presa diretta con i genitori in video: ciò che accade è che la parola e la gestualità di chi è sul palco assumono una sorta di secchezza e di ritmo che non concede sbavature perché non può che sottostare alla tirannia del girato. Ne fuoriesce un cortocircuito estetico: l’apparente realismo del racconto si scontra e si confronta con la secchezza di un dire straniato, eterodiretto. Ciò crea quel senso di empatica distanza che lascia spiazzati gli spettatori e li manda a casa con un senso di impotenza che fa riflettere. 

Tutti rigorosamente in «vestaglia», agli arresti domiciliari della vita, dialogano in interminabili videochiamate con i genitori, un dialogo alla distanza esilarante e tristissimo al tempo stesso che somma debolezza a debolezza, comodità a pigrizie emotive sia da parte dei figli che dei genitori. Perrotta non dà giudizi, né fa la morale, ma presenta, espone tutto con disperante oggettività. E allora Paola Roscioli e Alessandro Mor sono i genitori di Ippolito, uscito di casa ma che dipende in tutto e per tutto da mamma e papà; Arturo Cirillo e Maria Grazia Solano sono i genitori di Melampo, lui succube della moglie, entrambi innamorati del figlio da incoraggiarlo ad andare ma al tempo stesso senza mai veramente dargli il la. Marta Pizzigallo è la sorella minore di Aurora, portavoce di una madre assente. Gaetano di Perrotta usa lo schermo per fare incontri sexi e sfoggiando una virilità fasulla consolando donne in crisi. Ma è la voce di un uomo – Saverio La Ruina – a ricordargli di un padre lontano che non ha mai accettato l’omosessualità del figlio. Perrotta costruisce una drammaturgia polifonica che dietro un’apparente oggettività brucia di dolore e di angoscia e lascia tutto e tutti un po’ impietriti. Al racconto si affianca – potente – la forma che vede gli attori in scena dialogare in presa diretta con i genitori in video: ciò che accade è che la parola e la gestualità di chi è sul palco assumono una sorta di secchezza e di ritmo che non concede sbavature perché non può che sottostare alla tirannia del girato. Ne fuoriesce un cortocircuito estetico: l’apparente realismo del racconto si scontra e si confronta con la secchezza di un dire straniato, eterodiretto. Ciò crea quel senso di empatica distanza che lascia spiazzati gli spettatori e li manda a casa con un senso di impotenza che fa riflettere. 

Ateatro

Mario Perrotta si riconferma sperimentatore e ricercatore di forme e linguaggi del teatro sempre nuovi. Pur potendosi adagiare in precostituiti standard di successo, decide di rischiare e lo fa con successo con la trilogia Nel nome del padre, della madre, dei figli. L’ultimo tassello indaga un tema di un’attualità lacerante con comicità, brio e profonda serietà.
Il tempo è il protagonista di una pièce che ha come protagonisti le divinità: “Dei”, appunto, denominate “Figli”. Capricciosi, fragili e insistentemente complicati anche laddove tutto è semplice e una Musica leggera può far parlare un’orchestra al nostro posto! “Diventare adulti sarebbe un crescendo di violini e guai”: cita Colapesce Dimartino il testo di Mario Perrotta, che è anche regista e interprete di uno spettacolo che apre voragini nel mito, lasciando domande di una urgenza impellente.
L’atto civile è rito condiviso, con lo spettatore coinvolto in un sabato che coincide nella nostra visione con la festa del papà, sabato 19 marzo a Correggio, Teatro Asioli. Tutto intorno per le strade divampa la fiera di primavera e il paesaggio s-confina con quello descritto sulla scena, ibridato con il virtuale, demotivato dalla possibilità di attuare finalmente quella scelta che distanzierebbe ciò che separa mondo filiale da genitorialità.
Sono metaforicamente uno schermo e un telefono a legare come un cordone ombelicale. Non è un caso se Gaetano, il protagonista interpretato da Perrotta, è una sorta di mago che quel cordone non lo ha, lo ha staccato ed è capace addirittura di averlo incorporato: con il solo movimento delle mani riesce ad attivare schermi e conversare con il cugino Saverio (La Ruina). Il dramma può finire solo con un sacrificio: quello di un padre morto, quello di Gaetano. Ma anche con il sacrificio del padre di Melampo, uno dei coinquilini della casa gestita da Gaetano. È solo attraverso la morte del padre che il figlio può finalmente rendersi indipendente? Nella lettura di Perrotta pare inevitabile una routinaria esistenza priva di una via d’uscita.
A volte sembra di trovarsi dentro una sit-com amara e grottesca, in altro momenti dentro un musical dal sapore salentino e napoletano. In scena Luigi Bignone, Dalila Cozzolino e Matteo Ippolito e poi in video Arturo Cirillo, Alessandro Mor, Marta Pizzigallo, Paola Roscioli e Maria Grazia Solano; in audio il già citato Saverio La Ruina, Marica Nicolai, ancora la Roscioli e la Solano. Tutti gli attori non sembrano diretti, ma come un coro procede la recitazione con intensa ed esatta consonanza, nonostante si tratti di una operazione live solo in parte, con un grande apparato tecnico; alcuni attori recitano infatti su schermi in sincrono con la recitazione dal vivo.

“Sabato…” di Loretta Goggi è cantato dai personaggi in scena con sapore retrò ma anche con estrema caratterizzazione pop-televisivo-trash. Gaetano (Mario Perrotta) è un mix tra Freddy Mercury e Oscar Wilde (da testo), Aurora (Dalila Cozzolino) indossa solo abiti sexy e iperfemminili, Melampo (Luigi Bignone è un neocyberuomo con veste alla Neo di Matrix (come ci rivela il regista), mentre Ippolito (Matteo Ippolito) è un personaggio biblico con lunghissima tunica di lana. Le scene e le luci di Perrotta gettano ponti tra il primo e il secondo episodio della trilogia, scegliendo un minimalismo raffinato che rende agente organico in inorganico e sospensione temporale con slow motion ripetuti e ossessivamente necessari.
Che questo sia teatro ce lo rivelano fin da subito i nomi dei personaggi, che incarnano la mitologia pura e a essa si ispirano filologicamente e ne seguono le gesta, in un coevo e postapocalittico agglomerato di nevrosi narrate da Massimo Recalcati al drammaturgo durante il processo che ha visto la scrittura della trilogia.
Nell’epilogo, alcune parole che oggi ci appaiono estranee e del tutto prive di ambizione da parte di una generazione che di lotta e resistenza sembra non avere bisogno:

“We don’t need no education/ We don’t need no thought control/ No dark sarcasm in the classroom/ Teachers leave them kids alone/ Hey! Teachers! Leave them kids alone!”.

Forse è proprio la solitudine ciò di cui abbiamo davvero bisogno per diventare adulti, oggi e sempre?

Ateatro

[…] Siamo in un limbo esistenziale e generazionale nel quale si avvitano su sé stesse le diverse declinazioni di una adolescenza cronicizzata, secondo la puntuale definizione di Massimo Recalcati, consulente alla drammaturgia. Una adolescenza allargata che accomuna l’incompiutezza di tutti i personaggi in scena, anche se il più giovane è intorno ai vent’anni e il più vecchio è quasi cinquantenne. Quest’ultimo si chiama Gaetano (lo interpreta con misurata ironia Perrotta, che non si perita anche di cantare) e accoglie nella propria casa, per una pigione poco più che simbolica, dei giovani che, in cambio, devono solo raccontargli ogni sabato le loro storie personali. Gaetano è un omossessuale depresso, un dandy pantofolaio. Come i suoi inquilini, vive quasi recluso nell’appartamento e si nutre dei loro racconti perché non sa vivere liberamente la propria sessualità. Come loro, insomma, non ha saputo superare lo stato di minorità, emanciparsi dalla famiglia, diventare adulto. Arrotonda come può: le entrate e i sentimenti. Cioè compensa la propria inadeguatezza con il potenziale represso delle vite altrui. Sempre in vestaglia da camera, ogni tanto prova qualche canzone pop, si lancia perfino nella disneyana I sogni son desideri.
Pochi elementi di design arredano l’appartamento. «Una casa fluida, come le vite che vi abitano», dichiara Perrotta. Le stanze senza muri si offrono allo sguardo dello spettatore come a quello dei familiari dei tre “ragazzi” che incombono da altrettanti grandi monitor. Nelle videochiamate conosciamo la sorella di Arianna (Marta Pizzigallo) i genitori di Melampo (Arturo Cirillo e Maria Grazia Solano) e quelli di Ippolito (Paola Roscioli e Alessandro Mor). Quando non sono smorzati dal ralenti, o messi in stand by, i loro interventi registrati determinano una partitura alla quale si devono attenere gli attori dal vivo, rispondendo con precisione millimetrica ai colleghi virtuali in un fitto dialogato molto efficace. Le interpretazioni registrate sono la forza dello spettacolo (in particolare Cirillo).
Dei giovani attori in scena la più convincente è Dalila Cozzolino; rischia l’esuberanza Luigi Brignone, mentre il personaggio di Matteo Ippolito sembra in cerca di definizione. Gaetano muove i fili del teatrino domestico. Intrattiene al videotelefono donne masochiste, mogli insoddisfatte, madri in crisi. Sempre a pagamento. E periodicamente parla anche con il cugino Saverio, rimasto l’unico legame con la famiglia d’origine. È lui che gli darà la notizia della morte del padre. Quel padre che lo ha sempre rifiutato, un altro padre assente, incongruo, anacronistico, come i tanti padri fantasmatici evocati in questa trilogia di Perrotta.
Gli interlocutori hanno le voci registrate di Saverio La Ruina, Marica Nicolai, Paola Roscioli e Maria Grazia Solano. I quattro personaggi in scena si moltiplicano dunque nel corso dello spettacolo diventando tredici profili diversamente irrisolti dello stesso devastato volto della famiglia oggi. In questo senso, Dei figli (basta un accento e la preposizione diventa sostantivo, a indicare le fragili divinità che egemonizzano il sistema psicologico familiare) richiama e compendia tutte le figure e le relazioni messe in campo nel progetto. E l’adolescenza si presenta come una dimensione atemporale. Non più un’età di mezzo, una stagione (inventata) della vita, ma una condizione dello spirito, uno stato di incoscienza permanente.

Il finale resta aperto: riusciranno gli ospiti della casa a trovare la forza di uscire dallo stallo? Ritroveranno “lo splendore e l’audacia” della giovinezza o resteranno impigliati in questa rete di relazioni morbose? E Gaetano che non potrà più essere l’eterno figlio? Uscirà dal suo ruolo, comodo e marcescente, di vittima innocente e inconsolabile?
Lo spettacolo è il più ambizioso e complesso della trilogia. Amaramente comico […]

Sipario

Pare che i personaggi in scena siano quattro e invece sono tredici. Quattro reali, cinque in video, quattro in audio. I quattro reali sono dei figli di varie età, dai 20 ai 50 anni che vivono nell’appartamento in affitto del più maturo Gaetano (Mario Perrotta), cui gli altri tre contribuiscono con una quota mensile. Alle prime sembrerebbe che si siano affrancati dai genitori, vivendo quasi in comune in uno spazio privo di pareti, quasi come in quel film di Lars von Triers, Dogville (2003), occupato da quattro agili seggiolini ferrosi, simili a dei volatili lacustri, e da tre schermi su cui appaiono spesso le facce certamente non contente dei familiari, che vedono vivere i propri figli in modo strano, sentendosi disarmati e superflui. Il 38enne Ippolito (Matteo Ippolito) spirito da bohemienne, vive in quella casa da almeno 18 anni, ama le canne e la lasagna di mamma (quella di Paola Roscioli che si esprime in un milanese niente male) che gli lava e stira pure la sua roba, fa l’amore-senza-amore con Aurora (Dalila Cozzolino) ed è alla ricerca di qualcuno che gli produca un suo film scritto dopo tre anni, lasciando attonito il padre (Alessandro Mor). Il 25enne Melampo (Luigi Brignone) vuole e ottiene il monopattino da duemila euro dal colorito padre napoletano (Arturo Cirillo), che non ama gli anglismi, aspira a laurearsi in Graciologia e vuole organizzare una grande marcia al Polo Nord di cui ha tracciato il percorso, per occuparlo. La 33enne Aurora (la Cozzolino appunto) è una giovane avvocato, definita da Gaetano la “Perla mediterranea d’Oriente” e dalla sorella Luna (Marta Pizzigallo) la “Principessa sul pisello”, rampognata spesso perché non rientra a casa e perché fa sesso con un tale come Ippolito che invece che a pensare al cinema dovrebbe dedicarsi a fare video di matrimoni, compleanni, battesimi e settimane della moda. Aurora cerca di mettersi in contatto con la madre-giudice che non le risponde, vorrebbe vivere con Ippolito in un’altra casa e i litigi con la sorella vengono definiti dallo stesso Melampo quali saghe popolari buone per delle serie televisive. Infine il 53enne Gaetano di Mario Perrotta (oltre che autore e regista dello spettacolo pure curatore di luci e scene) che qui interpreta un dandy omosessuale, avvolto da un’ampia vestaglia damascata alla maniera di Oscar Wilde, colto a bere calici di vino bianco e beveroni caldi sul proscenio del Teatro assieme alla Cozzolino nei momenti di fuori scena e quando invece entra nel vivo fa sentire la sua presenza di leader del gruppo, definito dallo stesso Melampo il “profeta del nuovo mondo”, un personaggio che vive come un guru dando consigli a pagamento per telefono ai suoi deboli e indifesi clienti, soddisfatti poi di chiudere le chiamate di quei personaggi appellati come “Sofferto Torino”, “Bastapoco” o “Sospiro romano”. Le voci sul filo son quelle di Marica Nicolai, Paola Roscioli, Maria Grazia Solano, mentre più significativa, per entrare meglio nel carattere di Gaetano, è la dolce vocina del cugino Saverio (Saverio La Ruina), che gli telefona da almeno trent’anni, dandogli notizie del padre, addolorato perché ha un figlio gay e della madre che non gli parla, piange senza mai profferire verbo. Ha il cruccio di non avere un compagno fisso, esce una volta alla settimana, 52 volte l’anno per fare la spesa per tutti e sbava nei confronti di “Tatuaggio selvaggio”, un tipo che lavora al supermercato che Gaetano vorrebbe diventasse il suo terzo mondo, la sua FAO, la sua Amnesty International. Lo spettacolo di Perrotta sembra confermare che i figli rimangono sempre figli, a qualunque età e dimensione. Ciò che risalta in particolare nell’interessante e godibile spettacolo di 85 minuti, pure con alcuni brani musicali cantati e danzati dai quattro bravi protagonisti, molto applaudito alla fine dagli spettatori del Teatro Astra di Vicenza, è che i figli anche se distanti dai propri genitori tendono sempre a restare incollati a loro in qualche modo e per i motivi più disparati. «Una delle grandi mutazioni antropologiche del nostro tempo – chiarisce Massimo Recalcati consulente alla drammaturgia del testo – riguarda la cronicizzazione dell’adolescenza. Se prima la giovinezza era legata alla pubertà e si concludeva con la fine dell’adolescenza, oggi l’adolescenza non è più il riflesso psicologico della “tempesta” psicosessuale della pubertà bensì una condizione di vita perpetua che tende a cronicizzarsi». Con Dei figli si conclude così la trilogia In nome del padre, della madre, dei figli in cui Mario Perrotta con l’ausilio del Teatro ha provato “a ragionare su questa strana generazione allargata di “giovani” tra i 18 e i 45 anni che non ha intenzione di dimettersi dal ruolo di figlio. Non tutti, per fortuna, e non in ogni parte del mondo. Ma in Italia sì, e sono tanti». –

< Torna alla rassegna stampa