La voce di chi non ha voceLa vertigine teatrale di Perrotta
Molti applausi per l’attore e drammaturgo alla rassegna «Sul Naviglio»
Un personaggio minore può consapevolmente conquistare lo spazio della scena, dialogare con il suo autore e – potere del teatro – prendere la parola, affrontare il pubblico, anche se all’origine era impossibile per lui riuscire a comunicare? Così accade nel magnifico spettacolo «Come una specie di vertigine, il nano, Calvino, la libertà» di Mario Perrotta che, visto tempo fa, viene conservato in repertorio malgrado l’attore, drammaturgo e regista, sia in tournée con un’altra opera ugualmente complessa e straordinaria, «Nel blu», dedicata a Domenico Modugno.
È tra le presenze di maggior valore del nostro teatro Mario Perrotta, un felice ritorno per l’eccellente rassegna estiva «Sul Naviglio», qui nel ruolo di un ospite del Cottolengo, così come viene descritto da Calvino nel racconto, nato da un’esperienza diretta, «La giornata di uno scrutatore». Tutto lo spettacolo ruota intorno al tema dello sguardo, del saper vedere l’altro, i suoi desideri e pensieri anche quando sembra che manchi la ragione: allora è facile far scivolare l’attenzione, rendere la persona oggetto. Calvino vede quel nano e in poche righe, nel confronto con l’onorevole che era lì a controllare che tutti potessero esercitare il loro diritto al voto (certo aiutati!), ne dà una breve descrizione.
Perrotta ha i movimenti spastici, impossibili da controllare, ma solo all’inizio – e alla fine, quando termina quel tempo speciale di discorso sciolto, condiviso con i suoi compagni di camerata, Agostino in particolare interpellato più volte, solidale, commosso fino alle lacrime. Luce sul pubblico. La canzone di Jimmy Fontana, «…ho aperto gli occhi per guardare intorno a me…»: così fa il protagonista su una sorta di seggiolino girevole. Ora può raccontare di quella prigionia in un corpo disarmonico che pure domanda attenzione.
Magari da parte di Suor Antica. Erano lì raccolte indistintamente le persone con forme diverse di deficit, trattate sempre come fossero «di minore età», incapaci di autonomia, di produrre pensiero. Ma per una sorta d’incanto ecco che il personaggio di Calvino nell’opera di Perrotta può dire di sé e di tutti quegli altri intorno con una consapevolezza straziante. Ricchissimo il linguaggio, con ritmi rap, rime interne, allitterazioni: perché tanto sa, e ha assorbito, in grado anche di fare confronti letterari che sono vita per lui; struggente il confronto con Cosimo, libero tra gli alberi, l’incontro con Viola, quell’amore che è conoscenza e perdita. Un’ingiustizia radicale, dolorosissima, quei destini tanto diversi, lui che doveva aspettare Suor Antica che la mattina lo liberasse dalle bende intorno ai polsi. «È l’anima che stasera dà spettacolo, altrimenti come fate a capirmi?» interpella più volte gli spettatori questa creatura nata da poche righe di Calvino e così carica di desiderio, lui anima narrante che sa di un corpo troppo facilmente inascoltato, incompreso.
Diverse le citazioni anche da «Le città invisibili», ultima con Palomar, il bel racconto, ancora sul tema dello sguardo, di chi vuole trovare il modo giusto di passare davanti a una ragazza dal seno scoperto… Uno spettacolo di rara bellezza, intelligenza, qualità drammaturgica e attorale, una stretta al cuore quel ritorno agli inizi, il protagonista prigioniero di un corpo che si muove in modi scomposti mentre «gira, il mondo gira… nello spazio senza fine…». Richiamato più e più volte in scena Mario Perrotta per ricevere un fiume di applausi.