Mario Perrotta

La Turnàta

Teatro dell'Argine

La TurnàtaItaliani cìncali parte seconda

«L’espressività folgorante di Perrotta sulla sua sedia riempie la scena vuota di evocazioni e di una protesta che valica il tempo per raggiungere i giorni nostri, le colpe dei politici e dei governi, mentre un bambino vede per la prima volta gli ulivi.»
Franco Quadri, La Repubblica

Di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta
Interpretato e diretto da Mario Perrotta

 

 

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– Se sei emigrante la prima cosa che ti devi imparare è che nna enùta è solo nna enùta, mentre la turnàta è per sempre… – Due termini per indicare la stessa cosa: il ritorno. Ma la differenza è fondamentale. Me l’hanno spiegata con parole semplici ma inequivocabili. Nna enùta (una venuta), è nna fesseria, il tempo di guardarsi attorno veloci, senza mettere a fuoco i luoghi e le facce, per ripartire subito e dimenticare…
La turnàta, invece, è altra cosa… vuol dire che hai raggiunto l’obiettivo, ti sei sistemato, puoi mettere a fuoco, ricordare le facce e i luoghi perché ora stai per tornarci, definitivamente.
Ancora una volta loro parlano e io ascolto, registro cassette su cassette, raccolgo materiali, lettere, annoto sensazioni. Ma, soprattutto, cerco di tenere a mente gli sguardi, sono quelli che mi raccontano più di ogni parola, sono gli sguardi ciò che dovrò portare con me quando racconterò la loro storia. E ognuno ha il suo di sguardo, frutto di vicende personali e familiari, frutto delle diverse esperienze lavorative, del livello di integrazione raggiunto all’estero. Anche il luogo scelto per emigrare sembra avere un peso: c’è un sguardo da Belgio, uno da Germania, uno da Svizzera, ma, soprattutto, c’è uno sguardo da enùta e uno da turnàta. Chi è rimasto e chi è tornato. Due categorie distinte e di facile comprensione.
E alla fine degli anni sessanta molte erano le “venute”, magari anche con la macchina – …ché chi partiva in treno, tornava in macchina, sennò che tornava a fare…- magari con una macchina nuova multiaccessoriata – …versione Sport, pelliccia sui sedili, volante in pelle e doppia marmitta che tuona, per dare un sentimento di potenza a chi ti guarda…-, magari anche con la moglie bionda, biondissima, anche lei superaccessoriata – …ché chi partiva scapolo, tornava con la femmina, sennò che ci era andato a fare…- ma sempre di “venute” si trattava, per poi ripartire e dimenticare.
Le turnàte invece erano poche ed erano un’avventura.
Chiudere una vita passata all’estero in un camion – armadio, letti, corredo, servizi di piatti, pentole, quadri, foto, lettere, lettere di licenziamento, di assunzione, passaporto, visti sul passaporto, conto in banca, cassa malattia, visite mediche alla frontiera, viaggi in treno, compagni di viaggio, amici, nemici, mangianastri, mangiadischi, dischi italiani, ricordi, belli, brutti, la Germania, il Belgio, la Svizzera, cìncali, umiliazioni, riscatti, la prima macchina, la seconda… – e guardarlo partire quel camion. E poi accendere la macchina e seguirlo. Passare la frontiera. Arrivare sino a Bologna dove finisce l’autostrada. Arrivare nel Salento dove finisce l’asfalto. Arrivare a casa dove finisce tutto. Allora vuole dire che ti sei sistemato…
Da Zurigo a Lecce i chilometri sono 1400. Un’avventura. Soprattutto se non hai un camion; soprattutto se non hai armadio, letti, corredo, servizi di piatti, pentole… soprattutto se la turnàta la fai non perché ti sei sistemato ma perché – …gli svizzeri ti hanno fottuto! -; soprattutto se in macchina ci sono un nonno morto, un sindacalista e un bambino che ha vissuto cinque anni murato in una stanza. Un’avventura.