Odissea

Teatro dell'Argine

Odissea

«Un’opera che immerge il mito nelle mitologie dei nostri giorni e prova a penetrare sentimenti e rabbie odierne attraverso il respiro dell’epopea omerica. Perrotta conferma il suo virtuosismo di solista polifonico, capace di sedurre lo spettatore e di divertirlo»
Massimo Marino, Hystrio

Il Sole 24 Ore

Odissea calata nel nero del mare

Narratore di spicco, già protagonista di due fortunati spettacoli – Italiani, Cìncali! e La turnata – sull’emigrazione in Belgio e in Svizzera dei nostri lavoratori negli anni Cinquanta, Mario Perrotta coraggiosamente prova a cambiare strada: nell’Odissea è ancora solo alla ribalta, ma la sua scelta espressiva sembra trascendere la narrazione vera e propria per orientarsi a una più ampia forma di monologo, mentre il taglio “civile” lascia il posto a un’inquieta vena introspettiva. Anche l’abbigliamento povero, dismesso è sostituito da un’incongrua giacchetta da artista di varietà. In questa variazione sul tema, dell’Ulisse classico resta ben poco, qualche rimando allusivo, qualche episodio sottratto al suo contesto e calato nel clima del Sud pettegolo e invadente dei nostri giorni. La vicenda è vista infatti con gli occhi di Telemaco, il figlio che scruta le onde pensando a quel genitore partito per chissà dove, lasciandolo alle prese con le maldicenze del paese e con una madre che non vuole più uscire di casa: e le sue avventure marine sono evocate come le fantasie di un ragazzo che si aggrappa a sogni eroici per colmare il vuoto dell’assenza paterna. Il testo, che deve ancora trovare la giusta fluidità, svela guizzi di forte tensione poetica: il racconto – bellissimo – dell’incontro col Ciclope, che è il momento più vicino al poema omerico, e poi la figura di Antonio, il pescatore ritenuto dalla gente un pò demente, che offre al ragazzo la risorsa delle sue infinite storie: il gesto con cui egli sguscia le cozze e le restituisce al mare per nutrirlo ha un che di solenne e ancestrale. Più in generale, prende qui risalto tutto ciò che riguarda proprio il mare, entità oscura e imprevedibile, forse la vera presenza centrale dello spettacolo. Ma il nucleo vivo della vicenda resta comunque il nodo di insanabile dolore che caratterizza l’identità di quel figlio cresciuto senza padre: un viluppo di sentimenti complessi, che gli impone di sostenere in pubblico le mirabolanti prodezze dell’uomo, e di esprimere dentro di sé un rancore sordo nei suoi confronti. Perrotta mette in questi umori l’eco di uno strazio profondo, forse non privo di richiami a un vissuto personale: torna anche qui, in ogni caso, quel tema della lontananza – da casa, dagli affetti – che era anche la nota dominante dei due lavori sull’emigrazione. E proprio in questo senso l’attore pugliese è bravo a cogliere l’occasione per un’evidente crescita interpretativa, più ancora che drammaturgica: la parlata della sua terra, a contatto con l’antica materia mitica, si arrichisce di inedite sfumature, e la recitazione trae vigore dal confronto con le musiche originali – di sapore vagamente etnico – eseguite in scena da Mario Arcari e Maurizio Pellizzari. Ho visto lo spettacolo in una palestra di Carpaneto piacentino, davanti al solito pubblico attento a partecipe che rende ancora più emozionanti le serate teatrali fuori dai circuiti urbani.

La Repubblica - Tutto Milano

Perrotta

Allora non era un cantastorie che rivanga cronache del passato ma, com’era facile intuire, un vero creatore o reinventore di testi, il geniale Mario Perrotta di “Italiani Cincali”.
Rieccolo infatti in scena tutto solo, con una giacca colorata da bullo di varietà, misurarsi addirittura con l’Odissea, dandoci la propria versione di quella omerica, trasferito su un’immaginaria spiaggia delle natìe Puglie, nella parte di Telemaco, col quale condivide l’assenza e la nostalgia per il padre perso nei mari, snocciolando i suggerimenti di un amico pescatore un po’ fuori di testa, a sua volta di fantasia.
E sull’ala delle belle musiche di Mario Arcari risuscita e rivive le avventure del vagabondo eroe, partendo dal gustosissimo incontro col Ciclope, vissuto come un nostro contemporaneo nel suo bizzarro inseguire avventure per terre e mari, in preda a un’angoscia che non smette mai di denunciare né di divertire.

Corriere della Sera

Bella Odissea pugliese per Perrotta

Una giacchetta da artista di varietà, il viso coperto di biacca, Mario Perrotta fa vivere “Odissea” in un’epicità divenuta quotidianità nel racconto popolare, contrappuntato dalle musiche originali eseguite dai bravi Mario Arcari e Maurizio Pellizzari. Una storia di abbandono e di mare scritta con una bella inventiva drammaturgica in un linguaggio che unisce il dialetto pugliese a venature di lontana classicità, a un parlare quotidiano. Ulisse è un padre che non torna in un paese del sud: la madre aspetta, il figlio, il narratore, aspetta anche lui. E’ un Telemaco disperato, arrabbaiato e stanco di soffrire per chi li ha dimenticati, consolato solo dalle strabilianti storie di Antonio delle cozze, il matto. Con bravura, recitando, cantando Perrotta intreccia alla vita di paese il bisogno di padre e di riscatto di questo Telemaco del Salento che non cessa di scrutare l’orizzonte del mare “che è così enorme perché contiene le storie di tutti quelli che lo hanno attraversato” e porta echi di Ciclopi e di Sirene, di Calipso e di naufragi. Un affabulare che è scavo nei sentimenti contraddittori di un ragazzo cresciuto senza padre che intrappola nell’immaginario la rabbia di una privazione che lo porta a sognare di un padre eroe impedito dal fato, piuttosto che di un uomo che ha rinunciato. Da vedere.

La Repubblica - Milano

Odissea salentina tra rabbia e mito

[…] Con un deciso scarto rispetto agli spettacoli precedenti Mario Perrotta abbndona il teatro di narrazione per avventurarsi tra le insidie e le bellezze del poema omerico. La sua Odissea diventa così la storia di un Telemaco furibondo con il padre sparito dalla circolazione, amato, rimpianto e infine odiato in quanto eroe capace di cavarsela in ogni mitica circostanza ma così debole da non reggere la responsabilità di una famiglia […]
Perrotta dà vita vita a uno spettacolo rigoglioso e multiforme: racconta, balla, canta, inveisce, costruisce visioni, gioca con le parole e i loro anagrammi, inventa rime baciate, cita con garbo Petrolini e Nino Taranto per una compattissima ora di teatro puro.

Corriere della Sera - Milano

Telemaco incontra Petrolini – una surreale Odissea nella forma del teatro-canzone

In Italiani Cincali era un postino pugliese che a suo modo teneva vivi i legami tra chi era emigrato verso il lavoro in miniera in Belgio e chi era rimasto nella propria terra. In La Turnata era un bambino, figlio di lavoratori stagionali in Svizzera, protagonista di un lungo viaggio da Zurigo a lecce per riportare in Italia la salma del nonno morto.
In Odissea, lavoro prodotto dal bolognese Teatro dell’Argine, la musica cambia radicalmente. E non solo perché il bravissimo Mario Perrotta imbocca la strada di un inedita forma di teatro-canzone, ma anche perché il tema del racconto questa volta si fa epico e introspettivo. Perrotta è un Telemaco del Salento che va in cerca del padre portato lontano dalla guerra e dal mare. (…) Telemaco vuole conoscere la sorte di questo padre assente, idealizzato come un eroe ma anche rimpianto nella vita di tutti i giorni. Nell’impresa lo aiuterà un vecchio misterioso e un po’ mago, che passa il tempo su una spiaggia a pulire cozze e sa interrogare il mare in tempesta.
Prenderanno così forma Ciclopi che commerciano in organi umani e Circi che gestiscono discoteche a luci rosse, mentre lui, truccato come un attore di varietà di second’ordine, s’inerpica in vertiginosi non-sense alla Petrolini, ammicca al pubblico, racconta e canta diviso tra la rabbia e lo struggimento per questo padre tanto amato quanto sconosciuto.

l'Unità

Enia e Perrotta cantori del teatro presente

Per un antico mattatore ancora sulla cresta dell’onda (Albertazzi), giovani mattatori emergono: Davide Enia e Mario Perrotta, al loro giro di boa, dopo spettacoli che li hanno resi volti noti e amati al pubblico. Perrotta, dopo l’epopea dei suoi minatori (Italiani Cìncali! e La tùrnata), approda all’epica con un’Odissea picaresca, che ha inaugurato la stagione dell’Itc, il teatro di San Lazzaro a Bologna. Sullo sfondo, ancora, del suo Salento dove anima un giovane Telemaco pugliese in cerca di padre. Quell’Ulisse partito tanto tempo fa, lasciando la madre che vive reclusa a casa. Un uomo di cui si favoleggiano il fascino e gesta da leggenda, ma che non ha mai conosciuto suo figlio. Mario/Telemaco ne ricuce un profilo alterno e dissonante, fra slanci di orgoglio e rigurgiti di rifiuto, racconti di mare che sanno di sale, visioni da luna park e l’orlo sonoro che gli ricamano intorno le musiche originali eseguite dal vivo da Mario Arcari e Maurizio Pellizzari. È un affresco bizzarro dove Perrotta si smarca abilmente da un passato recente di narratore sulla seggiola, per riconquistare lo spazio e il senso del corpo. Ma anche una dimensione diversamente teatrale, surreale persino, piena di echi, ancora nebulosa sulla nuova direzione da scegliere. È un’Odissea dove resta forte l’ancora della nostalgia per le radici familiari e si fa avanti timido un istinto per altre drammaturgie, magari anche musicali, però già si riconosce il tratto che lo riscatta da spettacolo di transizione e ne fa segnale premonitore di altre vie, altri romanzi di vita. Conferma, invece, le sue origini di narratore scelto, Davide Enia, il quale, dopo una pausa di riflessione, torna nei suoi luoghi preferiti …..

Il Corriere della Sera - Bologna

L’Odissea grottesca nei mari del sud

L’«Odissea» di Mario Perrotta ha per protagonista un mare vasto, pauroso. Un figlio cerca il padre, disperso in avventure sulle acque. Egli lo guarda soltanto, lo specchio liquido; ne ascolta i racconti attraverso la voce del mago narratore. Il poema omerico viene indossato dalla rabbia esibizionista di un ragazzo di un paesino maldicente del Sud. Si sfoga mettendosi in scena, vagheggiando, amando, odiando quel genitore, ripercorrendone l’incontro con ciclopi che commerciano organi umani e Circi che incantano vendendo sesso. Tra le atmosfere musicali evocative di Mario Arcari e Maurizio Pellizzari, Perrotta conferma il suo virtuosismo di solista polifonico, capace di sedurre lo spettatore e divertirlo.

Hystrio

Un padre perso nel mare

Dopo un lungo percorso di studi estivi, l’Odissea di Mario Perrotta trova la sua forma definitiva. L’attore indossa il personaggio di un Telemaco di un paesino del Sud, del suo Salento, in cerca del padre portato lontano dalla guerra e dal mare. I piani del racconto si moltiplicano, in un’opera che immerge il mito nelle mitologie dei nostri giorni e prova a penetrare sentimenti e rabbie odierne attraverso il respiro dell’epopea omerica, intrecciandosi con atmosfere musicali che ora incalzano gli eventi, ora li distanziano, ora creano ulteriori piani di fuga e di struggimento. Il protagonista apprende le avventure del padre da un vecchio, Antonio delle cozze, che sa come interrogare il mare in tempesta e farlo parlare. I vagabondaggi marini di Ulisse sono echi portati dalle onde, di lotte contro ciclopi che commerciano in organi umani o di Circi che gestiscono discoteche a luci rosse. Telemaco, truccato come un Renato Zero di periferia, affronta i paesani malevoli e maldicenti nei confronti della madre. Alla fascinazione e al rimpianto per il genitore assente subentra l’ironia nei confronti di un uomo che non trova mai la strada per tornare a casa, la rabbia contro il paese pettegolo, con toni caricati quanto mai efficaci e, nel fondo, disarmati. La conclusione sarà sconsolata, in uno spettacolo in cui la narrazione diventa qualcosa di più intimo: una riflesso di avventure vagheggiate e odiate all’interno di un’anima giovane, fragile, speranzosa , delusa; un tentativo di ricostruire, con parole, suoni, atti, immaginazioni, un mondo freddo, ostile, inospitale.

Messaggero Veneto

Odissea dall’altra parte

La storia vista dal figlio privo del padre

Si è messo in ghingheri Telemaco, per raccontare la sua odissea di figlio cresciuto senza padre: pantaloni grigi, camicia cilestrina con pizzi e merletti, giacchettina a righe di lamé e neri risvolti da smoking, un filo di biacca sul volto, due righe di rimmel sugli occhi e un pò di rossetto sulle labbra, da cantastorie, o da sgangherato intrattenitore di un polveroso varietà. Poco importa se il mare che gli tiene lontano il padre non è quello di Itaca, ma quello quasi di fronte al Salento, e a narragli le storie avventurose non è il cieco Omero ma il silenzioso Antonio che nutre e tiene buono il mare con le cozze, e Telemaco non è precisamente il giovanotto greco, ma un figlio del nostro sud oggi o di qualche anno fa, che come tanti il padre lo ha goduto poco o nulla.
La storia di solitudine e abbandono, l’ altra faccia di Odissea, quella che riflette e registra le sofferenze di un figlio senza padre, è in fondo la stessa, ed è quella che racconta Mario Perrotta nel suo ultimo spettacolo, Odissea, appunto, ispirato al poema antico e dal quale ha mutato alcuni episodi a dire la grandezza, l’ eroicità di un padre assente trasfigurato nei sogni di un bimbo. L’attaccamento del gigante Polifemo, la lotta con Scilla e Cariddi, le sirene incantatrici, la maga Circe… tutte storie da contrapporre, lui bambino, a chi gli rinfaccia di non avere un padre. Storie fascinose da esibire nei giochi con i compagni, o davanti alla gente che passando sotto casa addita con malignità le persiane chiuse della stanza di sua madre, Penelope donna Speranza. E’ un misto di rabbia e di dolore, di tracotanza e avvilimento quello che lo muove contro le chiacchiere della gente e i sorrisi maliziosi dei coetanei. Solo con il vecchio imperturbabile Antonio, in riva al mare, trova la pace per una speranza sempre disattesa e sempre più labile nel ritorno del genitore. Partito per la guerra e mai più tornato.
E’ quindi bello e terribile al tempo stesso immaginarlo vagabondare come l’eroe omerico per i mari, piuttosto che pensarlo in chissà quali altre più banali avventure, magari di povero emigrato o di semplice imboscato. E’ un racconto, quello di questo Telemaco salentino, che si consuma in un’alternanza di toni e ritmi che ne tradiscono le contraddittorie pulsioni interiori, le inesauste incerte battaglie tra speranza e disillusioni. Il modello antico serve allora a rispettare, pur nel dolore di un’ assenza ormai patologica, una condizione di inferiorità e di vuoto che nel racconto di Perrotta si fa narrazione epica, trama per una prova d’attore a trecento sessanta gradi: dal culto della tradizione popolare alla canzonetta da varietà. Modelli espressivi nei quali si consuma la consapevolezza sempre più amare e dolorosa di una ferita mai più rimarginabile e della quale chiede disperatamente conto al padre, con una sequela di “perché” senza risposta che cambiano tragicamente la prospettiva dell’essere Ulisse: non più molla alla conoscenza, ma grido di un cuore in piena che rivendica la sua giusta parte d’ amore.
E’ una bella serata quella che Perrotta, con la sua cangiante e vigorosa prova di accattivante e coinvolgente narra-attore, regala al pubblico, grazie anche al supporto musicale dal vivo, curato da Mario Arcari all’oboe e alle percussioni e da Maurizio Pellizzari alla chitarra, che, attingendo a sonorità e melodie della tradizione meridionale ma anche da quella colta (struggente la versione de La vergine degli angeli da la forza del destino di Verdi per il racconto di Polifemo), amplifica e valorizza gli snodi narrativi e le molteplici sfumature di una narrazione che è fiume in piena, mare in tempesta. Calorosi e meritati gli applausi del pubblico del Bon di Colugna, dove lo spettacolo è stato presentato nell’ambito delle stagioni dell’Ert.

Scanner.it

Odissea

Scordatevi l’ultimo Ronconi. Dimenticate le navi, i Proci, Itaca, le sirene. L’Odissea di Mario Perrotta (che ha debuttato all’ITC di San Lazzaro che l’ha prodotto) prosegue la ricerca cominciata con “Italiani cincali” e portata avanti con “La turnata”. Un viaggio, non poteva questa volta stare seduto sulla seggiola impagliata d’ordinanza da monologhista, che non è piacere, non è volontà, ma costrizione, missione divina, baluardo popolare. La condizione dell’eroe, Ulisse, proprio perché grandissimo fuori dalle mura domestiche, lascia dietro e dentro di sé, negli affetti più cari, voragini ed abissi di mancanze ed assenze. E Telemaco-Perrotta, il testo è in parte autobiografico, squarcia il muro di gomma del silenzio, apre il baratro dei ricordi, mette in piazza, in uno show nello show d’avanspettacolo, i panni sporchi che nessuno ha lavato. Il moderno figlio di Ulisse, immerso in un’atmosfera fiabesca di tanto in tanto stracciata da lampi urticanti di realismo, gigioneggia in un cabaret pelvico e triste, pare Celentano ballando e molleggiandosi, tra marcette e ritmi da allegra parata (al clarinetto Mario Arcari, alla chitarra Maurizio Pellizzari, mentre in estate nelle repliche studio di Bassano del Grappa, Massa e Roma c’erano stati i Tete de bois), con l’esile scudo della faccia bianca da clown abbandonato di cipria, rincorrendo in filastrocche canterine, in rime baciate il linguaggio onomatopeico della musica. Perrotta (sarà il 9 dicembre a Radicondoli), ancora magnifico e sicuramente cresciuto in un testo complesso a più sfaccettature metaforiche, ora è un Pulcinella amaro, adesso Petrolini, ora seguace da disco della “Febbre del sabato sera” adombrato in un cunto visionario, da “Bar sotto il mare” di Benni, miscelando il mitologico, il biografico, il sociale. E la musicalità dolce di consonanze come onde viene levigata dalla violenza del dialetto che sa di sale e sabbia, di carene umide, d’alghe filamentose e cozze ruvide da aprire come scrigni. Un sogno trasognato e opaco, un’Atlandide sprofondata nella memoria e tornata a galla rugginosa e muffita, velato di una patina in bianco e nero nostalgico, dolorosa senza pianto, dove si animano figure concrete ed esseri che stazionano sul limite del sovrannaturale. L’“Antò delle cozze”, omerico, come Mosè, ferma il Mare, che prosciuga i bagnanti delle loro storie, ad un passo da uno tsunami di forza travolgente in un muro verticale d’acqua imbonendolo al di là di una linea di demarcazione, Romolo e Remo, imboccandolo di “mitili e non militi”. E la madre, penelopiana, vedova in nero ad aspettare dietro le imposte chiuse, simbolo d’omertà atavica, è l’epifania della sconfitta che ha ferito Telemaco.

Libertà

Perrotta, canto dell’Ulisse che non c’è. Intensa interpretazione con musiche di Arcari e Pellizzari

CARPANETO – Dopo l’odissea degli emigrati italiani all’estero, ecco l’Odissea del mito greco, dove versi omerici e dialetto leccese si fondono e confondono, dove Itaca diventa un paesino chiuso del Salento, dove Penelope è una donna reclusa in casa assediata non dai Proci ma dai mormorii della gente, e dove Ulisse non c’è. E’ un’Odissea senza eroi, solo con una ferita. E’ una Odissea dove non si viaggia, ma si sta fermi, immobili, chiusi come le cozze che il mare non sa aprire. Questa è l’Odissea vista dalla parte di Telemaco, giovane abbandonato, figlio dimenticato. Questa è l’Odissea di Mario Perrotta, portata in scena l’altra sera a Carpaneto, per la stagione di prosa del Teatro Verdi di Fiorenzuola diretta da Paola Pedrazzini, che per l’ennesimo anno consecutivo ha reso la stagione intercomunale (nella “rete” di cultura anche i Comuni di Podenzano e Carpaneto). Perrotta non è un volto nuovo per il pubblico della stagione di prosa di Fiorenzuola: negli anni passati ha proposto La turnata, sulla tragica vicenda dei migranti in Svizzera (con un bimbo clandestino nascosto all’interno di quattro mura, che finalmente può tornare nella sua terra, bella perché sempre sognata e immaginata) e Italiani, cincali! sulla vicenda dei migranti in Belgio (mandati a lavorare nel buio delle miniere, e finiti schiacciati, come nella tragedia di Marcinelle). In quei due spettacoli Perrotta era solo in scena, con la sua sedia, gli occhi negli occhi del pubblico, un racconto che sembrava un fiume, nato da decine e decine di ore di interviste con i migranti che aveva incontrato da piccolo quando viaggiava in treno solo, dal sud al nord Italia, per raggiungere il suo papà. Nell’Odissea (lo spettacolo che ha appena debuttato a Bologna, prodotto dal Teatro dell’Argine) Perrotta non è più lui: entra in scena truccato, vestito con una consunta giacca da varietà. E’ trasformato. Questa volta non racconta, ma diventa un personaggio a tutto tondo, un Telemaco contemporaneo, tormentato, percorso da tante emozioni, attraversato dalla rabbia di un adolescente che odia il padre assente (anzi, neppure può odiarlo perché non c’è) oppure dall’orgoglio ingenuo di un bimbo che parla con un amico e gli narra eroismi di un padre mai conosciuto. Il corpo di Perrotta viene attraversato dal dolore della ferita dell’assenza, dalla sensualità dell’erotismo dell’isola della Maga Circe, dalla curiosità di un bambino verso Antonio delle Cozze che per tutti è lo scemo del paese, e che per lui è l’uomo che sa parlare al mare. E che al mare gli dà da mangiare. Telemaco è l’adolescente che urla alla mamma reclusa in casa, per scuoterla; è il giovanotto che scende sulla pubblica piazza, e con fare strafottente interpella e provoca la gente, sbattendo in faccia a tutti il suo dramma. Qui Perrotta usa il linguaggio irriverente dell’avanspettacolo con una scelta non banale e riuscita. Ma tutte le emozioni da cui Telemaco è scosso, i personaggi che incontra o con cui si scontra, è come se spingessero per uscire fuori da quel corpo unico di un attore pur straordinario. Perrotta è formidabile nel far parlare persino il mare. Nel dare corpo e voce ai personaggi della sua Odissea. Nel fondere parole e musica (eseguita dal vivo dai bravissimi Mario Arcari e Maurizio Pellizzari). Ebbene, il prossimo passaggio – necessario – è che il viaggio non lo faccia solo, ma che entri in relazione con altri attori. Il talento di Perrotta non è certo solamente per la narrazione. Perrotta è un artista a tutto tondo, è regista, compositore, drammaturgo: sa bene come creare la fascinazione del teatro. Con questo spettacolo lo ha dimostrato. Ora non gli resta che continuare il viaggio.

Il Gazzettino

Odissea del guascone salentino

La fantasia dell’orfano Telemaco che si inventa un padre eroe

Spesso frainteso come esponente dell’ultima ondata del teatro della narrazione, Mario Perrotta è in realtà attore a pieno titolo, che ama calarsi in personaggi definiti e adottare la mentalità, la parola e il punto di vista, come accadeva con il tenero postino dell’ assolo sull’ emigrazione italiana in Belgio “Cincalì1”. Doti di interprete versatili che ora, con maggiore evidenza, sono messe al servizio dell’ultimo lavoro,”Odissea” (visto al Teatro “Bon”di Colugna), come a marcare una continuità e insieme la svolta per nuovi percorsi.
Qui Perrotta, anche autore del testo, è un esuberante giovanotto del Sud, che compare in scena con il viso da clownpaisà imbiancato di biacca, la giacca da guappo di paese e un arsenale di gesti sbruffoni con cui provoca il pubblico, aggredisce chi capita a tiro, si esibisce anche in numeri da avanspettacolo, assecondato dalla bella musica dal vivo di Mario Arcari e Maurizio Pellizzari. Ma poi il fatto che abbia una madre, donna Speranza, sepolta in casa a fare e disfare la stessa tela, trovi momenti di verità solo davanti al mare, con il silenzio Antonio pulitore di cozze, e soprattutto si chiami Telemaco, come il figlio di Ulisse, svela che quella è solo la grottesca mascherata di un’anima da escluso, incrinato da sorde lacerazioni e infatti segnato dall’ assenza e dalla nostalgia di un padre forse mai raggiungibile. E occorre arrivare al quadro finale, con Telemaco che sfuma lentamente sul fondo, schiena al pubblico, per cogliere la nuova atmosfera di questa prova nel nocciolo di un intimo dolore dell’ esistere, lontano anni luce dalla denuncia indignata che a tratti lampeggia nei precedenti lavori.
Per il resto, questa “Odissea” soffre ancora di una eccessiva esteriorizzazione e di un intreccio drammaturgico non sempre motivato tra la realtà e il mito, lo spettacolo d’ambiente di un felice guascone salentino e la leggenda omerica, serbatoio di episodi su cui il figlio “orfano” ricama di fantasia e si inventa a distanza e per compensazione un padre eroe, da sbattere in faccia ai coetanei di famiglia più fortunata. E dunque ancora qualche calibratura nei toni e un maggiore controllo della generosità recitative e può venirne fuori un ritratto umano di tragicomica solitudine, metafora, anche, della condizione di “perdita” che tutti prima o poi ci accomuna, e non solo davanti al Mediterraneo.

Differenza.org

Dalla parte di chi attende. Con gli occhi di Telemaco il racconto omerico di Mario Perrotta

Nell’Odissea di Mario Perrotta siamo fermi, in una terra di fronte al mare. I viaggi dell’eroe assente vengono raccontati da un vecchio pescatore dall’aura di mago, di quelli che sanno ascoltare la voce delle onde, che guardano l’orizzonte e sanno come placare le tempeste. Si chiama Antonio delle cozze; a lui ricorre, in segreto, il protagonista per avere notizie del padre perso in viaggi e avventure per terre lontane. Questa volta Mario Perrotta non racconta una storia di lavoro, sfruttamento e morte come in Italiani cìncali, o di emigrazione e ritorno come ne La turnàta. Si concentra sui sentimenti ambivalenti di un figlio nei confronti di un padre che attraversa ramingo il mondo e i suoi disastri. Accende il fuoco sulla nostalgia, sul desiderio di quella figura assente, sull’ammirazione per il grande eroe e poi sulla delusione perchè non sa ritrovare la strada di casa. Spettacolo forse più difficile, più intimo dei precedenti, accompagnato come quelli dalla musica, tutto giocato sulla capacità di narratore, ma soprattutto di attore che non mette in scena se stesso, ma che si analizza, si sogna, si guarda attraverso un personaggio. Il nostro Telemaco del Salento vive in un paesino. E l’assenza, la lontananza di Ulisse È oggetto di maldicenze e dileggi, nellÌambiente pettegolo. Per questo lui gioca a provocare: si veste con una luccicante giacca pop, si bistra gli occhi come quel Renato Zero o quel David Bowie che tanto scandalo suscitarono. Un Renato Zero di periferia. E qualche volta la storia del padre la racconta con l’acido ritmo provocante del varietà, tra un rullo di tamburo e un couplet di rabbia, contro quelli che criticano la madre, chiamandola Donna Speranza. Lui lo ammira quel padre, ora, lo difende, ricorda che non voleva andare a farla quella guerra, che fece il pazzo per non partire e indossò la divisa solo quando davanti all’aratro con cui arava la spiaggia posero lui, il nostro Telemaco, appena un infante. L’attore questa volta non si limita a esser simpatico: ferito cerca di ferire. E poi, ancora, torna sul mare, a spiare, ad ascoltare Antonio delle cozze che gli racconta le altre avventure, la lotta contro un ciclope che forse commercia in organi umani, le mille sirene, i molti venti. Con il dubbio che non siano altro che favole, scuse, sempre più forte, sempre più certo, fino a quella scena con Circe, una discoteca, le donne in vendita e gli uomini che si trasformano – qualcuno dice per magia, qualcuno non ci crede – in maiali. E allora lo capisce, finalmente: non ha bisogno di un padre che non riesce a trovare la forza, la voglia, di riprendere la strada di casa, per incontralo. L’ha difeso, nelle liti con gli amici, dai paesani, forse dalla stessa madre. Ora lo odia. Quel genitore che forse una notte È passato sotto la finestra di casa ed è andato via, a scrivere il nome della madre, speranza, sull’acqua. Questa Odissea, cullata, esaltata, ringhiata, È nata a poco a poco, attraverso studi, che hanno precisato man mano la materia, la hanno asciugata portando l’attore a semplificare gli episodi del poema di Omero, a sfumare i riferimenti all’attualità, ad andare più dentro nell’osservazione del personaggio, della sua intimità. Dopo una prima versione letta al leggio, con le musiche dei Tètes de Bois, presentata al Festival Bella Ciao di Ascanio Celestini, al debutto all’Itc di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna è diventata una vera e propria azione teatrale, incentrata sulle grandi capacità affabulatorie, istrioniche di Perrotta. L’attore qui si dimostra più che mai interprete di contrasti e sfumature, accompagnato dalle musiche di Mario Arcari, eseguite con Maurizio Pellizzari, atmosfere che sospendono, completano, contrastano il racconto. Ci trasporta, con le immagini create dalle parole, lungo le strade del viaggio del padre e nei sentieri più bui di quell’altro parallelo percorso interiore del protagonista, che dovrà raggiungere la consapevolezza che il padre forse è morto per lui, e il dolore si può colmare solo trovando se stessi. Magari di fronte al mare.

Lospettatore.it

Dalla parte di Telemaco

Moby Dick con Albertazzi, l’Odissea di Mario Perrotta, Molly Sweneey con Umberto Orsini e Valentina Sperlì

Ritrova ancora una volta tutta la sua voce e tutta la sua energia Mario Perrotta in Odissea, sperttacolo che prosegue sulle vie della narrazione passando però dalla fase del neorealismo a quella del grande sceneggiato televisivo:nessun rimpianti per gli emigranti salentini visti nelle due parti di Italiani Cincali, ma nuove e diverse storie di viaggi, vagabondaggi e migrazioni per mare. E’ la storia di Ulisse rivissuta con gli occhi di Telemaco, forte e rabbioso, roso dall’attesa, combattuto tra la voglia di dimenticare il padre lontano e il bisogno di conoscerlo, l’orgoglio del mito paterno e l’invidia per chi un padre ce l’ha, anche se non è un eroe. (Un lavoro che farà bene anche ai Cincali un po’ sofferenti di deriva didattica forse a causa di qualche logorio dopo le tante repliche: perchè non di contenuti e valori civili, ma soprattutto di musica e voce si nutre il teatro di Perrotta). Con lui sul palco, per l’Odissea, Mario Arcari e Maurizio Pellizzari, discreti e puntuali con l’ironia delle loro musiche. Dietro le quinte Paola Roscioli ha i gradi di aiuto regista, ma c’è da sospettare che il suo ruolo sia stato ben più pesante.

Giudiziouniversale.it

Omero in Salento

(recensione su studio estivo)

Se con i recenti Italiani cincali! e La turnata Mario Perrotta (Lecce, 1970) si è confrontato con il tema del viaggio, raccontando dei migranti salentini in Belgio e Svizzera, non sorprende che oggi abbia deciso di affrontare il mito di Ulisse, attraverso una personale interpretazione dell’Odissea omerica presentata in forma di studio all’interno del circuito dei festival estivi. Si tratta di una sorta di reading, con tanto di leggio, di una drammaturgia che si arricchirà – a detta dello stesso interprete – di elementi fisico-visivi nella versione definitiva prevista per la tournée invernale, a cominciare da un maggiore impiego delle risorse espressive del corpo dell’attore, qui costretto ad una sostanziale immobilità per la scelta di una forma espositiva quasi oratoria. Accompagnato in occasione dello studio estivo dalle musiche suonate dal vivo dai Têtes de Bois, Perrotta ripercorre le vicende di Odisseo attraverso la prospettiva del figlio Telemaco. L’epos omerico è però sottoposto ad un processo di attualizzazione con l’intento di istituire rimandi ed interferenze tra mito e cronaca come nel caso dell’episodio di Circe, in cui si dileggiano le manie sessuali di una società – quella contemporanea – che nell’eros cerca l’oblio ed il riscatto dalle frustrazioni del negotium quotidiano. La narrazione è ambientata in un iper-realistico Salento, abitato da personaggi-macchiette dai tratti popolareggianti e fantastici, come nel caso dell’Antonio “delle cozze” che, seduto di fronte al mare, come un novello rapsodo racconta a Telemaco le avventure di suo padre. Più che alla tradizione omerica, tuttavia, la caratterizzazione di Ulisse sembra ispirarsi all’interpretazione dantesca (non a caso l’eroe non tornerà alla propria famiglia) ed incarnare, quindi, l’ansia umana di conoscenza. Ma si tratta di una bramosia di sapere che agli occhi di Telemaco corrisponde ad un inspiegabile abbandono: è un rapporto, quello tra il padre ed il figlio, che si consuma tra la nostalgia per un genitore mai conosciuto ed il rancore per un’assenza che comporta sradicamento e disidentità. E qui la materia omerica si sostanzia ed invera attraverso un’eco autobiografica nel ricordo del proprio padre emigrato a Bergamo, come lo stesso performer raccontava in Italiani cincali!. Similmente ai suoi più recenti spettacoli, anche l’ultimo lavoro di Perrotta si inserisce nel solco del cosiddetto teatro di narrazione: tuttavia, rispetto al consueto schema del narratore che affabula in prima persona, senza mai trasfondersi in quell’altro da sé che è il personaggio, Perrotta demanda l’enunciazione scenica ad una dramatis persona d’invenzione, presentandosi dunque – secondo i classici meccanismi del teatro di rappresentazione – come mediatore tra una fabula ed un pubblico in quanto “attore narrante”. Il modello della narrazione, per di più, si arricchisce in quest’ultima pièce di soluzioni ispirate alla tradizione dell’avanspettacolo primo-Novecento, nel gioco dialettico di provocazioni e punzecchiature tra la scena e la sala e nella scrittura imperniata su un incalzante affastellamento di giochi di parole e qui pro quo verbali, attraverso rime ed assonanze scandite da marcette da café chantant, che sottintendono e perseguono un virtuosismo esibizionistico capace sempre di coniugare l’impegno civile al ludus scenico.

Il Giornale

L’Odissea contemporanea di Perrotta

[…] il suo è un lavoro di notevole interesse, oltre che per la riscrittura e per l’uso della musica, per il senso che conferisce alle avventure dell’eroe Ulisse […] Un’ Odissea che tocca temi contemporanei: Ulisse è come i genitori di oggi che, dopo una giornata di lavoro, non hanno tempo né voglia di parlare con i loro figli.

Teatrimilano.it

Perrotta racconta l’Odissea vista dalla parte di Telemaco

L’Odissea reinventata da Mario Perrotta parte da Telemaco, un personaggio spesso dimenticato, che ha sempre affascinato l’attore pugliese.
Se la vita di Ulisse è un interminabile viaggio, quella di suo figlio è un’interminabile attesa: ogni giorno egli scruta il mare aspettando quella nave che gli riporterà l’amato padre, un personaggio fantasma, perché Telemaco non l’ha mai conosciuto, non saprebbe attribuirgli né un volto né una voce. Eppure tutti dicono che è un eroe e Telemaco ci crede, si diverte a raccontare le avventure di Ulisse agli amici. Se le inventa, certo, perché la verità non la conosce, crea la sua personale Odissea, ingigantisce i fatti, trasforma gli episodi. Vuole raccontare di suo padre anche al pubblico in sala e per farlo diventa un intrattenitore del varietà: si rivolge agli spettatori, mostra la sua abilità nei giochi di parole, lavora su una comicità leggera e fresca. I due musicisti che lo accompagnano completano l’atmosfera: il racconto rapisce, i ritornelli musicali non escono più di mente, gli scioglilingua fanno sorridere.

Ma un figlio cresciuto senza padre non può essere così felice e orgoglioso: è solo una maschera, di nascosto Telemaco soffre, soffre tanto. Si fa bello con gli amici, ma in realtà non ha mai voluto un padre eroe, avrebbe voluto solo un padre. La musica si interrompe, gli occhi di Telemaco si fanno tristi, la sua voce torna quella di un bambino che chiede “papà, perché non c’eri quella volta, e quella volta, e quell’altra ancora…”

Sfruttando la magia del racconto e liberando la fantasia, Perrotta porta l’Odissea ai giorni nostri: non si parla di Itaca, ma di un paese del Salento, con la gente che mormora su Penelope-Speranza chiusa in casa da anni, e che maligna sull’assenza del marito. Il dialetto solo accennato nei suoni e in alcune parole evoca qualcosa di epico, lega il presente al passato. E poi c’è Antonio delle cozze, una specie di matto del villaggio che parla con il mare, anche lui sembra provenire da un passato antico: solenne nei gesti, saggio nei consigli, maestro della conoscenza. E’ lui che racconta tutte le avventure di Ulisse a Telemaco, sempre in bilico tra realtà e fantasia.

La messinscena è tanto semplice quanto efficace. Abile la gestione delle luci che disegnano luoghi, persone e addirittura emozioni. Ma la vera forza di questa Odissea è il meraviglioso Mario Perrotta che commuove, diverte, affascina. Passa dal comico al tragico mostrando virtuosismi vocali e mimici. Il suo talento da monologhista, già evidente nel precedente Progetto Cincali, qui si arricchisce e si prende delle libertà in più, sperimentando e mostrandosi a tutto tondo. La candidatura al Premio Ubu come migliore attore è senz’altro meritata.

Alibionline.it

L’Odissea di Perrotta è teatro allo stato puro

Magia del teatro: per ricreare un mondo basta la voce e la mimica di un attore. Ovviamente se questi è bravo. E davvero bravo è Mario Perrotta che accompagnato dalla musica dal vivo di Mario Arcari e Maurizio Pellizzari dà vita alle peregrinazioni di Ulisse per l’intero Mediterraneo con il suo spettacolo Odissea. Sul palco vuoto del Teatro CRT Salone di Milano c’è soltanto una cassa di legno con l’etichetta Parigi, ad alludere al tema del viaggio. Punto di partenza e insieme meta desiderata del ritorno è il Salento contemporaneo, dove donna Speranza aspetta da anni il marito partito per la guerra. Le altre hanno avuto la fortuna di veder tornare chi il marito, chi il figlio, vivo, ferito o dentro una bara o anche solo il pezzo dell’uniforme, giusto per poterlo piangere. Lei no: di Ulisse si sono perse le tracce. Ma al piccolo Telemaco racconta le imprese dell’eroe Antonio delle cozze, per tutti gli altri lo scemo del villaggio, ma per lui l’unico contatto col padre che in pratica non conosce. Strano personaggio Antonio delle cozze. Ha stretto un patto con il mare tracciando una linea sulla spiaggia, da una parte il suo dominio, dall’altra quello delle onde. Il mare gli racconta le gesta di Ulisse e lui le riporta al bambino che può così controbattere all’amichetto il cui padre “è ricco e veste classico” che suo padre È un classico! E distrugge città e ha avuto la sua parte nella fondazione di Roma. È un eroe. Ma è dura vivere per anni senza poterlo rivedere e abbracciare, soprattutto quando si ha notizia del suo peregrinare erotico.
In un’ora di grande teatro- cabaret, Perrotta balla, ondeggia, mima, spara una raffica di giochi di parole e anagrammi con cui sgrana il rosario dei patimenti di Ulisse, ma anche di Telemaco e di Speranza-Penelope. Raramente prende fiato. In quest’ora lo spettatore fa il periplo del Mediterraneo e ne sente il profumo, ne rivive le tempeste e le bonacce. All’inizio dello spettacolo l’attore domanda agli spettatori a cosa fa loro pensare la parola “mare”. Può capitare che qualcuno risponda “alle meduse”.
Solo noi gente di pianura possiamo rispondere così, noi che il mare pure lo amiamo, ma non abbiamo la sorte di conoscerlo da generazioni, non l’abbiamo nel sangue né nella memoria condivisa. Ma anche noi amiamo le storie di mare e l’Odissea ne è l’archetipo, per questo Perrotta commuove anche il nostro cuore. I lunghi applausi alla fine ne sono testimonianza.
Saul Stucchi

Paneacquaculture.net

Mio padre Ulisse

È un Telemaco contemporaneo davanti al mare del Salento, affascinato da un padre assente ma mitico, quello che Mario Perrotta, autore, regista e attore leccese, propone da alcuni anni ormai in “Odissea”, spettacolo che abbiamo visto di recente al teatro Binario 7 di Monza.
Perrotta, interprete mai banale del teatro-racconto, propone una versione particolare del poema omerico, centrata sulla figura del figlio. Telemaco, rampollo per antonomasia, è catapultato nel XXI secolo, avvilito da gente di paese che al bar della piazza mormora alle spalle sue e della sua famiglia.
Anche Penelope, madre reclusa, è presente in quest’alchemica contaminazione epico-salentina. Si chiama Speranza: è un’ombra nascosta dietro le persiane, anche lei perduta nella sua tela-isola.
L’Odissea di Perrotta mescola mito e quotidiano, Itaca e Salento, poesia colta e dialetto. L’attore si presenta da menestrello, giacca da varietà, viso di biacca. Lo accompagnano le musiche originali dal vivo eseguite da Mario Arcari (oboe, clarinetto e batteria – ha suonato anche per De André) e Maurizio Pellizzari (chitarra e tromba). Sono armonie di feste paesane, di processioni, echi amarcord alla Nino Rota.
Le luci si spargono rossastre sulle note dei musicisti, bianche sulla voce del narratore. Un bagliore lunare evidenzia i gesti delle mani. La voce di Perrotta è calda e spettrale, suadente e tambureggiante. Prendono forma giochi di parole, bisticci e strafalcioni verbali. Le mani disegnano geometrie di gabbiani. Gli sguardi scrutano l’orizzonte, nell’attesa ventennale di qualcosa sempre sul punto di accadere.
Nascono scenette ironiche da avanspettacolo, ma anche storie assorte, che narrano l’anima. È la voce di Telemaco, ma anche il delirante sogno del suo amico Antonio, lo scemo del paese, un pescatore che apre le cozze e le restituisce a quel mare mastodontico che percuote le coste, eppure è incapace di aprire una sola cozza. Il mare ricambia. Svela i suoi segreti a chi, come Antonio, sa ascoltare. Come le storie di Ulisse. Sono lotte ciclopiche, tempeste, diapositive che scorrono veloci sugli immaginari femminili. Sono richiami di Sirene, festini erotici, da Maga Circe, di maschi potenti e donnicciole compiacenti. Sono danze, silenzi, guerre e pianti.
Il mito aiuta a comprendere l’oggi. Dà voce e immagine a situazioni e paure dell’animo. È la vicenda di Telemaco, delle sue attese, tensioni e fantasie. È la storia di Ulisse, delle sue peripezie. Ma qui la figura simbolica non è mai in discussione, e questo padre aiuta anche nella distanza il figlio a crescere e a diventare uomo, molto più di tanti padri presenti in carne e ed ossa. A tenere uniti padre e figlio è il mare, con i suoi colori e i suoi linguaggi.
Quello di Mario Perrotta è un lavoro epico e introspettivo, divertente e toccante. Affrontare il mito significa affrontare un percorso di conoscenza. I viaggi della mitologia greca sono viaggi verso la consapevolezza. Questo teatro-narrazione coinvolge con la verità storica e psicologica di quel che riferisce tramite la finzione. Diventa esperienza emotiva interiore, incontro relazionale con l’esterno e con il mondo.

Dramma.it

Odissea

Ritorniamo sul mare, in un vero e proprio cantiere navale. L’EFESTOVAL ci accoglie a Bacoli, presso lo storico Cantiere Navale Postiglione. Stavolta il capannone è enorme, il volto di Efesto, simbolo di questo Festival, campeggia all’ingresso, sulla parete del capannone. La bella baia fa da contorno, il suono delle corde e delle vele ammainate delle barche e barchette che ondeggiano alla brezza della sera, riempie i (pochi) silenzi del lungo discorso di Telemaco –Perrotta. Joyette, nave del 1907, fa da sfondo al palcoscenico: sottoposta ad un lungo ed ambizioso procedimento di restauro e di recupero dei materiali originari, si erge maestosa e nuda alle spalle dell’attore. La scelta di questa location stavolta coniuga il mare e la navigazione alla famosa storia di Ulisse, che diventa eroe invisibile ed atteso, raccontato dal figlio Telemaco. L’accezione alla parola “odissea”, stavolta non ricorda unicamente la metafora del viaggio – il cosiddetto nostos greco, il viaggio di ritorno in Patria, che caratterizza la cultura classica – ma sembra toccare anche il significato più comune e più affine alla cultura contemporanea: l’odissea contemporanea dell’umanità intera attraverso il rapporto burrascoso tra padre e figlio. Lo spettacolo, scritto ed interpretato da uno straordinario Mario Perrotta, diventa viaggio attraverso le manifestazioni più dolorose del mondo contemporaneo. Il “cunto” del figlio che attende – Ma cosa? Una trasformazione? Un cambiamento? – diventa spettacolino da saltimbanco folle che mobilita la piazza del paese. Come un tempo i canta- e cunta-storie del Sud allestivano i palchi, raccontando alla gente le leggende, i racconti antichi, le gesta dei grandi cavalieri, Telemaco ci racconta del padre. Ma non le sue gesta, bensì ciò che è costretto a raccontare a tutti coloro che chiedono incessantemente, soprattutto agli altri bambini, anche lui bambino ma orfano ed in eterna attesa. Penelope, silenziosa e rinchiusa in casa, è osservata di sottecchi attraverso quella finestra sempre chiusa, mentre Telemaco, in strada ed in piazza, appare come un fiume in piena di parole, marionetta, personaggio del Varietà, poeta ubriaco e cantore malinconico. La musica dal vivo fa da collante e da elemento fondamentale all’interno di questo lungo monologo-racconto, in cui l’assenza di un padre sembra essere secondaria rispetto alla descrizione del mondo intero attraverso l’allegoria. Quale opera migliore se non l’Odissea di Omero che diventa base culturale da cui partire e su cui, poi, costruire immagini ricercate, attraverso il linguaggio e lo stile fluido delle onde linguistiche e sonore di Perrotta. Si sceglie la lingua d’origine, il leccese, che accomuna parole ed espressioni alla lingua siciliana della costa orientale, mentre il pubblico sembra sedersi comodamente su una nave e solcare le onde del mare di parole, salendo e scendendo ad ogni rallentamento o corsa linguistica intrapresa dall’attore. La magia, l’ironia e la stimolazione alla fantasia, instillate negli occhi degli spettatori, rallentano la corsa narrativa quando l’allegoria diventa esplicita. Alcuni degli episodi più famosi dell’Odissea omerica sono ripresi all’interno dello spettacolo, dalla Penelope additata a donna di facili costumi, ai Proci-Porci, alla Circe delle feste in spiaggia in cui gli uomini perdono la dignità ed il denaro, smarrendosi tra le belle donne ed il commercio del corpo, ad Eolo e al vaso contenente tutti i venti, avidamente aperto dalla curiosità dell’uomo, fino all’episodio più famoso, quello del Ciclope che mangia e tracanna, ma conserva alcune parti degli sventurati compagni di Ulisse per poi “cucirle” nelle pelli delle sue pecore, ricordando la tratta degli organi. L’uomo viaggiatore che cerca la via di casa ha perso la sua rotta perché si è smarrito tra i mali del mondo. L’Ulisse-Nessuno che il Ciclope definisce “nuddu ammiscatu ccu nenti”, cioè nessuno mescolato con niente, secondo una frequente offesa utilizzata in alcune zone appartenenti alla koinè linguistica derivante dalla dominazione greca, compresa la costa jonica siciliana, è annientato linguisticamente dallo stesso mostro. L’affermazione del Ciclope, infatti, rende Ulisse non più l’eroe furbo ma l’uomo “prosciugato” realmente della sua identità e ridotto all’invisibilità dai tempi, bui come la caverna mitologica. Il segno, dunque, più esplicito di un non ritorno è proprio l’essere nessuno ma mescolato con niente, caratterizzazione che cancella simbolicamente anche la memoria. Telemaco racconta di un padre assente, dimostrando costantemente la sua rabbia, ma è Antonio, il pescatore che vive in spiaggia, a raccontare al ragazzo le gesta del padre sconosciuto, attraverso il concetto della memoria orale che è profondamente insito e costante nelle culture del Meridione. Proprio quell’Antonio che dà in pasto al Mare le cozze, figlie marine che lo stesso padre non riuscirebbe ad aprire, servendosi dunque delle mani dell’uomo, quello stesso Antonio, descritto velocemente all’inizio del racconto, ci fa pensare che forse l’Ulisse che cercavamo l’abbiamo sempre avuto davanti. Perrotta interpreta in maniera magistrale non solo Telemaco, ma incarna nel suo corpo, attraverso i movimenti delle mani ed il fluire della sua voce, il personaggio più importante, cioè il racconto. La poesia dell’incipit de “I Malavoglia” di Verga – […]perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe e par la voce di un amico – riecheggia tra la parole di Perrotta, così come il riferimento al saltimbanco dal pirandelliano “berretto a sonagli”, affacciandosi al ricordo di “U ciclopu”, traduzione pirandelliana del più famoso testo euripideo. Spettacolo in prima visione in Campania ma in realtà molto conosciuto nel resto d’Italia – Premio Hystrio alla drammaturgia 2009 – appare profondamente suggestivo, scatena l’applauso del pubblico e regala un sold-out immediato all’EFESTOVAL, unendosi al grande successo di tutti gli spettacoli di questo festival.

Quarta Parete

L’Odissea di Mario Perrotta

Raccontare un’attesa per riflettere su una assenza.
Ricorrere al mito per parlare al presente.
Abbandonarsi ai ricordi per scuotere emozioni, pensieri e stati d’animo troppo a lungo repressi.
È questo il multiforme e complesso varco attraverso cui Mario Perrotta, in Odissea, passa, tra epicità e quotidianità, per osservare l’attuale generazione e provare ad affrontare un problema sociale: il rapporto tra padri e figli, oggi. Alla luce di una alterazione della figura genitoriale sempre meno in grado di svolgere il suo ruolo di guida e sempre più intenzionata a restare infantilmente giovane, nell’abbigliamento così come nelle responsabilità.
Ma nel compiere questo studio e scriverne, l’autore leccese non è a una storia moderna che ricorre, bensì è alla riscrittura di un personaggio omerico che si affida: si tratta di Telemaco, figlio di Ulisse, destinato come la madre ad attendere il ritorno del padre mai conosciuto e dunque a fantasticare su di lui. Così come ne parla la gente e come la sua fantasia decide sia. Tra rabbia e disillusione. Mentre il mare si staglia imponente come il confine senza limite che lo separa da lui, e che mai gli restituisce il desiderato ritorno.
A fare da sorgente emotiva da cui attingere sensazioni, parole, storie e memorie, la vita personale e affettiva dello stesso Perrotta, inevitabile fucina di esperienze da portare in scena una volta tradite e rielaborate secondo sguardi esterni («È sui “sarebbe potuto” che ragioniamo noi che giochiamo al teatro. Il gioco è dare corpo al possibile, a ciò che non siamo ma avremmo potuto o voluto o, addirittura, odiato essere», afferma) ma anche la sua terra, il Salento, alla cui musicalità linguistica l’interprete affida la tensione dell’intero monologo, lasciando che il suo corpo, così come il suo viso e la sua gestualità ne diventino complici. Complici in grado di esaltarne l’efficacia espressiva e di ricrearne le atmosfere che abitano ed evocano.

Ed è così, allora, che in una danza di voci, suoni e richiami la storia dell’io parlante si trasforma e senza tregua percorre luoghi e anni, volgendo lo sguardo all’originale Odissea del poeta greco, ma al contempo attualizzandone le narrazioni e i significati custoditi; senza che mai interruzione – di enfasi e di attenzione da parte di chi ascolta e osserva – ci sia all’interno del racconto, nel solco di quella cifra stilisticamente meritoria che contraddistingue il lavoro dell’attore e regista, vincitore del Premio Hystrio alla drammaturgia 2009 proprio con questo testo.
Sul palco, insieme al saltimbanco Perrotta/Telemaco, immagine di un se stesso che caricaturalmente si confessa alla ricerca – sembra – di una (s)drammatizzazione in grado di lenire il dolore, i musicisti Mario Arcari (oboe, clarinetto e batteria) e Maurizio Pellizzari (chitarra e tromba), fondamentali riferimenti nello svolgimento del plot che in essi trova sensibile valorizzazione e puntuale contrappunto, armoniosamente sposandosi con i versi in rima e i giochi di parole a cui il protagonista affida tutta la sua affabulatoria narrazione.
Una narrazione che di luoghi, viaggi, approdi e partenze fa metafora e monito e che ancor più acquista senso ambientata – così come è – all’interno del Cantieri navale Postiglione di Baia, storico luogo di rimessaggio e manutenzione di barche, guscio perfetto al cui interno accogliere l’opera, in linea con gli intenti di conoscenza e rivalutazione di una terra – quella dei Campi Flegrei – che la rassegna Efestoval che la ospita ha scelto con plauso di perseguire. Tra passione e testimonianza. Tra scoperta e ostinazione.

Rumor(s)cena

Una narra-azione di una Odissea suggestiva e ricca di pathos

Non è uno spettacolo nuovo, l’ “Odissea” di e con Mario Perrotta; in scena fin dal 2007, e da subito impreziosito dalle suggestioni sonore, dal vivo, dei musicisti Mario Arcari e Maurizio Pellizzari. Questa particolare forma di teatro di narrazione ha illuminato per una sera soltanto, “Da vicino nessuno è normale”, lo storico festival teatrale estivo milanese giunto, quest’anno, alla ventesima edizione. Sul palco un narra-attore, com’è stato definito, solo; e dotato di una capacità di affascinare il pubblico, imbonendolo, coinvolgendolo e ammaliandolo con il ruolo di cantastorie ironico e brillante. E la storia che canta, o forse cunta, è una sorta di sceneggiata napoletana made in Salento, ma che affonda le radici nel più antico e condiviso patrimonio immaginifico del mediterraneo: l’épos greco. In più lo stesso riso amaro e popolare di certe piazzate alla Scarpetta o alla De Filippo e analoga fisicità, talvolta ruvida, tal’altra ironica, onirica e sospesa di Totò. E poi tanto di numeri da avanspettacolo, sì, ma di quelli alla Petrolini e quella mimica tipica dei cantautori anni ’50 alla Modugno, capaci di evocare interi mondi semplicemente attraverso gesti ampi e solenni, ma mai solo didascalici. Qui il protagonista è un Telemaco quarantenne, agitato da amletici fantasmi e roso dal tarlo di capire chi sia quel suo padre-eroe, di cui si sente quasi figlio spurio e certo orfano.

“Tu, chi sei?”. E’ la domanda del ciclope, che Mario Perrotta amplifica con un gestualità lenta e antica. Tutto l’atavico sconcerto di chi si trova davanti a un’apparizione improvvisa, una smorfia che strizza gli occhi, come a pescare nella memoria più profonda; contorce la bocca, per poi scivolar giù a incurvar le spalle, affondando nelle viscere per finlmente guizzare nel tipico gesto della mano arrovesciata, che dondola sotto il mento. Ulisse pare avesse risposto con quella, che sembrava una “risposta cretina”, lo schernisce il compagnetto, a cui Telemaco bambino racconta fatti di cui ancora non poteva essere a conoscenza. “Stai zitto, scontentato da Dio – lo fulmina -, che Nessuno è la risposta più bella del mondo!”; eppure non lo abbandona mai il demone del dubbio che quel suo padre potesse essere davvero un “Nuddu… miscatu cu’ nènti”. Se nella gara infantile a “il mio papà è…”, infatti, sembra vincere Telemaco, la bordata finale gliela infligge quel: “Il mio papà c’è”. Sconfitto e affondato! Come quando, parlando di tutti i compaesani andati in guerra, sarcastico ironizza: “Dice che un giorno ‘sta guerra spicciau, rientrano tutti… scasciati, distrutti – e, dopo un esilarante elenco di gustose casistiche – tranne quell’uomo chiamato papà”, tanto da concludere, in merito a colui che tutti gli uomini invidiavano e a i cui piedi si dice non ci fosse donna che non schiantasse, col gustoso ritornello: “Che babbà, ‘stu papà, forse un giorno ritorna qua” con ritmo e movenze da avanspettacolo.

Ecco il cuore pulsante e il nocciolo duro di questa “Odissea” secondo l’ attore di origini pugliesi. In barba alle mille rievocazioni del nostòs dell’eroe dal multiforme ingegno, il narra-attore fa suo un dubbio strisciante – quel che il paese mormorava… – lo capovolge e lo trasforma nel dramma dell’abbandono e dell’identità, immaginando, prima, un Telemaco bambino nascosto sulla spiaggia a ingenuamente attendere il ritorno delle navi, per ritrovarlo, dopo, adulto e impegnato a soffocare la rabbia montante dalla delusione di un’attesa così beckettiana da non poter resistere alle male lingue di paese. Al punto da esserne travolto perfino lui: “Io, quando guardo il mare mi ronzano in capo tutte queste storie e non mi posso evitare di odiare… mio padre? Mia madre? Me stesso, che non so prendere il mare e andarlo a cercare… E dove poi?”. Così, dopo averci fatto sorridere e averci divertito con numeri brillanti, pezzi di bravura popolari e battute sarcastiche e taglienti; mostrato attraverso una splendida plasticità mimica, gli uomini e le donne di paese, il muro dell’acqua marina domato dalla lama del cozzaro; o quello sotto il quale si appostavano i paesani, a spiare il riluttante riserbo di donna Speranza, costantemente nascosta dietro a mani alzate per schermarsi il volto, supplici a quel figlio iroso: “Cittu, figlio mio, sta’ cittu” (“Zitto, figlio mio, stai zitto”), alla fine Telemaco si scioglie in un composto atto di resa. Se la parola è evocativa e poetica, terribile o triviale, a seconda dei casi, ma sostenuta sempre da innesti musicali, capaci di amplificarne la portata emozionale, il corpo dell’attore è un sensibilissimo ricettacolo dell’eroe omerico e dei suoi compagni, di Penelope, Polifemo, Circe, degli uomini trasformatisi in porci e dei proci allusi dalle malelingue a consolar la madre.

Mario Perrotta è soprattutto Telemaco e Antonio il cozzaro: solo il mare e lo scemo del villaggio, infondo, sanno ancora regalargli un pur flebile legame con quel padre, che brilla ancor più per la sua assenza. Con quel gioco dello sfamare il mare sgusciando cozze, l’uomo gli insegna il limite; perfino furia delle onde deve sottomettersi a quella linea disegnata sul bagnasciuga, a ricordargli il valore genitoriale dell’autorevolezza, che è carezza sì, e abbandono, gioco e tenerezza, ma anche la presenza imperiosa e ferma di un “No”, che a lui nessuno ha mai saputo opporre.

Uno spettacolo costruito con intelligenza e cuore, questa “Odissea”, che valse al narra-attore il Premio Hystrio alla drammaturgia 2009, dopo esser stato finalista, l’anno precedente, come Miglior Attore al Premio Ubu. Generosamente giocato dall’istrionico mimo, punta il dito sul nervo scoperto di una generazione orfana di quei padri assenti, la cui nomea certo non può bastare.

NuovoSud.it

Modica, Mario Perrotta e il “suo” Telemaco: l’Odissea che non ti aspetti

La storia di Ulisse vista dal figlio Telemaco: una prospettiva diversa da quella che abbiamo appreso a scuola. Così è stata portata sulla scena del Teatro Garibaldi di Modica, sabato sera, da Mario Perrotta “Odissea”. Una interpretazione altamente professionale con un testo intriso di storia ma, anche, di provocazioni: l’amarezza e la rabbia di un figlio che vede la madre (Speranza-Penelope) consumarsi nell’anima e nel corpo dall’attesa di un marito, Ulisse, che da venti anni vaga per il mare. Ulisse, eroe nei racconti di un bambino; ingrato nella considerazione di un uomo maturo. Alla “storia al rovescio” dell’Odissea di Perrotta, si fondono significati e segnali che hanno a che fare con le tentazioni della società moderna: un riferimento per tutti, la maga Circe, ammaliatrice e dispensatrice d’amore con Ulisse ma, anche, capace di trasformare i compagni dell’eroe in porci.
La performance di Perrotta è accompagnata dalle note musicali di Mario Arcari e Maurizio Pellizzari.

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