Italiani cìncali

Italiani cìncaliParte prima: minatori in Belgio

«Mario Perrotta, un fenomeno dotato anche di umanità.
Lo deve a un titolo che funziona, Italiani Cìncali!,
a un’abilità travolgente, a un tema politicamente micidiale»

Franco Quadri, La Repubblica

La Repubblica

Cantastorie ma non soltanto, perché non sdegna di lavorare con altri né di collaborare con un drammaturgo, Mario Perrotta è arrivato finalmente a Milano con la fresca aureola di un fenomeno dotato anche di umanità. Lo deve a un titolo che funziona, Italiani Cìncali!, a un’abilità travolgente ma controllata con simpatia, a un tema politicamente micidiale. Precisato che “cìncali” sta per zingari o comunque per un insulto ai nostri emigrati, questo spettacolo è nato studiando la situazione di migliaia e migliaia di nostri lavoratori, appartenenti agli stessi paesi del Sud che oggi respingono con attacchi razzisti gli albanesi o i marocchini che sbarcano in cerca di lavoro, e avviati dagli anni ’50 in poi per disoccupazione a emigrare in Belgio, cioè in miniere trasudanti grisou, esposti a malattie mortali e a esplosioni epiche come quella di Marcinelle. Il leccese Perrotta, attore del Teatro dell’Argine di Bologna, raccolte tutte le informazioni sull’argomento incriminato in un anno passato in macchina per il Salento, si presenta in scena così com’è e si trasforma poi in uno di quei postini pugliesi che hanno trascorso anni leggendo la corrispondenza dei lavoratori emigrati alle mogli e poi rispondendo per le poverette rimaste in solitudine, e bisognose anche di altri tipi di assistenza, a principiare dalla maestosa Donna Natalia, applaudita a scena aperta per quanto assente, grazie alle poche parole e ai molti gesti con cui il sapido tuttofare Pinuccio ce la presenta.
Italiani cìncali! non è un’inchiesta, non è teatro-narrazione, né un documento di vita, né una comica, né un one man show, magari neanche uno spettacolo, ma qualcosa di più e di diverso, uno stare insieme con una gran voglia di rimanerci, e questo non si deve solo alla bravura e all’intelligenza di Mario Perrotta, ma anche alla cura di Nicola Bonazzi, il misuratissimo coautore, già al lavoro per la seconda parte dedicata alla Svizzera.

La Repubblica

Piedi scalzi, canottiera, barba incolta, gran sorriso neorealista, il leccese 33enne Mario Perrotta entra di diritto nel novero dei solisti raccontatori sociali, e lo fa nella sala Artaud del Teatro dell’Orologio con “Italiani cìncali!” scritto da lui e da Nicola Bonazzi, un testo che lo vede oratore-testimone, memoria vernacolare, attore affabulante e anche spirito offeso (fatalisticamente) per l’odissea dei minatori italiani, qui pugliesi, arruolati in Belgio, in Svizzera e in Germania nel dopoguerra.
E’ il primo capitolo d’una ricerca su esuli meno romanzati dei fratelli emigranti transoceanici. Ed è un colloquiale e irto poema, il suo, sui lunghi viaggi in treno, sul carbone di scambio che premiava il mercato delle braccia, sulle condizioni da caserma nelle baracche all’estero (residui di campi di concentramento), sulla silicosi che mieteva vittime, sulle storie a mille metri sottoterra nel Belgicche.
Perrotta sa dare grazia all’ignoranza consolatoria del postino che fa da ponte tra mogli e lavoratori, sa infondere sorpresa nelle fantasie di sesso, sa epicizzare lo stakanovismo in galleria culminante in tragedie come Marcinelle. Se distogliesse un po’ della sua sincera bonomia, il pezzo sarebbe superlativo.

Il Sole 24 Ore

Bruxelles – In miniera con Perrotta

Più che un “narrautore” Mario Perrotta è un “narrattore”, occupa quindi un posto particolare nel vivace quadro della nuova scrittura scenica composto da giovani e già mature figure del teatro dei nostri tempi. Allora, pur partendo dal desiderio di ricostruire le vicende degli emigrati italiani nel dopoguerra, Perrotta vuole entrare direttamente in quelle personalità, dargli voce e corpo, trascrivere su se stesso i loro sguardi e i loro gesti. Sguardi e gesti osservati personalmente, insieme a Nicola Bonazzi con cui poi ha composto il testo di Italiani Cìncali. Già, perché anche in questo caso, come per altri esempi ormai illustri di nuova narratività scenica, c’è un attento lavoro di ricerca e di raccolta di testimonianze vere, vive, concrete. Il titolo rimanda a un modo di definire i nostri connazionali arrivati in quelle terre per lavorare nelle miniere, forse pensando a un “cinque” giocato alla morra dai veneti, ma l’assonanza con “zingari” è troppo forte per non esser chiara sia a chi usava la definizione sia a chi ne veniva etichettato. È una storia terribile quella degli italiani all’estero e nei giorni scorsi Perrotta è andato a raccontarla, con grande successo, proprio a Bruxelles, a Liegi e ieri a Genk, non lontani da quella Marcinelle dove in un tragico incidente nel ’56 più di duecento uomini rimasero intrappolati sottoterra e lì persero la vita. Fu quell’episodio a decretare le fine di quelle miniere e di condizioni di lavoro inimmaginabili ma ben conosciute dai governi (sia il nostro che il loro), anzi nate da precisi accordi internazionali. Perrotta pone al centro della scena un postino, colui che non solo recapitava le missive, ma che le leggeva ai familiari dei minatori, spesso trasformandole, celando sofferenze atroci e colorandole con qualche tenue bagliore di speranza. Il giovane, energico interprete fa emergere così la dolorosa realtà degli emigrati, ma da’ spazio anche alle voci delle donne di quei paesi dove sono rimaste soltanto loro, i vecchi e i bambini, dipingendo così il cupo affresco di un vero e proprio dramma collettivo. Arrivando anche a trasmetterci fisicamente l’orrore di quelle condizioni di lavoro quando ci descrive il più forte di tutti quegli uomini mentre scava forsennatamente un cunicolo di carbone nel quale a stento riesce a passare senza neppur poter tornare indietro.

Il Corriere della Sera

I minatori di Perrotta fanno riflettere

Due spettacoli, una mostra e un documentario per parlare del nostro passato di emigranti, per guardare a un ieri che stentiamo a riconoscere nell’oggi di tante persone che cercano nel nostro Paese, quello che noi cercavamo negli anni Cinquanta, in Belgio, in Svizzera e in giro per il mondo: “Italiani cìncali! Andata e turnàta” è un prezioso progetto per non dimenticare. Mario Perrotta, autore con Nicola Bonazzi, propone il primo spettacolo “Minatori in Belgio”, racconto doloroso dell’emigrazione di lavoratori reclutati per le miniere dove ogni anno, in una cupa lista che diventa agghiacciante litania, centinaia di italiani, e non solo, muoiono per incidenti sul lavoro e moriranno per silicosi. “Italiani cìncali”, italiani zingari dell’Europa e del mondo, lavoratori di serie B disprezzati, evocati dalla memoria di un postino, unico uomo rimasto in un paese del Salento, popolato di vecchi, bambini e donne sole, coraggiose e piene di dignità anche nella disperazione dell’abbandono forzato. Perrotta, narratore di verità sempre vive, è il postino che legge e scrive per chi non sa leggere e scrivere, consola e si dispera con chi rimane e con loro aspetta. E racconta storie di ordinaria povertà, di braccia “vendute” dal governo in cambio di sconti sul carbone importato, senza sapere nulla sulle future condizioni di lavoro, “nordici” e “cafoni” del Sud che scavano nelle viscere di montagne nella “Belgicche” a Charleroi a Martinelle, dove l’8 agosto nel 1956 si ebbe l’incidente più grave, ma non inaspettato, nel quale morirono 262 minatori di cui 136 italiani, una strage. Sullo sfondo, un’Italia distrutta e affamata. “Minatori in Belgio” ha l’epica di un aspro poema popolare che il bravo Mario Perrotta con accenti del suo leccese, racconta con intensità dando vita ad un teatro civile che accende la commozione e lo sdegno, e impone la riflessione.

Delteatro.it

Quarto Stato Festival

Un festival intelligente, che con il titolo di Quarto stato ci fa pensare e ricordare come (cito dal libro di Gian Antonio Stella, L’Orda, Rizzoli) un tempo gli «albanesi» fossimo noi. Noi quelli costretti a emigrare in cerca di fortuna, a sentire il disprezzo dei Paesi ricchi nei nostri confronti, a sopportare umilianti perquisizioni e sfiancanti interrogatori, a fare i mestieri più pericolosi che gli altri non volevano fare. Noi, proprio noi, quelli dell’Italia affluente di oggi, che spesso guardiamo con fastidio, quando non con disprezzo, quella società multirazziale, che affolla le nostre città. È di scena a Milano (al Teatro Blu, al Teatro della Cooperativa, al Teatro Verdi), con la collaborazione della Provincia, un Festival dove sono di scena gli ultimi, i dannati della terra: racconti di vite qualunque, segnate dalla povertà e dall’esigenza di emigrare, inseguendo il sogno di un futuro migliore, per fare studiare i figli, per cercare di garantire ai vecchi rimasti al paese un’esistenza un poco più dignitosa. Storie di gente minima, vite perdute e vendute magari per 35 grammi di carbone, quante ne intascava pro capite lo Stato italiano dai Paesi ricchi di miniere. Ce le raccontano, in modi e con accenti diversi, due spettacoli: il bellissimo monologo Italiani, cincali! interpretato da Mario Perrotta e Ballare di lavoro, uno spettacolo coinvolgente tutto declinato al femminile che vede in scena le brave Veronica Cruciani e Silvia Gallerano e alla fisarmonica Cristina Vetrone, dalla stupefacente voce.

Italiani, cincali! scritto dallo stesso Perrotta con Nicola Bonazzi (la parola «cincali» sta per zingaro ma, si racconta nello spettacolo, potrebbe essere anche una storpiatura del modo con cui i nostri emigranti dicevano «cinque» giocando alla morra) nasce dalla ricostruzione – fantastica e allo stesso tempo reale perché nata da una serie di interviste –, dell’emigrazione che innanzi tutto dal Sud ma anche dal Veneto a dal Friuli, portò migliaia di braccia nelle miniere del Belgio. Una lunga scia ininterrotta di esseri (fino al disastro di Marcinelle) di esseri che abbandonavano le proprie case, che si lasciavano dietro le proprie radici, costellata da un filo continuo di morti a causa degli incidenti nelle viscere delle terra (soprattutto nella famigerata vena 25 da cui solo i più forti riuscivano a tornare) e, per chi riusciva a sopravvivere, dalla condanna sicura alla morte per silicosi.

Perrotta racconta il viaggio sul treno della speranza da Lecce a Milano e poi oltre il confine, di migliaia di poveri cristi. Racconta, inventando il personaggio di un postino, uno dei pochi a saper leggere e scrivere a quei tempi in paese, al quale tocca tenere i rapporti con gli uomini lontani, consolare vedove, essere la memoria storica di un paese abitato da vecchi, bambini e donne. Dalle sue parole si snoda con commossa lucidità un’epopea di vittime predestinate dentro le viscere delle terra. Alla loro vita, ai loro sogni dà voce in modo esemplare il bravo Mario Perrotta, seguendo le vie di un teatro del racconto del quale sa essere interprete con una finezza e una sensibilità rare.

Lo spettacolo firmato da Veronica Cruciani, Ballare di lavoro è, come suggerisce il titolo, una ballata della povera gente, una storia di donne – una figlia e una madre – destinate a non vedersi mai: una che continua a vivere e a studiare al Sud fino alla sua morte; l’altra che arranca per le strade di New York con il suo inglese scarsissimo, la sua perdita d’identità, il suo arrangiasi a fare qualsiasi lavoro. Il testo, costruito da Renata Ciaravino su interviste raccolte in giro per l’Italia da Veronica Cruciani e da Silvia Gallerano, mostra come la crudeltà della separazione si trasformi anche per una madre che continua ad amare sua figlia nell’impossibilità di tornare indietro, nell’incapacità di accettare una vita costruita sui modi di vivere, eternamente identici a se stessi, di un tempo. Due sedie in palcoscenico, pochi oggetti in scena, la musicista cantante seduta a lato del proscenio come un occhio che tutto vede e commenta con la musica e con il canto, sono tutto il mondo che serve alla Cruciani per raccontare questo rapporto mantenuto attraverso uno scambio di lettere.

Ballare di lavoro non ha lo stesso afflato epico di Italiani, cincali!: è una piccola, commovente, storia privata che le due attrici, a turno illuminate dal cono di luce o sprofondate nel buio, sanno vivere con rara sensibilità, dando spessore alle parole e restituendoci tutto il senso di un’esperienza all’apparenza senza storia. L’uno e l’altro sono spettacoli che rendono palpabile la necessità del teatro ma anche il teatro della necessità: da non perdere.

L’Unità

Il teatro nel fango

Dal Vajont a Sarno passando per Marcinelle: una strage dopo l’altra, montagne di terra che uccidono, perché gli affari sono più importanti della vita dell’uomo. Il teatro vuole raccontare la storia, quelle vite da italiani. Da Mascia ad Alaimo a Perrotta… Italiani nel fango, italiani sottoterra: c’è un filo rosso di tragedie annunciate che corre dal Vajont a Sarno, di storie seppellite troppo velocemente nella memoria, che sembrano appartenere al secolo scorso e invece sono appena dell’altro ieri. Come gli italiani finiti a fare i minatori in Belgio, vite e lavori massacranti, con una percentuale fissa di morti ogni anno fino all’impennata di Marcinelle l’8 agosto del 1956: 263 minatori deceduti, di cui 136 italiani nell’inferno delle gallerie sotterranee. Un incidente maledetto ma non improbabile considerando le condizioni in cui lavoravano quei poveretti, denunciate pochi mesi prima anche dalle pagine di questo giornale. La tragedia non portò cambiamenti sostanziali: le statistiche riportano altri morti negli anni seguenti. Così come il Vajont, il cui imminente disastro fu denunciato più volte dall’Unità, non ha impedito che si ripetesse una sciagura analoga a Sarno nel 1998. Ricordare diventa allora un dovere civile. Una necessità della quale il teatro si è fatto e si fa portavoce sempre più spesso. Teatro di denuncia come i monologhi di Marco Paolini, oratori civili come Fango di Nello Mascia, la scena come luogo privilegiato di ascolto, di «ricostruzione» della memoria come i racconti di Ascanio Celestini, le storie di emigranti portate sul palcoscenico da Enzo Alaimo (Villarosa) e da Mario Perrotta (Italiani cìncali!).
Il bello è che funziona. Fra i primi e più famosi a dimostrarlo è stato Marco Paolini con il suo Racconto del Vajont, monologo-denuncia del 1995 che si basava su un copione fitto di dati e di una meticolosa ricostruzione dei fatti. Spettacolo innovativo, creato in collaborazione con Gabriele Vacis, in un’atmosfera teatrale che si nutriva da questi input sociali e politici (pensiamo anche a Marco Baliani che tre anni dopo porta in scena Il caso Moro), ma allo stesso tempo capostipite di un nuovo genere teatrale tra narrazione e denuncia, recitazione e riflessione. Il racconto del Vajont vincerà anche la scommessa più difficile: portato in tv, in prima serata su Raidue, conquista un audience solitamente dedito a paillettes e varietà. Senza quel successo, forse oggi non si sarebbe azzardato a proporre un programma di approfondimento, cronaca e teatro insieme come l’attuale Report su Raitre, in cui Milena Gabanelli affianca il suo lavoro di documentazione e di ricerca a quello teatral-monologante di Paolini.

A quel Vajont si riallaccia oggi l’oratorio civile di Nello Mascia, Fango, «recuperato» dal festival napoletano «La rete dell’immaginario» dalle «Vie dei Festival» a Roma, dove ha debuttato qualche giorno fa. Un leggio, un coro alle spalle per sottolineare i passaggi più intensi della storia di Sarno e dei vicini comuni attraverso i frammenti di testimonianza dell’unico sopravvissuto della frazione campana: Roberto Robustelli, un giovane fotografo trascinato dall’ondata di fango e miracolosamente rimasto incastrato nell’anfratto di un magazzino per tre giorni. Anche qui, come per il Vajont trentacinque anni prima, una montagna perde brandelli di sé e travolge in un fiume nero di detriti la gente che abitava nella valle sottostante. Alla radice della disgrazia, le solite motivazioni di incuria e corruzione, speculazioni edilizie, fatale superficialità nel valutare i sintomi che annunciavano il pericolo.
Gioca su una memoria personale d’infanzia Villarosa di Enzo Alaimo (che debutta stasera all’Auditorium, sempre nell’ambito delle Vie dei Festival a Roma). Monologo accompagnato dalle musiche e dalle canzoni di Giovanna Marini, “un controcanto”, precisa l’autore e interprete, al testo che mescola aneddoti della madre ex emigrata ai fatti storici. «All’inizio – racconta Alaimo – ero partito dal desiderio di raccontare qualcosa che fa parte della mia vita. l e cose divertenti e folli che mi raccontava mia madre che a vent’anni partì con la famiglia da Villarosa in Sicilia per Liegi, nel Belgio». Storie di zii ammalati di silicosi in miniera che si facevano fotografare in «pose alla Elvis». di mescolanze linguistiche ardite di francese e siciliano. «Pensavo ad una sorta di antropologia buffa degli emigrati in salsa underground – continua Alaimo – ma poi ho approfondito quella parte di storia che non conoscevo, sono passato dal privato di quella ragazza di vent’anni alla Storia collettiva e il lavoro ha preso un’altra direzione. Un doppio passo e una doppia lingua: il siciliano per recitare storie, l’italiano per raccontare i fatti: migliaia di uomini spediti nelle miniere di carbone in Belgio con la promessa di alloggi confortevoli (erano gli ex lager nazisti appena sgombrati), braccia «vendute» dal governo italiano in cambio di sconti sull’importazione di carbone. Emigrati «rimossi» dalla memoria dei figli e dei nipoti per loro stessa volontà: «Non è strano – spiega Alaimo – chi da emigrato povero è rimasto povero ha ‘vergogna” di quello che è stato, della fame e dei sacrifici fatti. Mentre gi emigrati del nord-est diventati benestanti, non vogliono ricordare di essere stati poveri a loro volta, quasi per preservare una verginità da nuovi ricchi».
Emigranti di «scarto» rispetto a quelli che se ne partirono per l’America o per il nord Italia. «Lì si andava per restare, mentre chi veniva “arruolato” in Svizzera, in Germania o in Belgio si trovava nella condizione di eterno stagionale», dice Mario Perrotta, autore e interprete di Italiani cìncali!, in scena al Teatro dell’Orologio a Roma fino a domenica. Spettacolo nato dopo due anni di ricerche e di testimonianze registrate, innestato anche in questo caso su memorie personali di quando, bambino, veniva messo su un treno da Lecce per Bergamo, dove lavorava il padre. «Mi ricordo le facce di quegli emigranti, buie quando ci allontanavamo da Lecce, brillavano come in un film di Tornatore al ritorno – continua Perrotta -. Ho avuto voglia di raccontare questa gente, di restituire loro una dignità». Anche Italiani cìncali! si muove su un doppio binario, da un lato la cronaca cruda, dall’altro le storie private filtrate dal postino, l’unico uomo rimasto in paese che, sapendo leggere e scrivere, manteneva la corrispondenza tra i minatori lontani e le loro giovani mogli. All’uopo, «confortandole» nei lunghi anni di vedovanza in bianco… Cosa impressiona di più di quei tempi non remoti? L’appellativo che gli svizzeri davano agli italiani: cìncali, che sta per «zingari» e il fatto che nel 1990, quando nel Salento è sbarcata la prima carretta del mare carica di albanesi, c’erano ancora mille bambini italiani clandestini in Svizzera. Negli anni Settanta erano 30mila…

Il Mattino

Con Perrotta nel «cuore amaro» di Marcinelle

La miniera. È il simbolo proverbiale del lavoro più duro e pericoloso, dunque pure l’emblema, sanguinante e fiammeggiante, della santità del lavoro. E forse per questo le miniere son potute diventare, talvolta, persino il crocevia di purissime epopee politiche: giacché presso i minatori belgi – e figuriamoci, con un polmone bucato dalla tubercolosi – trovò asilo il mio compagno Michalis Lilis, lo scrittore comunista greco (tradusse Marx) in fuga dai sicari dei colonnelli.
Ebbene, proprio le miniere di carbone del Belgio sono l’argomento di «Italiani Cìncali!», lo spettacolo di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta che – finalista al Premio Ubu 2004 nella categoria “Nuovo Testo Italiano” – lo stesso Perrotta presenta alla Galleria Toledo nella doppia veste di regista e interprete (nella foto una scena). Più esattamente, qui viene rievocata – sulla base di ricerche d’archivio e testimonianze dei protagonisti – la drammatica e misconosciuta odissea dei nostri emigranti che, per l’appunto, nel secondo dopoguerra andarono a scavare, e spesso a morire, nelle viscere del nord Europa. Per esempio non tutti sanno quel che stava dietro la dichiarazione resa alla Settimana Incom dal sottosegretario agli esteri Brusasca, il quale informava che per ogni lavoratore italiano spedito laggiù, ci arrivarono dal Belgio 200 kg di carbone al giorno.
Dietro quel carbone necessario alla ricostruzione del paese, stavano viaggi di cinquantadue ore in vagoni piombati come all’epoca delle deportazioni naziste ed alloggi «decorosi e a prezzo moderato» ch’erano soltanto le baracche dei campi di concentramento appena sgomberate dai soldati russi. E soprattutto si nascondevano, dietro quell’immondo baratto capitalistico, i topi, la silicosi, il grisou, la «vena 25» in cui, a più di mille metri di profondità, potevi scavare solo stando sdraiato.
Così l’8 agosto del 1956, nella miniera di Marcinelle chiamata «Cuore Amaro», a salvare i compagni non ci fu «il minatore dal volto bruno» della consolante canzone di Bixio e Cherubini: creparono in 263, dei quali 136 erano italiani.
E tuttavia, «Italiani Cìncali!» sfugge a qualsiasi pietismo o polemica risentita, poiché Perrotta si veste di un personaggio che assicura un più che adeguato filtro straniante: Pinuccio il postino, che – unico maschio valido e alfabeta in un paese del Salento ormai abitato solo da vecchi, donne e bambini – nello stesso tempo recapita, legge (omettendo i passi più dolorosi) e scrive le lettere degli o agli emigrati e, all’occorrenza, «consola» le vedove bianche.
Ma non sono, queste, soltanto storie di tempi lontani. « Cìncali», ossia zingari, gli svizzeri chiamavano gli immigrati italiani. E nel 1990, mentre nel Salento sbarcavano i primi disperati albanesi, in Svizzera c’erano ancora mille bambini italiani clandestini.

Gazzetta di Parma

ITALIANI CÌNCALI! – Con Perrotta nelle miniere del Belgio

Bravissimo Mario Perrotta a raccontare, tenendo vivi più piani narrativi, la Storia e le storie, vite vissute coralmente e singoli personaggi, un’alta teatralità tra identificazioni, ricordi, ricerche, chiarimenti, cifre, un equilibrio drammaturgico avvolgente, cambiando toni, accenti, passaggi dialettali, sempre con rigorosa misura nella recitazione, una prova d’attore davvero superba.
Erano giunte informazioni estremamente positive su Italiani cìncali! – parte prima: minatori in Belgio della Compagnia del Teatro dell’Argine di Bologna, drammaturgia di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta. Tra le date dell’estate: Granara, in Valmozzola, provincia di Parma. Un piccolo gruppo di case abbandonate da tempo, acquistate da alcuni ardimentosi con chiari progetti di recupero ambientale, agricolo, architettonico, che ospita, ormai già al terzo anno, un prezioso festival teatrale, due spettacoli al giorno per cinque giorni, tante tende intorno alle abitazioni in pietra, laboratori, spettacoli per bambini, diversi spazi come palcoscenico, all’aperto e al coperto, ma anche un grande tendone da circo.
Un incontro importante: per lo spettacolo, Cìncali, e per questa rassegna, un’estrema cura nella scelta degli spettacoli, nel seguire le esigenze degli artisti, sapendo creare una formidabile sinergia, il pubblico giunto lì, incredibilmente numeroso, sempre pronto a mettersi in gioco, con tanta voglia di confrontarsi, molta attenzione durante gli incontri, un moltiplicarsi di domande, un ascolto vivace, ricco di partecipazione. E malgrado il freddo crescente della sera – lo spettacolo di Mario Perrotta al tramonto, incantevole lo sfondo naturale della valle, il cielo terso, subito limpide le stelle al primo buio – così trascinante era la recitazione, l’opera nel suo complesso, da far cogliere solo il piacere di quella situazione, lui Mario, bambino, ai suoi primi incontri in treno con gli emigranti, ricordi lasciati riaffiorare con intimo calore all’avvio della lunga ricerca di testimonianze sull’emigrazione italiana in Belgio.
All’ingresso il pubblico ascolta frammenti di lettere, memorie orali, «vere» ma interpretate da attori, Laura Curino, Beppe Barra, Ascanio Celestini ed altri, voci che torneranno ad affiorare a tratti durante lo spettacolo, solo un breve parlato «reale», di un anziano che aveva lavorato in miniera trent’anni, lì dove spiega come sia indicibile una tale esperienza, per lui stesso impossibile da spiegare, da far capire agli altri.
Ed è stato questo un nodo drammaturgico essenziale: gli autori – regista lo stesso Perrotta – hanno quindi creato una serie di rispecchiamenti, più punti di vista, il narratore principale un postino rimasto al paese, che leggeva le lettere dei minatori in Belgio ai genitori, alle mogli rimaste sole, entrava in casa, scriveva le risposte. E dentro alla sua vita c’è quindi tutta una moltitudine di esistenze, lontane e vicine – e c’è anche una sua personalissima storia d’amore. 1956, duecentosessantadue i morti di Marcinelle, centotrentasei italiani – ma tutti gli anni, prima e dopo, numerosi erano gli incidenti mortali in miniera, trenta, cinquanta, cifre considerate «normali». Ma l’ultima emozione ricorda la storia di Cyrano, la scoperta che le parole scritte colme d’amore erano di un altro. Straordinario Mario Perrotta, un fiume di applausi, molto interessante tutta l’esperienza del festival di Granara.

Tuttoteatro.com

Voci dissepolte… per ascoltare le grida di oggi

Bologna – Quando gli emigranti eravamo noi, non molti anni fa. “Cìncali” ci chiamavano, in Svizzera: il suono era bello, sembrava un complimento a chi non masticava quelle lingue nordiche. Voleva dire “zingari”, o qualcos’altro di spregiativo. Ce lo racconta l’ultima rivelazione della schiatta dei narratori, Mario Perrotta, in un monologo teso, intelligente, commovente, capace di trascinare fino all’entusiasmo il pubblico, Italiani Cìncali. E’ stato presentato all’ITC di San Lazzaro, un teatrino appena fuori Bologna dove il Teatro dell’Argine, sta puntando tutto su una drammaturgia impegnata a ricostruire la memoria e a riflettere sui nostri tempi. Questa intelligente compagnia ha da poco presentato L’attentato, con la regia di Luigi Gozzi, sullo sparo contro il duce di Anteo Zamboni che aprì, nel 1926, la strada alle leggi speciali; con un gran numero di giovani l’anno scorso ha allestito Cronache da un mondo perfetto, uno spettacolo simile a un gioco di ruolo che precipitava lo spettatore in un colpo di stato, imponendogli non solo di guardare ma anche di prendere posizioni. Perrotta inizia in mezzo al pubblico partendo, come Paolini nel Vajont, dalla propria infanzia, negli anni Ottanta: da quei treni diretti dal suo Salento a Milano-Chiasso-Basilea-Schaffausen-Stoccarda e oltre dove lui veniva caricato per andare a Bergamo a raggiungere il padre, emigrato “per scelta”. Affidato a una di quelle famiglie piene di bagagli e vettovaglie che affrontavano un viaggio interminabile per ritornare al luogo di lavoro, sospese fra la terra che lasciavano, che non era più la loro, e un’altra, lontana, che ugualmente non era mai diventata la loro casa. Facce, atteggiamenti, calore, silenzi perplessi nella nebbia del mattino al risveglio nella pianura padana ci precipitano subito in uno sradicamento, in una sofferenza simile a quella dei disperati delle carrette del mare di oggi. Apparentemente meno violenti, meno minacciati da rischi di morte. Ma il seguito della storia smentirà questa prima nostra sensazione, precipitandoci in un inferno di cui abbiamo perfino cancellato il ricordo. L’attore si trasferisce sul palco, su una sedia, dove racconta un episodio di quella emigrazione, quella in Belgio, subito dopo la guerra, per lavorare nelle miniere di carbone. Narrerà su due piani, montando, insieme con il drammaturgo Nicola Bonazzi, materiali raccolti in un lavoro di indagine sviluppatosi per oltre un anno in molti luoghi, in paesi della Puglia, ma anche di altre regioni del sud, e pure del nord-est produttivo, entrando nei bar e chiedendo: ; avendo, dopo un primo imbarazzo, quasi sempre la stessa risposta: tutti emigranti, anche in quei posti dove ora il benessere attira poveracci da altre parti del mondo. L’attore diventa Pinuccio, il postino che ricostruisce le storie di un paese abbandonato da tutti gli uomini, attirati in Belgio da un manifesto che prometteva lavoro, guadagno, una buona casa e possibilità di ricongiungersi presto con le famiglie, e ritorna voce che giudica fornendo dati, smontando le versioni ufficiali, raccontando l’inferno del lavoro in miniera.
Sì, perché quelle promesse nascondevano un viaggio in vagoni piombati, come i deportati ai lager nazisti, il soggiorno in baracche malsane, la discesa nel ventre della terra, fino a oltre mille metri nel sottosuolo, fino alla “vena 25”, sdraiati a scavare carbone, seminudi, a temperature impossibili, fra i topi e il pericolo di crolli ed esplosioni di grisu. Le promesse nascondevano una deportazione e un immondo scambio della giovane democrazia italiana, che vendeva braccia al Belgio in cambio di sacchi di carbone per far funzionare le sue industrie. E il viaggio verso la speranza di un lavoro, per sfuggire da latifondi abbandonati e dalla fame, nascondeva umiliazioni di visite, selezioni, rifiuti, e poi una vita d’inferno, circondata dal disprezzo degli “ospiti”. Ma non è uno spettacolo indignato, questo. I dati sono tanto agghiaccianti da non dover essere troppo sottolineati: quando elencherà i morti, anno per anno, fino all’esplosione di Marcinelle, 1956, più di duecento seppelliti, bruciati vivi nelle gallerie esplose, più di cento italiani, la voce sarà secca, le luci fredde. Più colorito sarà il racconto delle assenze: la vita del paese rivissuta dal postino, unico uomo valido rimasto, con episodi gustosi e veri e propri atti di pietà, la lettura delle lettere alle donne analfabete cercando di rendere più tollerabile la realtà terribile, il peso delle assenze, le boccaccesche consolazioni delle vedove bianche, il rifiuto di giacere con la più bella ed eccitante, la moglie del grande amico, l’invenzione di rassicuranti lettere inesistenti del suo uomo morto in un incidente sul lavoro. Fino al cambiamento dei tempi, fra l’esplodere del boom economico sintetizzato da una canzone di Celentano e il ritorno di molti. Lo spettacolo fila per più di un’ora ricostruendo un mondo (apparentemente) lontano dal benessere, dall’egoismo attuale. Voci dissepolte, che si allargano dalla miniera ad altre situazioni, alla Svizzera, a quell’epiteto ingiurioso “Cìngali”, che forse viene dalla morra, cinq, giocata dai veneti, meridionali come gli altri, sradicati, disprezzati. E si chiude con i segni di quegli anni sui corpi, sui polmoni pietrificati dalla silicosi, sull’attesa di donne invecchiate che non vedranno tornare più quei ragazzi che le avevano lasciate pieni di speranze, con le voci di Ascanio Celestini, Beppe Barra, Laura Curino, Elio De Capitani che riportano alcune delle testimonianze raccolte, voci che piano piano sfumano nel buio, come quei tempi, quelle sofferenze. Questo lavoro, che ha ricevuto un riconoscimento della Presidenza della Camera dei Deputati, chiude a Bologna la sua prima tournée (e ci auguriamo che possa girare ancora). E’ l’inizio di un progetto più ampio dedicato al lavoro italiano all’estero, per riflettere sul passato e per guardarsi intorno, come fa Perrotta alla fine, quando interrompe gli applausi entusiasti per ricordare un’esplosione di oggi, in una miniera di Valona, Albania. Ancora morti, ancora.

Diario

In fondo alla «vena». Gli italiani in Belgio raccontati da Perrotta

Non è una canotta bossiana quella che Mario Perrotta indossa sul palcoscenico dell’Orologio, mentre fa ripartire il teatro da una sedia e un bicchier d’acqua: è una canotta da cafone del sud che racconta, come sa e come può, la favola nera dell’emigrazione che svuotava i paesi quando gli albanesi (anzi gli zingari, i cìncali) eravamo noi. E il «quando», appunto, è uno dei punti forti di Italiani cìncali!: appena nel 1947, ma ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, fiumane di lavoratori italiani stipavano treni speciali diretti à la Belgique, per infilarsi sotto la terra del Brabante, a Charleroi, a Marcinelle, vittime designate di uno scambio impari con l’Europa «del carbone e dell’acciaio».
Epopea di emigrazione, dunque, ma anche un poco di deportazione: non a caso i confortevoli alloggi magnificati dalla propaganda erano ex baracche dei campi di concentramento. Perrotta la narra con passione, alternando la prosa della cronaca alla poesia della testimonianza orale: lui è l’aedo, cioè il postino Pinuccio, ultimo maschio sopravvissuto in un villaggio del Salento che va di casa in casa leggendo, decifrando e spesso inventando le lettere degli esuli. Nell’uso liturgico della ripetizione, in quello lirico della digressione, la sua performance deve forse qualcosa alle narrazioni ellittiche di Ascanio Celestini, il re degli schnorrer dell’affabulazione (di cui si ode la voce registrata), ma la generosità e l’energia sono tutte sue. Il risultato, anche: il pubblico, all’inizio perplesso, si cala, è il caso di dirlo, nei cunicoli saturi di grisou dove il cinismo paleoindustriale relegava gli oscuri eroi della sua marcia trionfale.
Dopo un’ora e un quarto in crescendo, i muri della sala trasudano la paura infera della «mina» — e non sembra più incredibile che, appena ieri, l’Italia ripulita, amerikana e neo-razzista, respirasse e morisse mille metri sotto, nella letale «vena 25».

Il Piccolo

«Italiani Cìncali!» secondo appuntamento della rassegna ContrAzioni al Comunale di Monfalcone

Quell’Italia povera, laggiù in miniera
Lo spettacolo racconta l’emigrazione del dopoguerra verso il Nord dell’Europa Monfalcone Raccontare storie. Raccontare l’Italia agli italiani. È il compito che il Teatro si è dato, dopo che ha smesso di farlo la stampa. Buttati all’inseguimento della litigiosità politica, i giornali italiani spesso non fotografano più il Paese, hanno lasciato da parte la storia quotidiana, hanno rinunciato alle inchieste. Se ne occupa invece il Teatro, quello più recente, con una vivace generazione di narratori sociali, che contava Marco Paolini tra i primi, ma ne accoglie oggi molti altri, volenterosi e dotati.
Uno di questi è Mario Perrotta, pugliese, poco più di trent’anni. Perrotta si è preso la briga di studiare (assieme al drammaturgo Nicola Bonazzi) la diaspora degli emigranti meridionali e ne ha tratto i materiali per un lavoro, «Italiani Cìncali!» articolato su due spettacoli. Al Comunale di Monfalcone è andato in scena qualche sera fa il primo, «Minatori in Belgio».
Performance intensa, di cui si incarica da solo, e nella quale la forza delle parole è tutto. Soltanto di una sedia ha bisogno il narratore per restituire all’Italia odierna, campionessa di telefonini e carte di credito, l’immagine di ciò che era 50 anni fa, povera e affamata. Perrotta alterna la parlata leccese con parti in lingua italiana e tra lo spuntare dei fatti e la messa in campo dei documenti, racconta il sudore, i viaggi, la fatica, la polvere nera degli «arruolati» del Sud «venduti» sui mercati dell’industrializzazione.
All’Italia andavano 200 chili di carbone al giorno in cambio di ogni lavoratore spedito a scavare nelle miniere belghe. Tratta di braccia, compravendita di forza lavoro, che gli stessi minatori – quelli che si sono salvati dalla silicosi o dalle stragi come Marcinelle – faticano oggi a raccontare nella perdita di memoria e nello svanire delle parole. Così «Italiani Cìncali!» è la testimonianza viva e coinvolgente, quando non è atroce, di quell’emigrazione all’inferno. Una discesa nel buio, nel caldo che asfissia, nel fuoco della terra, appena appena filtrata dall’aver scelto come testimone la figura del postino Pinuccio, sedicenne che diventa il tramite delle lettere spedite dai minatori alle mogli rimaste a casa. E se fa male l’elenco dei lavoratori morti sottoterra, mentre in Italia canta il primo Celentano, la grazia di «Italiani Cìncali!» è anche di trovare in quella formula che è un insulto (Italiani zingari!) istanti di breve sorriso e momentanea consolazione.

Messaggero Veneto

Una Storia che commuove, “Minatori in Belgio” coinvolgente monologo di Perrotta

Udine. Ecco l’ultimo arrivato della schiera sempre più numerosa di teatranti narratori, tanto quello del teatro di narrazione sembra essere oggi una delle poche se non la sola autentica novità della scena teatrale nazionale. Teatro di narrazione uguale teatro civile, nel senso che questo genere di teatro si fa carico di raccontare, per ricordare per non dimenticare il passato e forse capire meglio il presente, pagine e storie dell’Italia di oggi e di ieri, spesso storie piccole, famigliari, di un paese, di un tempo ben preciso. Altre volte sono invece i grandi giochi della politica o dell’economia a entrare di prepotenza nel gioco della narrazione per farsi affresco di una società e di un’epoca. È stato così, tanto per ricordare i più recenti passati sulla scena di casa nostra, con il monologo di Laura Curino sulla sua infanzia in quel di Valenza Po, città dell’oro e per Parlamento chimico di Marco Paolini, drammatica ricostruzione di una storia industriale tutta italiana, di ingiustizia e di traffici sporchi di finanzieri e politici. L’ultimo arrivato, dunque. Si chiama Mario Perrotta e viene dal sud e ha scritto con Nicola Bonazzi Italiani Cìncali – Minatori in Belgio, l’altra sera all’Auditorium Zanon di Udine per la Rassegna Akropolis diretta da Angela Felice per il teatro Club. Perrotta, dopo un lavoro di ricerca durato un anno a girare paesi e archivi, ha imbastito la storia di un paese del nostro meridione, un paese di emigranti minatori in Belgio, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale. Minatori come merce di scambio con il carbone che il Belgio garantiva al nostro Paese per la ricostruzione a fronte di trentamila braccia di cafoni e contadini senza terra da sfruttare in fondo alle miniere di Charleroi o Marcinelle. Una storia con la esse minuscola, quella che vede il postino Pinuccio, l’unico maschio rimasto in paese e unico in grado di leggere, inventare il contenuto di lettere che invece dicono la fatica, la disperazione, lo sfruttamento, la desolazione di una condizione umana: il suo, infatti, è a poco a poco il ruolo del consolatore. Consolatore delle donne rimaste sole, consolatore nello spirito e nella carne. E mentre Pinuccio, solo in scena, seduto su una sedia in maglia di lana felpata, snocciola personaggi e avvenimenti di un piccolo paese strozzato nella miseria e nell’aridità di una terra che non produce, una terra abbandonata perché di un ricco proprietario, fuori campo si sentono le testimonianze di chi quella terra ha dovuto lasciare incantato dal miraggio di una vita migliore. Il risultato è di grande coinvolgimento, anche perché, con estrema facilità e una notevole sapienza drammaturgica che calibra il racconto in un delicato equilibrio tra pubblico e privato, tra soggettivo e oggettivo, il narratore passa dalla prima persona di Pinuccio alla terza del dato storico, sociologico e politico. Ne viene una serata di importante teatro civile, proprio in un momento in cui il problema dell’immigrazione – non siamo più noi a dovere cercare fortuna, oggi vengono da noi – ritorna con drammatica attualità ed urgenza. E non dimenticare quello che siamo stati, ci aiuta a capire meglio, di più e con più umanità chi oggi, novelli Cìncali (zingari in senso dispregiativo, così venivano chiamai fino a pochi decenni i nostri emigranti in Svizzera) rivive odissee che sono anche nel nostro patrimonio storico e culturale.
Lunghi e commossi gli applausi che hanno siglato la bella prova di Perrotta.

Il Giorno

I racconti di quando gli stranieri eravamo noi

Sul palco solo una sedia di legno, ma la scena è piena, affollata di parole, di storie, di denunce. La riempie Mario Perrotta con il suo “Minatori in Belgio”, prima parte di un progetto che sotto il titolo complessivo “Italiani cìncali” comprende anche “La turnàta” (in scena dal 6 al 18 marzo). Sono i sogni, e le molte vite infrante di quanti, negli ani Quaranta e Cinquanta, partirono alla volta di un Eldorado che si concretizzò, invece, in un calvario vissuto, per chi ha avuto la forza e la fortuna di sopravvivere, nel sottosuolo minerario del Belgio. La data fatidica è l’8 agosto 1956, il luogo: la miniera di Martinelle, in Belgio. Le cifre: 262 morti, 136 dei quali italiani. Ma non fu solo questo. In quegli anni la media dei morti nelle miniere belghe era uno ogni tre giorni. Sempre. E “Minatori” denuncia e racconta. Il bravo Perrotta denuncia snocciolando cifre, dati e dichiarazioni ufficiali degne di un “Blob” della vergogna. E racconta, dopo un lavoro di ricerca e di dialogo (durato quattro anni) con chi quel calvario lo visse in prima persona, interviste e spaccati di vita vera che propose anche in un breve video al termine dello spettacolo scritto insieme a Nicola Bonazzi.
È un postino che racconta la storia di un piccolo paese del Sud che si svuota per la “grande occasione”. Un postino che sa tutto di tutti, perché in un paese è l’unico a saper leggere e scrivere. E legge, le lettere che arrivano dagli uomini emigrati in Belgio, e scrive, le risposte delle donne che sono dovute rimanere in paese. Perrotta, che aspettiamo di rivedere in “La turnàta”, già presentato la scorsa stagione al Verdi, e dedicato all’emigrazione in Svizzera vista attraverso gli occhi di un bambino segregato in casa perché forzatamente clandestino, denuncia e racconta con bravura, buon ritmo e tempi giusti. Misurato ma non troppo, per uno spaccato duro e triste. Ma anche necessario perché non abbia a ripetersi, e anche perché si comprenda come noi, chiamati dagli svizzeri “cìncali”, cioè zingari, eravamo ieri gli emigranti, gli stranieri, che oggi, spesso, non tolleriamo nel nostro Paese.
“Italiani cìncali. Andata e turnàta” di Mario Perrotta e Nicola Bonazzi, con Mario Perrotta. “Minatori in Belgio” fino al 4 marzo e “La turnàta” dal 6 al 18 marzo, al Leonardo.

Gazzetta del Mezzogiorno

“Italiani Cincali!” in scena all’Orologio. Con più di qualche emozione.Sulla pelle dei dannati senza

Il salentino Perrotta racconta storie di ordinaria emigrazione.
ROMA – E’ un oratorio laico di sole parole, trepidante e coinvolgente; un monologo appassionato e toccante; una testimonianza dolorosa e bruciante sull’emigrazione italiana del secondo dopoguerra. E Italiani Cìncali! uno spettacolo interpretato e diretto dal leccese Mario Perrotta, anche autore del testo con Nicola Bonazzi, che dopo un rodaggio nello scorso mese di agosto in alcuni comuni del Salento è ora in scena al Teatro dell’Orologio a Roma (Sala Artaud) nel suo assetto definitivo.
Nel torrentizio flusso di parole che Perrotta rivolge al pubblico, quasi alla stregua di un fabulatore, c’è quasi un anno di lavoro di ricerca, di testimonianze scritte e orali girando in macchina per il Sud (nel Salento in particolare), entrando nei bar e chiedendo alla gente comune storie di emigranti, di cìncali, cioè di zingari (cosi venivano chiamati gli emigranti italiani in Svizzera), costretti a lasciare il proprio paese per un pezzo di pane, Solo in scena, canottiera bianca e piedi scalzi, Mario Perrotta s’affida a ricordi personali di viaggi sull’Espresso Lecce-Stoccarda, quando da ragazzo veniva affidato dalla madre agli emigranti per raggiungere il padre che lavorava a Bergamo, per poi dare voce a un postino, coscienza involontaria di un’intera comunità e ponte ideale con il mondo, lui che ha viaggiato più di tutti senza mai muoversi dal paese.
Ecco allora materializzarsi storie di solitudine e di disagio, di speranze e nostalgie, di amori e di affetti familiari “interrotti”, di lavoro duro e scavare nelle miniere di carbone, profonde come abissi e nere come la notte. E vengono alla memoria morti, tragedie come quella di Marcinelle, il nome del paesino del Belgio diventato il simbolo di una sciagura italiana. Il postino elenca anni e vittime, in un crescendo emotivo che lascia senza fiato, e le migrazioni di ieri si confrontano con quelle di oggi, col Salento che prima esportava braccia da lavoro mentre oggi accoglie uomini in fuga dalle guerre e dalle disperazioni sociali.
Gran bell’esempio di teatro civile quello proposto da Perrotta, che ha scelto di dare voce all’emigrazione verso i paesi del Nord-Europa, a quegli emigrati considerati di scarto rispetto a quelli che partivano per paesi transoceanici. Quell’emigrazione negletta, finora tenuta in poco conto, nelle sue parole esplode in tutta la sua tragedia e chiede attenzione, riguardo, verità e dignità.
La realtà allora diventa teatro e poi ancora emozione, che Perrotta fa arrivare dritta al cuore con la sua interpretazione attenta, scrupolosa, intensa. A questa prima parte denominata Minatori in Belgio, primo caso di emigrazione assistita dallo Stato del dopoguerra, ne seguirà una seconda neI 2004 che si occuperà degli emigrati in Francia, Svizzera e Germania e l’intero spettacolo che gode del patrocinio del Ministero degli Italiani nel Mondo, sarà presentato in un’unica serata l’8 agosto del 2004 a Marcinelle, per commemorarne la tragedia mineraria avvenuta nel 1956 nella cittadina belga.

L'Eco di Bergamo

Il Teatro dell’Argine e il dramma dei minatori italiani morti in Belgio. Per non dimenticare

Ci sono storie che fanno ridere e piangere e sconvolgono il modo stesso di guardare le cose. Ci sono storie raccontate bene, anche molto bene, che rendono superflua ogni costruzione formale. Ci sono storie, infine, che ci strappano i paraocchi, invalidano in un istante decenni di menzogne, vanificano ogni retorica. Sono storie Italiani Cìncali! andato in scena sabato all’Auditorium di Ponteranica nell’ambito della stagione organizzata da Erbamil per i Circuiti teatrali lombardi. Italiani Cìncali! è la produzione che sta rivelando il bolognese Teatro dell’Argine. Tra l’altro, è l’unica narrazione di un gruppo che, per il resto, predilige gli strumenti classici della drammaturgia. Uno spettacolo di ottima fattura in cui Mario Perrotta alterna con grande perizia la narrazione pura al monologo di narrazione, il racconto storico all’invenzione scenica, il tragico al comico. È merito di una buonissima tecnica, merito anche del testo, scritto a quattro mani con Nicola Bonazzi, uno dei tanti giovani autori da tenere d’occhio. Ma non è per questo che Italiani Cìncali! sconvolge. I buoni spettacoli e le buone giovani compagnie non mancano. A sconvolgere è il tema, una delle pagine più nere della nostra storia. È la vicenda degli emigranti italiani in Belgio tra la fine della Seconda guerra mondiale e i primi anni sessanta. Di quella vicenda oggi si ricorda a malapena la catastrofe di Marcinelle, il crollo della miniera e la morte di centinaia di uomini. Il tutto in genere (esistono poche eccezioni) è avvolto nel drappo patriottico e servito con un’abbondante retorica sugli “italiani povera gente”: ovvio, altrimenti il boccone non andrebbe giù. La realtà è diversa e la narrazione di Perrotta ha il merito di rievocarla senza imboccare nessuna scorciatoia patetica, senza astio, ma anche senza falsa pietà. Il governo italiano stipulò con il Belgio, appena dopo la guerra, un trattato: uomini in cambio di carbone, un tanto a persona. E serviva sbarazzarci di disoccupati sicuri, fonte altrettanto sicura di guai. Tutto questo sullo sfondo di due Paesi distrutti, un’Europa affamata, un’Italia da poco democratica. L’Italia rispettò l’accordo, reclutando emigranti ovunque: il 70% nel Nord Italia. Solo che agli emigranti non si raccontava che cosa gli aspettava: la miniera, un chilometro sotto terra, strisciando dietro la vena di carbone, a scavare la propria tomba in cambio della silicosi. Attraverso la figura del postino di un paese pugliese (l’unico uomo rimasto, l’unico alfabetizzato) Perrotta ricorda tutto questo. E in qualche modo cura una ferita mai rimarginata nelle nostre coscienze: la ferita inflitta dal silenzio in cui queste vicende sono, per troppo tempo, sprofondate.

Sipario n. 655-656

Italiani cìncali

Italiani cìncali! è un progetto nato nell’inverno 2002 e frutto di una lunga ricerca da parte degli autori che ha dato vita a due spettacoli distinti e ha chiuso la prima fase del suo percorso a settembre, con la messa in scena del primo spettacolo sull’emigrazione italiana del secondo dopoguerra.
Obiettivo principale del progetto è stato quello di evidenziare l’emigrazione verso i paesi del nord-Europa, emigrazione concettualmente e sostanzialmente diversa da quella verso le Americhe dove l’idea di tornare era praticamente abolita dall’inizio a causa della lontananza, mentre chi partiva verso i paesi europei economicamente più evoluti, covava il desiderio di tornare, e questa loro provvisorietà li faceva considerare solo braccia da lavoro.
Un anno di ricerche e di studi senza una meta ben precisa perché presto ci si accorgeva che le storie nei vari paesi del Nord e del Sud si assomigliavano tutte, praticamente i paesi si svuotavano e rimanevano solo bimbi, donne e il postino, unico mezzo di congiunzione con gli emigranti e consolatore delle donne per alleviarne la solitudine; così mentre il nostro paese si preparava ad un grosso boom economico e culturale, si nascondeva la testa nella sabbia per non vedere e tacere sulla vergogna di quei poveri figli esuli. E che vita dura e di stenti essi dovettero affrontare e per di più con scarsa considerazione da parte dei loro più fortunati connazionali.
Se non fosse stato lo stesso co-autore e regista Mario Perrotta a spiegarci il significato di questa arcana parola cìncali credo non sarebbe stato possibile arrivare ad alcuna soluzione.
“Cìncali cioè: zingari! –ci dice Perrotta – così credevano di essere chiamati gli italiani emigranti in Svizzera; pare, invece, che fosse una storpiatura di cinq, “cinque” nel linguaggio degli emigranti padani che giocavano a morra, ma comunque voleva dire anche zingari!”
Oltre il deserto del proprio vivere, essi, solo con gli occhi della memoria ritrovano attimi di serenità intrisi di profonda nostalgia, quasi che i ricordi fossero rubati e non parte integrante della loro esistenza.
Un buon lavoro sia per le ricerche, sia per il testo che scorre via veloce ed è decisamente bello, che per la personale interpretazione di Mario Perrotta attore giovane con delle ottime chances al suo attivo.

Il Tempo

«Italiani cìncali!» Storia della prima immigrazione assistita

Vite vendute per un po’ di carbone
Scena e ricerca restituiscono il dramma di chi partì per non tornare. UN’EPOPEA vicina, ma ormai anche lontana, quella dei nostri emigranti, costretti ad affrontare paesi, lingue, sensibilità nuove per una speranza di vita che consentisse loro di sfamarsi e di costruire una vita migliore per sé e per la propria famiglia.
Un’epopea di ignoti titani, gettati alla ventura dalla miseria e dalla disperazione di un Paese sconvolto dalla guerra, che il tempo del consumismo e dell’indifferenza tende oggi ad archiviare, ma di cui è importante invece tener desta la memoria. Per ricongiungersi a un passato che preservi vive le radici del nostro presente e magari ci aiuti a capire la realtà di oggi, drammaticamente segnata dalle carrette dei nuovi emigranti provenienti dal mare. Ripercorrendo le tracce di coloro che presero la strada della Francia, della Svizzera, del Belgio, con l’obiettivo di tornare e si trovarono invece precipitati, per spesso perirvi, in un incubo di abbrutimento e di paura, insidiato dal grisou delle miniere e illuminato solo dal pensiero del paese in cui avevano lasciato le loro donne, i loro figli, i loro vecchi. Un incubo, intrecciato di promesse ingannevoli e inenarrabili realtà, che rivive con terribile evidenza in questo «Italiani cìncali!», spettacolo iniziale di un progetto imperniato sul primo caso di emigrazione assistita dallo Stato nell’immediato dopoguerra e realizzato in collaborazione con la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Lecce e col sostegno del Ministero degli Italiani nel Mondo sulla scorta di accurate ricerche storiografiche, di materiali di archivi pubblici e privati, lettere, diari e testimonianze orali. Dove il titolo allude all’espressione con cui venivano chiamati in Svizzera i nostri connazionali. Probabilmente una storpiatura della parola cinq, cinque, usata dagli emigranti padani nel gioco della morra. O forse semplicemente zingari. E in ogni caso un’espressione spregiativa diretta a uomini che venivano considerati soltanto come braccia da fatica. La cui esperienza al limite dell’umano rivive attraverso il racconto, diretto e interpretato da Mario Perrotta, che ne è anche autore insieme a Nicola Bonazzi, di un postino, unico, come spesso accadeva, a saper leggere e scrivere in un paese di analfabeti. E per ciò stesso depositario delle sue storie, intrecciate di sacrifici, di attese, di nostalgie e di abbandoni. Mentre le condizioni terrificanti della miniera affiorano con sconvolgente evidenza sul filo di una narrazione pacata e priva di enfasi, punteggiata delle voci registrate di Ascanio Celestini, Peppe Barra, Laura Curino, Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. Restituendo, tra momenti di sorridente levità e di coinvolgente tragicità, le vite disperate di uomini venduti per un sacco di carbone.

Il Messaggero

“Italiani Cìncali!”, gli amori e i dolori dei minatori in Belgio

Nelle piccole sale dell’Orologio gli spettatori se ne stanno a un passo dal palco, e possono vedere da vicino gli occhi dell’attore, leggere l’amore, l’imbarazzo e il dolore. L’amore per i fratelli (non per sangue, ma per elezione), l’imbarazzo per non sapersi cavare d’impaccio quando la moglie del migliore amico chiede un affetto speciale, il dolore per la morte incomprensibile ed evitabile, sono negli occhi del postino Pinuccio (Mario Perrotta), mentre racconta le storie raccolte in Italiani cìncali! (zingari?) ovvero Minatori in Belgio, prima parte di un progetto dello stesso Perrotta e di Nicola Bonazzi sugli emigrati italiani. Gli uomini, dopo la seconda guerra mondiale emigrano, in paese rimane solo il postino, e così inizia per lui il periodo della consolazione delle femmine. Perché tutto è lecito in amore e in guerra, anche immaginare, ostinarsi a non voler vedere, per mantenere in vita quello che c’è. Fino al 12 ottobre alla sala Artaud.

Hystrio

Lettere dalla miniera

Storie di straordinaria emigrazione. Non quella che ha portato gli italiani oltreoceano, nelle Americhe, in Brasile o in Argentina agli inizi del secolo scorso, quella del sogno e del non ritorno, ma l’altra, cominciata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, più tragica e sofferta, che spinse molti italiani del Sud a prendere il treno e andare al Nord: chi all’interno dei confini italiani, chi raggiungendo Paesi come la Svizzera, la Germania, la Francia, il Belgio, per andare là dove veniva garantito un lavoro, e magari dopo qualche anno il ritorno a casa. Ma quei due soldi di speranza per molta gente si trasformarono in destino di morte, in incubo quotidiano, rassegnazione, e nostalgia della famiglia lontana. Il teatro a differenza del cinema, non ha quasi mai trattato questo tema, a cui la Compagnia del Teatro dell’Argine ha deciso di dedicare un Progetto che darà vita a due distinti spettacoli, il primo dei quali riguarda i minatori italiani in Belgio, giunti lì da ogni parte del meridione d’Italia, soprattutto dalla Puglia, da Lecce, regione di cui è nativo Mario Perrotta, che con passione si è dedicato alla ricerca di una possibile memoria storica di questo recente passato, individuandola nelle lettere che i minatori, insieme ai soldi, inviavano alle proprie famiglie.
Testimonianze desolate, terribili, racconti allucinati delle discese nell’inferno delle miniere, e la paura di non riuscire più a risalire, sepolti vivi, come accadde a Marcinelle l’8 agosto del 1956, dove morirono 136 italiani, insieme ad altri 126 minatori di altri paesi, e dove vera giustizia non fu mai fatta. Mario Perrotta crea teatralmente la figura di un postino, personaggio a cui dà voce insieme a tanti altri di cui ci parla sia attraverso le parole scritte che quelle trasmesse oralmente: documenti ufficiali, note didascaliche, dialoghi felicemente ricostruiti, situazioni inventate. Un intelligente e sensibile miscuglio di dati certi e fatti plausibili dà al denso monologo uno spessore ed un’incisività scenica semplice e coinvolgente, cui forse fa da unico limite la visibile differenza fra l’enorme impegno mostrato in scena, la ricca qualità del materiale raccolto, e una recitazione, a toni e gesti, troppo uniformata alle varie, esemplari, modalità del teatro di narrazione.

Repubblica - ed. Napoli

Miniere dell’infamia alla Galleria Toledo

Piccola biografia di un giovane salentino all’inseguimento di una memoria che la storia ha cercato di cancellare. Gioco di ricordi che si intrecciano a raccontare una vita, una gente, un tempo non troppo lontano che ci pare infame: Italiani cìncali è in scena alla Galleria Toledo, prima parte di un progetto sul lavoro degli italiani emigrati per lavorare nelle miniere del Belgio. L’hanno scritto, lavorando a ricucire cronache, memorie e invenzione di lieve poesia Nicola Bonazzi e Mario Perrotta. Quest’ultimo si è assunto il compito poi di raccontarle. Palcoscenico nudo, lui seduto racconta e si inseguono buie visioni nelle profondità di una miniera di carbone, o fantasie luminose tra le braccia di donne da consolare. Dolore, amore, sesso, sogni, speranze, delusioni.

Teatro.unisa.it

Alla Galleria Toledo Storie di emigrazione

Italiani cìncali – lo spettacolo in scena a Galleria Toledo, scritto da Nicola Bonazzi unitamente a Mario Perrotta, che ne è anche il regista e l’interprete unico – impone allo spettatore una profonda, severa e accorata riflessione sul lavoro e l’esistenza marginale di quegli italiani che, per sopravvivere e dar da mangiare alle loro famiglie, furono costretti, negli anni ’50, alla vigilia del boom economico, ad emigrare in Belgio, e qui a lavorare e, non di rado, a morire nell’inferno delle miniere di carbone: l’esempio più eclatante è, come è noto, quello della miniera di Marcinelle. Una riflessione che però, come si può facilmente dedurre dall’architettura, peraltro perfetta, dello spettacolo, nonché dall’impianto “ideologico” che ne plasma i contenuti, non può e non deve restare semplice astrazione speculativa, ma dare corpo ad un coinvolgimento emotivo e ad un sentimento di viva partecipazione alle sorti, spesso tragiche, degli operai che, nella fatica e nel sudore, videro svanire tutte le loro speranze, traditi da uno Stato che li vendette “per un sacco di carbone”: anime immolate sull’altare di quel capitalismo e di quel benessere, di cui non poterono mai godere i frutti che avevano contribuito a creare.
E a tal proposito, viene quasi naturale riportare le parole, dure ma appassionate, che Karl Marx scrisse in Manoscritti economico-filosofici del 1844 riguardo al lavoro: “[…]Certamente il lavoro produce meraviglie per i ricchi, ma produce lo spogliamento dell’operaio. Produce palazzi, ma caverne per l’operaio. Produce bellezza, ma deformità per l’operaio. Esso sostituisce il lavoro con le macchine, ma respinge una parte dei lavoratori ad un lavoro barbarico, e riduce a macchine l’altra parte[…]”.
Dunque, Mario Perrotta, in un’ora e mezza circa di spettacolo, ci regala l’umanità semplice e sincera di quegli operai-emigranti: svelandone le emozioni più intime, le sofferenze quotidiane, i sentimenti di nostalgia, i moti d’orgoglio, l’amore per le donne lasciate al paese, il tutto per bocca di un postino, simbolica figura di affabulatore di fatti ed emozioni, depositario della “parola” e, di conseguenza, del “mythos”. Mythos che qui intendiamo come racconto, tale che – facendo riferimento all’approccio strutturalistico dello studioso italiano Pettazzoni – esso non è finzione né favola, ma storia vera: in quanto narrazione di fatti accaduti in una condizione antecedente e determinante la realtà attuale perché capace di mettere in moto forme rituali utili alla società. Insomma, il postino magnificamente interpretato da Perrotta diviene, per una sorta di scivolamento metonimico, il segno scenico della memoria e, quindi, allegoria di un teatro di impegno civile.
Perrotta racconta, con fervido incanto ipnotico, non disdegnando qualche giusto slittamento verso una dimensione più ironica, utile a non appesantire il percorso drammaturgico, della tragedia di Marcinelle (262 morti), lasciando che immagini vivide dei fatti tragici dell’8 agosto del ’56, prendano forma davanti ai nostri occhi e si imprimano, con tutta la loro violenza emotiva, nella nostra memoria e nella nostra anima. A tal proposito, ci sembra interessante riportare le parole di una delle firme più autorevoli del nostro giornalismo, Igor Man, che nella “miniera Belgicca” – come fa dire Perrotta al suo postino originario del Salento – è sceso per tentare, come dice lui stesso, di dare una testimonianza “della discesa nei pozzi, di quel che significa frugare nell’intimo della terra profonda alla ricerca del carbone”. Il racconto è pervaso da una sensazione di profonda angoscia: “Al colmo della breve salita c’è una strozzatura, strisciamo nel carbone attraverso un breve tunnel non più ampio di cinquanta centimetri. Come accade di soffrire negli incubi si va avanti a fatica, il respiro mozzo, con addosso tutto il peso del mondo. Evasi dalla strozzatura eccoci in piena taglia, vale a dire il filone del minerale, proprio dentro il carbone. Trasferiamo il corpo affaticato su uno scivolo di lamiera, largo quaranta centimetri, inclinato a trenta gradi e prendiamo a scivolare col carbone che i minatori vi gettano implacabili a palate. Rassegnatamente scivolo sprofondando in un abisso senza fine. Da quando ho indossato la divisa del minatore ho abdicato alla mia volontà, non mi è neanche concessa l’autonomia di un gesto, né riesco a formulare pensiero che non sia legato all’immediato presente”. È la stessa angoscia che pervade lo spettatore quando, sulle scene, Perrotta racconta la vicenda di Michele, un minatore che, con orgoglio, si infilava nei cunicoli stretti della miniera, sfidandone la pericolosità e mettendo a rischio la propria vita.
Una drammaturgia vibrante di poesia realistica, cruda e tenera ad un tempo, una regia attenta e perfettamente calibrata nell’adattare la scrittura drammaturgica alle esigenze sceniche, un’interpretazione intensa, a tratti commovente, fanno di Italiani cìncali uno spettacolo da non perdere. Uno spettacolo che lascia il segno, polemico, duro, implacabile nei confronti di un potere politico cinico e senza scrupoli, capace di sacrificare i suoi cittadini in nome di quel progresso che, da sempre, costituisce la giustificazione ipocrita e vergognosa addotta dai governi di fronte alle guerre o alle sciagure come quelle di Marcinelle, del Vajont, del Frejusse ecc. Uno spettacolo amaro, in cui la paura, le pene, gli affanni di un’esistenza povera e fragile avvolgono tutto, anche quei brandelli d’amore rubato per non sprofondare negli abissi della più tetra solitudine.

L'Unità - ed. Campania

Alla Galleria Toledo la tragedia di Marcinelle

Italiani cìncali, spettacolo in scena a Galleria Toledo fino a domenica, scritto da Nicola Bonazzi e Mario Perrotta, regista e interprete unico, impone alo spettatore una profonda e accorata riflessione sul lavoro e l’esistenza marginale di quegli italiani che, per sopravvivere, furono costretti, negli anni ’50, ad emigrare in Belgio, e qui a lavorare e, non di rado, a morire nell’inferno delle miniere di carbone: valga per tutte Marcinelle. Una riflessione che però, come si può facilmente dedurre dall’architettura, peraltro perfetta, dello spettacolo, nonché dall’impianto “ideologico” che ne plasma i contenuti, non può e non deve restare semplice astrazione speculativa, ma dà corpo ad un coinvolgimento emotivo e ad un sentimento di viva partecipazione alle sorti, spesso tragiche, degli operai che, nella fatica e nel sudore, videro svanire tutte le loro speranze: anime immolate sull’atare di quel capitalismo e di quel benessere, di cui non poterono mai godere i frutti che avevano contribuito a creare. E a tal proposito, viene quasi naturale riportare le parole che Karl Marx scrisse in “Manoscritti economico-filosofici del 1844” riguardo al lavoro: >.
Dunque Mario Perrotta, in un’ora e mezza circa di spettacolo, ci regale l’umanità semplice e sincera di quegli operai-emigranti: svelandone le emozioni più intime, le sofferenze quotidiane, i sentimenti di nostalgia, i moti d’orgoglio, l’amore per le donne lasciate al paese, il tutto per bocca di un postino, simbolica figura di affabulatore di fatti ed emozioni, depositario della “parola” e, di conseguenza, del “mythos”. Mythos che qui intendiamo –citando lo studioso italiano Pettazzoni- come storia vera: narrazione di fatti accaduti in una condizione antecedente e determinante la realtà attuale e capace di mettere in moto forme rituali utili alla società. Insomma, il postino magnificamente interpretato da Perrotta diviene, per un asorta di scivolamento metonimico, il segno scenico della memoria e, quindi, allegoria di un teatro di impegno civile. Una drammaturgia vibrante di poesia realistica, cruda e tenera ad un tempo, una regia attenta nell’adattare la scrittura drammaturgia alle esigenze sceniche e un’interpretazione intensa, a tratti commovente, fanno di Italiani cìncali uno spettacolo da non perdere.

Gazzetta politica

Soli sulla scena a rifare la storia

Negli anni Novanta il racconto di un singolo attore diventa un genere, fino ad essere oggi uno dei tratti distintivi e più autentici del teatro del nostro paese

In principio fu Dario Fo con il suo Mistero Buffo, uno spettacolo diventato storia […] Poi, dagli anni Novanta, il racconto di un uomo solo diventa un genere, fino ad essere oggi uno dei tratti distintivi e più autentici della scena italiana.
E questo raccontare, spesso si sposa con le esigenze del teatro di impegno civile, dice dell’attualità e del suo svolgersi, indaga i fatti con il piglio del reportage giornalistico, senza mai perdere di vista che, comunque, sempre di occasione artistica si tratta e dunque di essa vengono rispettate le forme e le regole. […] di vissuto, che si attacca alla pelle per non lasciarla mai più, parlano le storie dei nostri narratori. Uomini e donne di teatro che all’inizio si chiamano Marco Baliani, Marco Paolini, Laura Curino.
Baliani apre una strada tra l’’89 e il ’90 con il suo Kohlhaas, un esempio che ancora oggi, a quasi tre lustri di distanza, riesce a catturare ed emozionare […] Poi c’è Paolini, che comincia con gli Album la narrazione del clima degli anni Settanta, per arrivare, più tardi, a due grandi tragedie nazionali: c’è dietro soprattutto la passione per la verità nei suoi Racconto del Vajont e I-Tigi. Canto per Ustica. E c’è, ancora, la Curino, che in Olivetti racconta la vita del signor Camillo, il papà della Lettera 32 tratteggiato dalla mamma Elvira e dalla moglie Luisa, storia di “un sogno industriale, culturale, civile, unico in tutta l’Europa”.
Storie e vite, come quelle che diventano immagini grazie alla sapienza di una seconda generazione di affabulatori. Qui gli esempi di Ascanio Celestini, Davide Enia e Mario Perrotta: di alcuni loro spettacoli, in questa stagione in tournèe nelle sale italiane, parleremo infatti di seguito. Messinscene con un segno comune: il racconto di luoghi e personaggi conosciuti a fondo, perché sono i territori dove i nostri attori-autori hanno le loro radici. Ascanio Celestini: Radio clandestina
Ascanio è un elfo elegante, un mago della parola. Anche nel passaggio più drammatico non perde quel suo sorriso dolce e malinconico, che è pietà per i vinti, condivisione con gli sconfitti dalla storia. Radio clandestina è un racconto della sua Roma in uno dei giorni più bui: 24 marzo 1944, data della strage nazifascita alle Fosse Ardeatine, con il suo pesantissimo carico di 335 vittime. Lo spettacolo ha ormai tre anni di vita, ma il suo meritato successo non accenna a diminuire.
Dopo quell’emozionante debutto all’interno dell’ex carcere di via Tasso – nell’ambito della manifestazione I luoghi della memoria, che accende ogni anno l’autunno romano – ci sono state più di trecento repliche, ovunque. Sì, nei teatri. Certo, nelle stagioni di prosa. Ma, soprattutto, negli spazi non convenzionali, non immediatamente vocati alla scena, perché, come dice Ascanio, “questa è una storia che tutti devono conoscere, anche quelli che non vanno a teatro”.
Lo spunto per Radio clandestina viene da un libro di Sandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, una preziosa raccolta di duecento voci, testimoni sulla cui pelle quella vicenda di sessant’anni fa ha impresso piaghe incancellabili. Celestini racconta il prima e il dopo, risale nel tempo alla Roma dei decenni precedenti e scende fino a raccontare quello che la strage insegna oggi.
Il pretesto è la richiesta di una donna al narratore di leggerle un cartello di appartamenti da affittare. Lei non sa distinguere i segni, così come analfabeti erano quelli che nel ’44 andavano da suo nonno per farsi spiegare cosa volevano dire quei proclami tedeschi pubblicati sui giornali. Con un racconto che non è semplice prova d’attore ma poesia, attraverso una romanità che è omaggio e non ostentazione, con una sapiente leggerezza che è rispetto per una città violata, Ascanio resuscita una Storia che affonda le sue unghie nella carne.
Davide Enia: Italia-Brasile 3-2
Una partita che si racconta ancora, a chi ventidue anni fa non c’era. Un’epica della pedata e del pallone per un incontro che spalancò le porte di un incredibile titolo all’Italia di Bearzot e della sua truppa. I nostri buttarono fuori dal Mundial spagnolo il Brasile di Falcao e Zico, i maestri. Fu un 3-2 sotto il cielo di Barcellona, con gli azzurri due volte avanti e due volte raggiunti, fino al definitivo vantaggio. L’eroe di quel 5 luglio 1982 si chiamava Paolo Rossi e fino a quel punto era stato il bell’addormentato della competizione: fu baciato dalla principessa, si svegliò e non si fermò più.
A quell’epoca, una calda estate, Davide Enia era un bambino, aveva 8 anni e la casa invasa, perché i suoi avevano fatto il grande passo. Avevano comprato il televisore a colori. Con un ritmo perfetto e geometrie fantasiose – tutto ciò che i tifosi vorrebbero la domenica dalla squadra del cuore – in novanta minuti, il tempo di una sfida, Enia tratteggia un interno palermitano e insieme gli umori di quei giorni, non solo legati al calcio. Accompagnato da due musicisti, l’artista siciliano fa materializzare attraverso le parole il nuovo totem: il televisore a colori.
Attorno a questo centro si agita un’umanità varia, con le sue superstizioni, i suoi entusiasmi e le sue frustrazioni, fino al delirio del fischio finale. Paolo Rossi è il novello Orlando e il calcio diventa per tutti occasione di riscatto. Italia-Brasile 3-2 è uno spettacolo divertente, ma non solo. I ricordi corrono, quando viene evocata la morte di Fassbinder o citata la guerra alle Falkland. E ci si commuove anche, al racconto di come una squadra di campioni ed eroi sfidò gli occupanti: erano prigionieri in casa loro, non se ne curarono, vinsero la prima partita e poi la rivincita. Fecero felice un popolo, che orgogliosamente rialzò la testa. Furono ammazzati sul campo, una alla volta, un colpo di pistola alla testa per ciascuno. Accade a Kiev, quando c’erano i nazisti.
Mario Perrotta: Italiani cìncali!
Odora di grisou Italiani cìncali!, lo spettacolo in cui Mario Perrotta si cala nell’inferno delle miniere belghe. Pugliese trapiantato a Bologna, Perrotta è andato a farsi raccontare da chi è tornato quello che accadeva laggiù, a mille metri di profondità, nel mezzo dell’Europa degli anni Cinquanta. Storia di migranti che talvolta sembrano deportati e vivono nelle baracche dismesse di quelli che fino a pochi anni prima erano stati campi di concentramento. Storia di cìncali, cioè di zingari. Perrotta, girando in lungo e in largo la sua regione d’origine, ha raccolto le testimonianze di chi c’era, di chi là sotto viveva per lavorare.
Sulla scena, in canottiera e sudore, l’attore incarna dolore, amore, dolcezze e crudeltà. Chi racconta è il postino, involontario messaggero di drammi e felicità, testimone delle lacrime affidate alla carta. Dopo la parte dedicata ai minatori in Belgio – luogo, tra l’altro, della spaventosa tragedia di Marcinelle – quest’anno Perrotta proseguirà nella descrizione dei nostri connazionali, emigranti in Francia, Svizzera e Germania.

Il Gazzettino

Storie di ricchi e cìncali sfruttamento e povertà

Udine. Italiani cìncali. Ma si potrebbe dire anche veneti cìncali. o siciliani cìncali. E anche, naturalmente, friulani cìncali. L’emigrazione affrontata con forza e dolcezza da Mario Perotta è quella del sud, da quel lembo di povertà che era la penisola salentina. Ma “Italiani Cìncali- Minatori in Belgio” è uno spettacolo che parla a tutta l’Italia. Ed è uno spettacolo che, inserendosi nella migliore tradizione del teatro di racconto, costringe a ricordare quello che già si sa, o a conoscere quello che ancor non si sapeva. Emigrazione terribile, quelle nelle miniere belghe della neonata Comunità d’Acciaio e del Carbone, emigrazione coatta, fomentata dallo stato e dalla povertà del dopoguerra, quando ancora il miracolo economico era ben al di là dall’annunciarsi. Emigrazione di morti, e condizioni di vita terribili, emigrazione di storie disperate e a volte poetiche. Emigrazione nascosta, anche, dalla storia patria, perché senza grandezza, senza epopea, senz’altro orizzonte che lo sfruttamento più inumano. Mario Perrotta, a Udine per Akropolis, ha raccolto nel suo racconto solitario dati e storie, voci e ricordi recuperati in un anno di dialoghi con chi c’era, con chi ancora porta nel suo corpo gli effetti di questa tragedia. Racconta un mondo in cui i ricchi che insultano e sfruttano sono gli italiani, in cui i “cìncali” (gli “zingari”, i reietti) sono gli africani, gli albanesi… Uno spettacolo duro, “Italiani Cìncali”, e consolatorio al tempo stesso, perché incentrato sulla vita, sull’umanità che sopravvive anche alle condizioni più dure e innaturali. Uno spettacolo semplice, e a tratti divertente, costruito intorno all’affabulazione di un postino, Pinuccio, unico uomo rimasto in un paese in cui tutti partono. A nostro avviso, uno spettacolo importante.

Città Nuova

Storie di migranti

Cambiano il colore della pelle, i nomi, l’epoca, i mezzi usati e le condizioni di partenza e di arrivo. Ma si ripete ancora oggi quel drammatico movimento migratorio che accomuna popoli di diverse sponde geografiche. E ascrive storie dolorose sulla comune razza umana. A mantenere viva la memoria di ieri per ravvivare quella di oggi c’è l’attore pugliese Mario Perrotta col suo Italiani cìncali, progetto che comprende Minatori in Belgio e La Turnata. Non è solo una rievocazione di storie italiane per strapparle alla dimenticanza; né un necessario ascolto di poco conosciute (nei più giovani) pagine dei nostri emigranti, con uno sguardo nell’oggi. È un documento umano di toccante verità che va oltre il resoconto e la reminiscenza, perché pianta le sue radici nel corpo narrante e nell’anima del suo interprete, che ha raccolto testimonianze di gente “sopravvissuta” a un’epopea di umani affanni, e ce le restituisce con generosa sensibilità. Il primo racconta le drammatiche esperienze del lavoro nelle miniere di carbone fino alla tragedia di Marcinelle. Sono storie narrate attraverso il postino di un paese delle Puglie, l’unico rimasto dopo l’emigrazione di massa di povera gente partita in cerca di lavoro a cui la propaganda dell’epoca prometteva una vita dignitosa. Uomini intrappolati sottoterra e costretti a un lavoro massacrante che causava morte e avvelenamento, ma che scriveva lettere ai familiari nascondendo la tragica realtà. Il secondo evoca il rientro definitivo di una famiglia dalla Svizzera alla terra natìa. Un viaggio dalla frontiera lungo l’Italia a bordo di un’Alfa Romeo, narrato attraverso lo sguardo di un ragazzino cresciuto i primi nove anni sempre nascosto in casa perché la legge elvetica vietava agli stranieri di portare con sé i bambini. I testi – scritti a quattro mani con Nicola Bonazzi – sono anche un atto di denuncia, una riflessione di forte attualità che colloca questo spettacolo nel più significativo teatro di impegno civile. La recitazione, con la divertente comunicativa dell’accento dialettale, sa dosare scarti surreali e sterzate ironiche; non preme sui toni enfatici, né su pose artificiali, ma sulla naturalezza, la semplicità e l’umiltà di affabulatore che possiede il bravissimo e appassionato Mario Perrotta, il quale fa nascere le parole come acqua sorgiva, le fa scorrere limpide e insinuanti fino a noi, imprimendocele nel cuore. Con commovente, teso, vibrante, coinvolgimento.

Corriere di Firenze

Successo alla Limonaia – Perrotta racconta la tragedia dell’emigrazione

SESTO FIORENTINO – Il nuovo personaggio – fenomeno di affabulazione del nuovo teatro italiano – Mario Perrotta, che molto si accosta come stile e temi sociali affrontati ad Ascanio Celestini o Marco Paolini, ha portato il suo imperdibile e commovente “Italiani Cìncali!” il 20 e 21 dicembre al Teatro della Limonaia.
Una storia emozionante, che rapisce e fa piangere il numeroso ed entusiasta pubblico, con il racconto popolare del dramma degli immigrati italiani minatori in Belgio.
Nato da un progetto di ricerca nel Salento, terra di origine di Perrotta, bolognese d’adozione, durato due anni sui racconti dei sopravvissuti “venduti” al Belgio per 200 chili di carbone, questa è la prima parte alla quale seguirà nel 2005 l’emigrazione in Svizzera, Germania e Francia.
Patrocinato dal Ministero per gli Italiani nel Mondo, il testo di Perrotta e Nicola Bonazzi il 29 novembre scorso ha ricevuto un’alta onorificenza da parte della Camera dei Deputati.
La piece ha debuttato a Roma al Teatro dell’Orologio il 23 settembre con tutto esaurito fino al 12 ottobre. Le richieste fioccano da tutta Italia: il 14 febbraio sarà a Brescia, in una miniera di ferro a 300 metri sottoterra, e dal 21 al 28 al Teatro ITC di San Lazzaro (Bologna), che ha prodotto lo spettacolo.
Un postino, figura realmente esistita, come Skarmeta e Troisi sul grande schermo, tiene le fila e fa da collante alla disgregata comunità di un piccolo paese del leccese dove gli uomini sono partiti in cerca di fortuna in Belgio a lavorare come bestie nelle miniere.
Perrotta è bravissimo nel far passare la morte, il senso di sfruttamento e isolamento, la frustrazione e la nostalgia, i patimenti e le sofferenze, la claustrofobia sotto chilometri di roccia, la silicosi. Sulle note di “Grazie, prego, scusi, tornerò” cantata da Celentano, vengono elencati i numeri dei morti italiani anno per anno nelle miniere: da rabbrividire.

Tgcom.it

Quando gli italiani erano

Commuove profondamente, fa male e fa ridere senza retorica. Descrive condizioni al limite della sopravvivenza, parla di disillusione, mortificazione, di uomini abbandonati al loro destino, nel disinteresse dello stato e dell’informazione. E’ Italiani cincali!, ovvero italiani zingari, il lavoro teatrale che Mario Perrotta sta portando in giro per l’Italia e che racconta dei nostri connazionali emigrati in Belgio e in Svizzera nel dopoguerra.
Ma non c’è da ingannarsi: la sua storia è “nuova”, giovane, piena di luci e contenuti, lontana dalle epopee mitiche di Little Italy e dello zio d’America, vicina come non mai anche a chi ha solo trent’anni e non ha vissuto nulla di simile nella propria vita. Perché è una storia vera che si tocca con mano, dal volto umano, terreno, reale.
Uno spettacolo semplice: una sedia, un attore, e la voce di un postino di paese che intreccia le storie dei protagonisti. Un postino che non solo consegnava le lettere, ma leggeva e scriveva quelle che si scambiavano gli uomini partiti e le madri e mogli rimaste sole e quindi conosceva tutto, anche quello che gli autori delle lettere chiedevano che non venisse letto, per non far soffrire troppo. Così alcune madri credevano che i figli fossero diventati “dottori”, alcune mogli aspettavano mariti che non sarebbero tornati più. Un reporter ideale, super partes, che nel nascondere certe verità mentiva per amore.
Mentivano per interesse invece lo stato italiano e quello belga, che sulla carta offrivano lavoro, in realtà barattavano mano d’opera in cambio di carbone. Troppa vergogna e troppi tabù intorno a questa vicenda. Silicosi, incidenti, condizioni disumane, i nostri connazionali dormivano nelle baracche dismesse dei lager, lavoravano fino a mille metri sotto terra, in fessure irrespirabili. Una realtà che si conosceva e che nessuno ha contrastato, mentre ogni anno aumentava il numero degli emigrati e anche il numero degli incidenti mortali. Fino al tragico epilogo di Marcinelle, dove persero la vita più di cento italiani.
Mario Perrotta offre dati, numeri, fatti, senza mai perdere il ritmo del teatro, senza far cadere mai il filo dell’emozione, così ben teso nella parlata di questo uomo comune, con una recitazione dialettale ma comprensibile, una gestualità paesana e quindi accogliente, il tono colloquiale del bar, dove la gente si racconta con semplicità e con schiettezza perché è “a casa” e non sotto i riflettori. Piccola grande storia da non perdere.

Italia sera

L’ottimo lavoro di Perrotta all’Orologio – Memorie di emigranti

Nel cuore della terra la vita è simile all’inferno: anche se i demoni di questo regno sotterraneo sono poveri minatori, partiti dallo loro patria in cerca di fortuna. Nel cuore della terra la natura non è la madre buona che, generosa, accoglie i figli nel suo grembo primigenio: a 45 gradi centigradi, circondati dalla pietra e dal brulicare dei topi, i nostri emigranti in Belgio lottavano ogni giorno con la morte e la disperazione. Se sopravvivevano agli incidenti, era probabile che a distanza di pochi anni venissero stroncati dalla silicosi, contratta durante il lavoro in miniera a causa delle nocive esalazioni del carbone. Nel cuore della terra, in Belgio, l’Italia aveva venduto la sua gente per un pugno di combustibile. Con questi pensieri martellanti si esce dalla sala Artaud del Teatro l’Orologio, dopo aver visto “Italiani cìncali!”, prima parte di un laboratorio scenico che Nicola Bonazzi e Mario Perrotta hanno iniziato lo scorso inverno sull’emigrazione italiana del secondo dopoguerra. Raccolte una serie di interviste,”quasi un anno di testimonianze, un anno di memorie rispolverate a fatica”, spiega Mario Perrotta, “è nato questo progetto in due parti sull’epopea di milioni di italiani”. Un lavoro di sconvolgente spessore, proposto al pubblico attraverso l’essenzialità di un toccante monologo, condotto con esemplare bravura dallo stesso Perrotta. Storie e volti ormai lontani prendono forma e consistenza scenica sullo sfondo dell’Italia che di lì a poco avrebbe visto la fortuna dei palazzinari e l’esplosione del boom economico, una stagione effimera in cui la provincia del Nord e quella del Sud caricavano su enormi convogli la loro giovane carne da mandare in miniera. La narrazione è legata alla voce di un postino, uno dei tanti postini che in quegli anni divennero l’unico vero tramite tra gli emigrati e le loro famiglie. Solo loro potevano leggere alle mogli, ai figli ed alle madri analfabete la corrispondenza dei cari lontani: strazianti testimonianze di un brutale sfruttamento, spesso mascherato per non recare dolore ai propri familiari. Le voci registrate di Ascanio Celestini, Beppe Barra, Elio De Capitani, Laura Curino e Ferdinando Bruni interpretano, attraverso piccoli frammenti recitati, le ansie e le aspettative di questa gente sradicata. “Italiani cìncali!” diviene allora più che Teatro della Memoria, Teatro di denuncia per le nuove generazioni. Pochi conoscono, infatti, la tragedia di Marcinelle: 8 agosto 1956, miniera belga di carbone Bois de Cazier. Lì rimasero sepolti vivi 136 italiani insieme ad altri 126 minatori di altri paesi. Una data della nostra storia recente impressa negli occhi lucidi del bravissimo Perrotta che, in scena, dà voce alle parole ‘strozzate’ degli emigranti italiani, “cìncali”, ovvero zingari, secondo gli svizzeri di allora. Il progetto, patrocinato dal Ministero degli Italiani nel mondo, avrà seguito il prossimo anno con un secondo spettacolo dedicato all’emigrazione italiana in Francia, Svizzera e Germania.

La Nuova Provincia

La lezione di Abi e il “cunto” di Perrotta

Due cose belle al festival, molto distanti tra loro.
Una nella sezione Asti Scritture, il cuore della kermesse, dedicato alla drammaturgia, che ha avuto il merito di portare in Italia Abi Morgan, nuova penna della scena della Gran Bretagna. Autrice in piena controtendenza rispetto alla ormai celebrata crudezza dei temi (l’emarginazione, la gioventù bruciata, la metropoli, la disoccupazione, la violenza) raccontati da letteratura, cinema e teatro made in UK.
Altri sono anche i temi della trentacinquenne di Cardiff-porto Gallese in pieno fermento culturale- che senza essere consolatoria-racconta una storia tenera di amicizia, dolore ed esistenza in secca che lega due amici. Anthony e Lucine, l’uno ossessionato dal metodo e dalla ragione, l’altro compulsivo: entrambe in difesa, arroccati e ossessionati dal suicidio della ragazza che amavano.
Tirry Dinamite racconta l’incontro con Madeleina, una ragazza che forse li salverà.
Molto merito va alla messa in scena e agli attori diretti da Vicky Featherston per la Frantic Assembly, già acclamati tre anni fa al Fringe di Edimburgo. Il dialogo serrato dei protagonisti si sposa a una essenzialità felicissima delle soluzioni sceniche, della musica e delle luci. E, là dove non arrivano le parole, a una distanza di corpi, attrazione, seduzione, rifugio, tenerezza.
Teatro del racconto e della memoria invece quello di Mario Perrotta, salutato da molti applausi nella notte del Cortile del Collegio, spazio di tarda ora che propone spettacoli ad ingresso libero.
Il suo Italiani Cìncali! Accende una luce su un passato che ancora brucia: quello dei minatori in Belgio.
Perrotta alla fine di una lunga ricerca di documenti e testimonianze condotta con Nicola Bonazzi per il Teatro dell’Argine di Bologna, trova un bell’equilibrio in un’ora e mezzo di affabulazione serrata (che è anche di registri narrativi e di linguaggio).
Da una parte la restituzione dell’umore di un’epoca (quella grama del dopoguerra fatta di disoccupazione in patria e sogni di emigrante ) con la storia nuda e soprattutto cruda delle centinaia di italiani morti nelle cave di carbone, fino alla tragedia di Marcinelle. Dall’altra la godibile chiave personale che fa procedere la storia con il racconto a tratti divertente del postino salentino.

l’Opinione del Cremasco Cultura

Grande successo per “Italiani Cincali!” – Un viaggio nel tempo per non dimenticare

Parla, è vero, degli uomini di un paese del sud, del Salento. Ma è una storia universale, che colpisce tutti, anche nel cremasco. Chi non ha avuto almeno un lontano parente o anche un conoscente, che ha vissuto il dramma dell’emigrazione? Reale ed efficace come un pugno nello stomaco, mitigato però, fortunatamente, dal ricordo un po’ boccaccesco della vita delle “vedove bianche”, martedì sera al Cenacolo della Commedia di Pianengo è andato in scena “Italiani Cìncali!”. Spettacolo o meglio monologo teatrale proposto dall’abilità interpretativa e drammaturgia di Mario Perrotta. Premiato anche con una medaglia al merito dalla Camera dei Deputati, “Italiani Cìncali!” ci riporta indietro nel tempo, a quando la fame imperversava soprattutto tra le campagne del sud, alla fine della seconda guerra mondiale, e dai muri dei paesi spiccavano ammiccanti manifesti cartelloni rosa inneggianti facili guadagni e confortevoli sistemazioni in cambio di un lavoro sicuro nelle miniere del Belgio. Quello che i cartelloni non dicevano ce lo ha confessato martedì Perrotta. Tra cronaca e narrazione l’attore pugliese infatti ha ricostruito la vita dei minatori in Belgio, prima e dopo Marcinelle. Ne è nato uno spettacolo al limite tra Storia e affabulazione, in cui si ride, anche, ma si ride amaro. Per lo più invece si soffre insieme con tutti quei poveri ragazzi che hanno lasciato ogni speranza nelle viscere della terra, “venduti dalla Stato italiano per un pugno di carbone belga. A casa ad aspettarli donne, famiglie che pochi avrebbero rivisto, pena le frane, la silicosi che li stroncava una volta tornati a casa. Il destino di tutti consegnato nelle mani dell’unico uomo rimasto al paese, il postino, capace anche di inventarsi le lettere pur di non far trapelare con le mogli il dramma vissuto dai poveri mariti. Un monito, quello di “Italiani Cìncali!”, a chi oggi cerca di dimenticare quello che eravamo per condannare ciò che altri paesi ora fanno con l’Italia, terra di immigrazione.

Ostia Oggi

Alla Sala Artaud dell’Orologio Mario Perrotta rievoca il dramma dell’emigrazione italiana in nord Eu

«SIAMO stati venduti dallo Stato per un sacco di carbone». Scalzo e con addosso un pantalone comodo ed una canottiera bianca, Mario Perrotta rievoca sulle assi della sala Artaud del Teatro dell’Orologio il dramma degli italiani emigrati in Belgio, partiti con la promessa di trovare finalmente risposta alla propria disperazione con un lavoro dignitoso e ben retribuito, e finiti invece in un incubo scuro, nero come la materia che si preparavano a scavare, sepolti vivi nella terra a centinaia di metri di profondità, dove «è così buio che non vedi nemmeno i tuoi pensieri». Magari stando distesi per sette ore nella stessa posizione in un cunicolo alto 25 centimetri. Come alloggio, le baracche che avevano ospitato i prigionieri dei campi di concentramento. Qualcuno non è più tornato, vittima di incidenti o sepolto dalle frane, come quella di Marcinelle. Ogni anno decine di uomini scendevano la mattina e non tornavano più su.
Era il 1946. Serviva carbone, la maggior quantità possibile, al prezzo più conveniente. Il nostro Paese strinse accordi con Belgio per inviare uomini da utilizzare come operai nelle cave; in cambio, avrebbe ricevuto 200 kg di carbone al giorno per ogni italiano emigrato.
Mario Perrotta ha girato l’Italia in cerca di quelli che ci sono stati, ha registrato voci e ricordi, traducendoli poi con Nicola Bonazzi in uno spettacolo prezioso, che unisce al valore sociale dell’operazione quello di un profondo amore per lo strumento-teatro. Un monologo che mescola stile giornalistico e recitazione, fantasia e ironia, ricordo ed invenzione, lingua italiana e vernacolo. Il tutto reso con energia e passione dal giovane cantastorie pugliese.
Il 14 febbraio Perrotta replicherà lo spettacolo a 300 métri sotto terra, nelle cave di carbone della Val Trompia, in provincia di Brescia, mentre l’8 agosto lo spettacolo sarà messo in scena a Marcinelle, grazie all’interessamento del Ministero degli Italiani nel Mondo. Nel 2004 verrà inoltre presentata la seconda parte del progetto, che si occuperà dell’emigrazione dei nostri connazionali in Francia, Svizzera e Germania.

La Pronvincia di Como

RACCONTATORI – La pioggia non rovina la festa del teatro

Spettacolo da ricordare, l’altra sera, al Paese dei Raccontatori. Per l’ultima data del Festival della narrazione di Mariano, alla Cascina Mordina, gli organizzatori hanno sfoderato gli assi nella manica, regalando al pubblico una kermesse teatrale di alto livello che nemmeno il furioso acquazzone di mezzanotte ha potuto rovinare. Il pezzo forte della serata e del festival era in prima serata. Si trattava di “Italiani Cìncali: minatori in Belgio”, scritto da Nicola Bonazzi e Mario Perrotta del Teatro dell’Argine di Bologna. Sulla scena per due ore trascorse in un lampo, lo stesso Perrotta, nuovo fenomeno del teatro di narrazione. Con capacità non comune di affabulazione, messa al servizio di un testo straordinario, che passava agilmente da storia a cronaca e vita privata, Perrotta ha raccontato la tragica epopea della migrazione italiana in Belgio per lavorare nelle miniere di carbone. Affidata quasi esclusivamente alla parola raccontata, con l’ausilio minimale ma ben congeniato di pochi cambi di luce e a effetti sonori, la narrazione passava attraverso la voce di un personaggio, un simpatico postino salentino, elevato al ruolo di testimone e di protagonista, di una pagina di storia del sud, a testimonianza di una vitalità e di una voglia di racconto che oggi vede nel nostro Mezzogiorno una fucina di talenti. L’attore – autore, ha dunque aperto le pagine sbiadite di un libro risalendo al dopoguerra, quando il grande miraggio di un benessere sconosciuto spinse migliaia di italiani a lasciare casa, famiglia e patria per andare alla “belgique”, dove però ad attenderli c’era l’inferno della miniera. Il racconto passava attraverso due binari anche linguisticamente diversi: quello del racconto del postino, registrato in presa diretta, e quello basato sui dati storici, frutto di ricerca sui giornali e nella legislazione dell’epoca. Mirabilmente fusi insieme i due registri creavano un affresco epico e umano, in cui le figure sulla scena acquistavano credibilità e spessore psicologico. Dopo i caldi applausi la serata è proseguita con il divertente e intimistico “Un uomo da massaggiare” di Antonio Russo da Bergamo. La pioggia violentissima ha solo interrotto la prova, conclusa sotto i portici. Anche qui applausi sinceri.

Operaestate

Un esempio di narrazione civile in scena in un luogo evocativo, il Magazzino del Tabacco di Solagna
Solagna. Il “Mat” di Solagna, bisogna vederlo per crederci. È un enorme fabbricato nel centro del paese, ex filanda, ex magazzino di stoccaggio per i tabacchi e, da qualche anno, sede di un’associazione, il “Centro artistico culturale Bartolomeo Ferracina” che, sotto la spinta dei proprietari Ermanno Tresoldi e Paola Michio, anima la vita culturale di questo pezzo della Valbrenta. Nei tre piani che formano l’edificio si trovano ampi saloni, mostre permanenti d’arte e di antiquariato e, in alto, uno spazio adibito ad auditorium. Lì, sotto un soffitto ad alte capriate di legno, Operaestate ha presentato “Italiani Cincali”, intenso monologo scritto da Nicola Bonazzi e Mario Perrotta, da quest’ultimo brillantemente interpretato. Tema del racconto, l’epopea dei minatori italiani in Belgio, narrata non da un testimone diretto ma da uno che è rimasto a casa a raccogliere e divulgare le parole di chi l’inferno della miniera lo viveva davvero. Pinuccio, postino di un piccolo paese del Salento svuotato dall’emigrazione, ha il compito di recapitare le lettere che arrivano dal Belgio e di leggerle ai destinatari. Dapprima i resoconti sono carichi di speranza per la fine di una miseria vecchia di secoli che il lavoro – seppure duro, pesante, lontano da casa – promette finalmente di riscattare. Poi, col passare degli anni, la fatica e i pericoli di un’esistenza disumana smorzano ogni entusiasmo e i racconti si fanno duri, pieni di rabbia e di disillusione. Pinuccio esercita una benevola censura, elimina dalle sue letture i passaggi più disperati, cerca di tenere acceso un barlume di speranza nell’animo di chi è rimasto a casa ma queste penose bugie gli rodono l’anima, lo rendono cinico e cattivo. I manifesti rosa che, appena finita la guerra, invitavano le masse dei disoccupati ad approfittare di un’interessante occasione di lavoro, a poche ore di treno da casa, ospitati in “confortevoli alloggi”, nascondevano una subdola trappola, ordita di concerto dai governanti belgi ed italiani. Il lavoro in miniera era duro al di là di ogni immaginazione, il pericolo di incidenti mortali costante, il rischio di ammalarsi di silicosi praticamente garantito, i “confortevoli alloggi” non erano altro che le baracche dei lager nazisti, appena un po’ ripulite. E, come spesso accade, i residenti trattavano gli immigrati con disprezzo: li chiamavano “cincali”, zingari.
Dire che la miniera è un inferno non è metafora ma precisa descrizione. Un luogo nero e buio scavato nelle viscere della terra, torrido, pieno di polvere, animato da esseri nudi che si aggirano a tentoni per le gallerie, costantemente minacciato dal fuoco: che cos’è se non un infernale girone di pena? E quegli uomini che scendono a centinaia di metri sotto terra e strisciano per ore in tetri cunicoli scavando, spalando e puntellando all’infinito, cosa sono se non anime dannate, condannate ad un tremendo supplizio? Per porre fine a questa vergogna – perpetrata nel cuore dell’Europa poco più di cinquant’anni fa – c’è voluto un disastro più grande degli altri, di quelli che, regolarmente, ammazzavano una cinquantina di minatori all’anno. L’8 agosto del 1956, a Marcinelle, un carrello impazzito provocò un furioso incendio nel quale morirono 262 operai, 136 dei quali italiani. Allora si capì che qualcosa bisognava fare per aprire le porte di quell’inferno e per restituire i dannati alle loro case. Mario Perrotta racconta con tono vibrante e partecipe la rabbia di Pinuccio e rende credibile la vicenda del narratore salentino e dei suoi sfortunati compaesani emigrati al nord. Un bell’esempio di teatro “civile” che il pubblico radunato al terzo piano del “Mat” ha lungamente applaudito.

rumor(s)cena

Sono italiani emigranti e “cìncali” quelli che Mario Perrotta riporta in vita per non dimenticare

Il palcoscenico vuoto e nero dell’Auditorium Melotti di Rovereto è già di per sé sufficiente per ambientare una storia vera, una storia tragica e dolente, come quella raccontata da Mario Perrotta. Il nero del sipario e delle quinte sono dello stesso nero, che il protagonista di un monologo avvincente e denso di emozioni, racconta in “Italiani Cìncali” dedicato alla vicende funeste e dolorose vissute dagli emigranti italiani nelle miniere del Belgio. Un nero che provoca i brividi, quel nero visto tante volte sulle facce di uomini consunti dalla fatica emersi dal sottosuolo: un mondo così lontano dalla civiltà, luogo di tragedie come la strage di Marcinelle avvenuta l’8 agosto 1956 in una miniera di carbone nei pressi di Charleroi, in Belgio. L’incidente provocò 262 morti su un totale di 274 uomini presenti nella miniera. Minatori costretti a lavorare in condizioni disumane a rischio di vita costante.
I giacimenti di carbone si trovano a diverse profondità e per il loro sfruttamento vengono realizzate miniere con pozzi molto profondi (fino a 1000 metri), dai quali si diramano gallerie che raggiungono i filoni di carbone. Mario Perrotta (produzione del Teatro dell’Argine di Bologna) racconta a ritroso una storia che è anche autobiografica e la fa rivivere al pubblico con una capacità fabulatoria straordinaria, basata sull’uso drammaturgico della parola narrata, che ha un peso e una valenza in grado di costringerti a provare solo sentimenti di rabbia, per chi ha permesso queste morti e queste indicibili sofferenze.
Italiani Cìncali è però anche un esempio di vero teatro civile senza false retoriche o moraleggianti lezioni di storia. Perrotta sceglie di testimoniare con uno stile poetico e anche, a tratti, ironico, le tante storie accadute alle migliaia di compatrioti, costretti dopo la seconda guerra mondiale, a cercare fortuna e lavoro all’estero. Dal sud dell’Italia con il treno fino ai paesi del nord Europa, tra questi il Belgio. Terra di miraggi e di morti per silicosi, per gas venefici, per tragedie nelle miniere, debitamente occulte, come lui stesso racconta citando l’omissione colposa della politica di quello stato e dei giornali che fino all’ultimo decisero di non raccontare all’opinione pubblica.
Mario Perrotta aveva solo dieci anni quando iniziò a viaggiare con il padre. Dalla Puglia a Bergamo prima e poi verso l’estero. Il treno notturno da Lecce fino al miraggio di una vita in grado di poter offrire condizioni di sostentamento alla propria famiglia. Il bambino Mario vedrà con i suoi occhi la vita degli emigranti, quella di suo padre, prima in Italia e poi in Svizzera, Germania e infine in Belgio. Ma non è una semplice cronistoria di vicende legate da un discorso di rievocazione e suggestione orale, bensì un toccante viaggio nella memoria condivisa, aiutata dalla fantasia del bambino Perrotta che spiega dal palcoscenico dove c’è solo una sedia di legno e un bicchiere colmo d’acqua: “Viaggiavo sul treno espresso Lecce Stoccarda dove era terra di nessuno, undici ore di anarchia assoluta e inventavo storie fantastiche, personaggi della mia famiglia. Su e giù per l’Italia”. La triste realtà torna con la miniera in Belgio e qui il monologo di Perrotta intervallato dalle voci registrate di Peppe Barra, Ferdinando Bruni, Ascanio Celestini, Laura Curino, Elio De Capitani, si fa sempre più duro, più calzante e incisivo.
Non c’è più spazio per il sorriso. “Muratori che si ammalavano di silicosi, i belgi si facevano le spremute per combatterla, gli italiani risparmiavano suo cibo e mandavano la paga alle mogli e ai figli rimasti in patria. La strage di Marcinelle, la politica belga contro gli italiani che fa dire ad un ministro che gli italiani sono solo buoni per crepare. Il conteggio dei morti. Maledetta miniera”, con il sottofondo musicale di “Grazie, prego, scusi, tornerò“, canzone interpretata da Celentano. Una colonna sonora che ti inchioda alla poltrona e ti costringe a chiudere gli occhi. Scelta perfetta per l’estraniamento che l’attore alterna con momenti di dolente e tragica contemporaneità, un’ironia sempre equilibrata e la giusta dose di denuncia sociale ed etica che non deve mai venire meno.
La morte in miniera colpisce senza scampo anche l’amico Michele. Perrotta racconta con delicatezza come la moglie venisse tenuta all’oscuro della morte di suo marito, complice il postino del paese che continua a scrivere lettere sotto mentite spoglie. Sono frammenti di un’umanità che cerca di sopravvivere, anche con l’ingenuità, la compassione, l’altruismo e l’aiuto senza secondi fini. Italiani Cìncali (termine dispregiativo coniato dagli svizzeri per definire zingari gli italiani) è un lavoro scritto a quattro mani insieme a Nicola Bonazzi, recitato in italiano con inserti in dialetto pugliese, leccese per l’esattezza, viste le origini di Mario Perrotta. Racconta uno spaccato di una Italia povera e defraudata di tutto, segnata dalle ferite post guerra e trattata con disprezzo all’estero. Un passato che non è servito a certi politici nazionali, dove si proclamano slogan contro gli stranieri e si legiferano leggi contro gli emigrati, dimenticando che i propri padri e nonni, erano a loro volta costretti ad andare all’estero e trattati, come ora vorrebbero fare, loro stessi, con chi arriva in Italia. «Gli ex emigranti sono i peggiori razzisti degli emigranti attuali, quelli stranieri che arrivano da noi – spiega Mario Perrotta nel suo commovente monologo – come mi ha spiegato un ex minatore tunisino intervistato a Lecce»: “Uno schiavo quando avrà la libertà cercherà sempre di schiavizzare un altro suo simile”. Sono parole dure che valgono più di tanti discorsi sociologici, dibattiti, analisi. Una triste realtà che dovrebbe far riflettere. Mario Perrotta dimostra ancora una volta, come Italìani Cìncali sia tristemente attuale nella sua veridicità e testimonianza lucida, come se si parlasse degli sbarchi a Lampedusa o il naufragio di una barca carica di disperati sulle coste pugliesi, avvenuta pochi giorni fa, dove hanno trovato la morte per annegamento decine di uomini.

< Torna alla rassegna stampa