La turnàta

La turnàta

«L’espressività folgorante di Perrotta sulla sua sedia riempie la scena vuota di evocazioni
e di una protesta che valica il tempo per raggiungere i giorni nostri, le colpe dei politici e dei governi,
mentre un bambino vede per la prima volta gli ulivi.»

Franco Quadri, La Repubblica

La Repubblica

Perrotta, a solo da favola sull’Italia degli emigranti

A tratti sembra un viaggio in macchina per le strade italiane con lo spirito naïf che quasi 50 anni fa ispirò un bel racconto a Gina Lagorio, ma in realtà La Turnàta di Nicola Bonazzi e del monologante Mario Perrotta (conclusivo capitolo del progetto “Italiano Cìncali!” sulla nostra emigrazione) è un epopea umile e avventurosa di poveri cristi su un’Alfa Romeo da Zurigo a Lecce per ininterrotti 1.400 chilometri, un raid che nel 1969 ritrae un definitivo ritorno in patria (“turnàta”) di un nucleo non in regola. Lo spettacolo affabulato dal sempre più bravo, fluido ed espansivo Perrotta con grottesco senso della tragedia per il glaciale razzismo inflitto all’estero ai nostri connazionali, con romanzesca serenità da escluso, e qua e là con bastarda ma efficace versione di un “a spasso con Dickens” applicato al calvario d’un operaio reduce, è uno spettacolo sulla fantasia degli uomini terroni mentre altri uomini, quell’anno, sbarcano sulla luna. L’abbandono della Svizzera è motivato dalla voglia di seppellire da noi (senza spendere) un nonno morto che in macchina deve sembrare dormiente, e, oltre a una moglie e a un sindacalista, tra i passeggeri c’è, altro rischio fino al confine con l’Italia, un bambino di nove anni tenuto fin’allora murato in casa per il divieto di far famiglia imposto ai lavoratori all’estero. Opportunamente nato al Festival Bella Ciao di Celestini, questo a solo documentativo e umano rafforza, grazie a Perrotta, una missione del teatro a pensare bene. Con gradevolezza e idealizzazione del mondo degli sconosciuti.

La Repubblica - Milano

Svizzera andata e ritorno con i racconti di Perrotta

Il bel monologo del Teatro dell’Argine sui nostri emigranti al Verdi
Dopo averci spiegato l’anno scorso che gli emigranti italiani erano chiamati cìncali, cioè zingari, ai tempi in cui eravamo noi i “vu cumprà” in cerca di lavoro per l’Europa, Mario Perrotta nel secondo spettacolo da lui creato con Nicola Bonazzi per la Compagnia del Teatro dell’Argine passa alla denuncia del leghismo persecutorio degli svizzeri contro i lavoratori italici, furente negli anni ’50 e ’60 a cui risale la sua precisa poderosa documentazione, e ancora attivo oggi verso le minoranze arrivate magari dalla Turchia o dal Marocco. Armato solo di una sedia e di un sorriso, il narratore affronta stavolta con un eloquio infiorato di pugliesismi La Turnàta, cioè la storia di un ritorno in patria che vorrebbe chiudere simbolicamente la brutta avventura di un popolo di disoccupati. Ma la premessa si diffonde sulle incredibili norme imposte a questi “stagionali”, esculsi da ogni possibile normalizzazione da contratti-capestro tali da impedire perfino la cconvivenza coi coniugi e la permanenza nella cconfederazione dei figli nati lì. Dopo inizia un viaggio di un simbolico ritorno da Zurigo a Lecce, ambientato nel 1969, quando i nostri stagionali elvetizzati erano 700.000, e ironicamente paragonato alle spedizioni lunari. Per raccontarcelo Perrotta assume il ruolo del piccolo Nino, nove anni trscorsi murato in casa, per essere colpevolmente nato in Svizzera, chiuso magari in un armadio, come al passaggio della frontiera nel baule. Accanto a lui, sull’Alfa di questo attraversamento di mondi, ci sono il padre alla guida, la madre a sua volta ex-clandestina, un amico operaio sindacalista e, con un cappello calato sul viso, il nonno morto che comincia a puzzare ed è la causa del viaggio, per evitare le spese di spedizione del cadavere e seppellirlo al paese. Il racconto è quindi frastagliato e continuamente mosso, incrociando briciole di conversazioni a una sorta di scoperta. E al di là delle parole, spesso smozzicate o ridotte a esclamativi significanti c’è l’espressività folgorante di Perrotta sulla sua sedia su una scena vuota che si riempie di evocazioni e di una protesta che valica il tempo per raggiungere i giorni nostri, le colpe dei politici e dei governi, mentre un bambino vede per la prima volta gli ulivi.

Linus.net

La turnàta. Italiani cincali parte seconda

Festival Primavera dei Teatri – 6 giugno- Castrovillari – Dopo averci offerto una commossa evocazione – nell’intenso monologo Italiani cincali! – dei drammi dei nostri connazionali che negli anni Cinquanta dovettero emigrare in Belgio, e in particolare della tragedia di coloro che restarono uccisi nella terribile esplosione della miniera di Marcinelle, il bravo narratore Mario Perrotta affronta un altro doloroso capitolo dell’odissea dei lavoratori costretti ad andare a cercare occasioni di precario guadagno all’estero, quello che riguarda l’occupazione stagionale nei cantieri della vicina Svizzera. La turnàta. Italiani cincali parte seconda non ha affatto l’aria di una ripetizione di un motivo già trattato: anzi, se possibile, appare persino più compatto e incalzante del primo. è la storia di un bambino clandestino, che per i primi anni della sua vita non può mai uscire di casa perché i genitori lo hanno introdotto nel Paese illegalmente. Ed è anche la storia di un morto clandestino, il nonno la cui scomparsa non può essere regolarmente denunciata, e il cui corpo viene dunque riportato in auto in Italia di nascosto, facendo finta che sia solo addormentato. Il tono amaro si intreccia con la tenerezza di un ironico affresco d’epoca, l’invenzione grottesca, paradossale si mescola alla rabbia per le sorti di un popolo obbligato a esporsi non soltanto allo strazio della lontananza ma anche agli insulti razzisti, all’emarginazione, al disprezzo. Perrotta è molto misurato nel passare di continuo dall’aneddoto minuto a una visione più ampia del fenomeno, che chiama in causa le responsabilità, o irresponsabilità, dei governi di allora. Ed è forse l’unico che può permettersi di far ricorso impunemente a una canzone di Al Bano.

Il sole 24 ore

In viaggio su una sedia

Roma. Seconda tappa del progetto dedicato da Mario Perrotta all’emigrazione italiana e intitolato Italiani Cìncali, secondo quel misterioso appellativo che indicava come “zingari” i lavoratori provenienti dal nostro Paese. Ma ha un titolo tutto suo questa seconda parte, è La turnata, ed evoca invece un ritorno definitivo, dalla Svizzera alla propria terra, la Puglia, che è anche il luogo d’origine dell’attore in scena. Singolare quadretto famigliare, quello che ci descrive Perrotta, da solo, seduto su quella sedia che è ormai unico e irrinunciabile elemento del teatro di narrazione. Nel gioco fantastico di voci, di dialoghi e di pensieri ci appare quell’Alfa Romeo sulla quale, orgoglioso, torna l’emigrato, insieme alla moglie e a un amico, col babbo morto vestito e sistemato come se fosse vivo, per fargli superare la frontiera e seppellirlo al suo paese. Insieme a loro c’è un bambino, e il punto di vista intorno al quale si ricuce tutta la vicenda è proprio lo sguardo del piccolo, tenuto nascosto per i primi nove anni della sua infanzia, senza poter mai uscire, senza vedere altri che i genitori, senza scuola né amici, giacché le leggi elvetiche proibivano agli stranieri di tenere con sé la prole. Un fitto scambio di battute avviene durante quel lungo viaggio, la paura della polizia, le accese discussioni di politica e di calcio, sotto gli occhi stupiti di un bimbo che per la prima volta vede il mondo. Il lavoro è stato scritto a quattro mani con Nicola Bonazzi dallo stesso interprete, e Perrotta non soltanto è energico, fantasioso e limpidissimo nell’incedere di quel fitto tessuto verbale e narrativo, ma è capace di mostrarci quelle vicende tristi con una luminosa ironia, uscendo, di tanto in tanto, dalla polifonia del racconto per inquadrare i fatti con cifre e notazioni storiche.

L'Unità

Promesse

Dietro agli Italiani cincali! di Mario Perrotta, progetto teatrale in due tappe, c’è un baule. Invisibile ma incombente. Uno di quei bauli dove ci metti tutto: i ricordi, i documenti scaduti, i vestiti smessi, gli oggetti d’affezioni remote. Mario ci è andato a frugare in quel baule, a ritrovare la memoria di un passato recente. Di un passato italiano recente e che, stranamente, si è dissolto come nebbia al sole e non ce n’è traccia alcuna nei discorsi sull’emigrazione che si fanno oggi. Già perché ieri erano gli italiani a partire per le miniere del Belgio o per la Svizzera o per la Germania, erano quelli i «paradisi». Oggi sono i turchi, i marocchini, gli «altri». E non c’è tolleranza che tenga, sguardo che riesca a voltarsi indietro anche di poco. Eppure, i testimoni di quel periodo hanno oggi quaranta-cinquant’anni, nel pieno della maturità. Come il protagonista de La Turnàta, che ripercorre – stralciandola dai racconti, veri, di emigranti che Mario Perrotta e Nicola Bonazzi hanno raccolto e riarrangiato – il ritorno a casa alla fine degli anni Sessanta. Il viaggio disperatissimo e travagliato di una famiglia di emigranti dopo anni di sacrifici e privazioni in quella Svizzera che era un paradiso così visto dal basso da sembrare inferno. Il racconto di Nino, allora un bambino di nove anni, è un racconto di sguardi, di frasi mozze soffiate rapide in dialetto, di vite clandestine (i figli degli emigranti non erano ammessi e allora i genitori, per averli vicini, li segregavano in casa per mesi e anni), di carezze ruvide e fugaci, di frammenti di politica che diventa un gioco di calcio (comunisti contro padroni), di pezzi di sogno da andare a disseppellire sotto un albero d’ulivo. Perrotta è un fiume in piena, la faccia bella da italiano del sud, due mani grandi ad abbracciare l’infinito, quel fisico forte e mediterraneo che gli emigranti andavano a macerare in miniera, E racconto ma anche denuncia, delle condizioni desolanti di vita, dei governi italiani che dimenticarono gli emigranti, di situazioni che si ripetono oggi con altre facce, altri colori di pelle, altri nomi e una stessa razza: umana.
Erano chiamati cìncali, «zingari», gli italiani di ieri. Disprezzati, sfruttati, spinti alla disperazione fino a riportarsi a casa in macchina il nonno morto (costava troppo denunciare il decesso e il trasporto) fingendolo vivo, un bimbo clandestino, un amico sindacalista indagato dalla polizia, marito e moglie. Un’odissea lancinante, con squarci improvvisi di poesia come la storia del pastore che chiamava le pecore con il nome dei morti per sentirli ancora vicini. Una bella storia. Da vedere, dopo il debutto al Festival Bella Ciao, al teatro romano dell’Orologio e in tournée per l’Italia.

La Stampa

Perrotta, quando eravamo

Largo ai monologhi. Il talento di molti performers, alcuni nuovi altri meno, che si cimentano in questo tipo di affabulazione, è incoraggiato dai tagli alle sovvenzioni per il teatro: sempre più arduo sembra allestire spettacoli con qualche pretesa di scene e costumi, per non parlare dei comprimari. Un capocomico mi diceva, già diversi anni fa: “Trovami un monologo! Da solo, anche se riempio il teatro al 30%, ci faccio sempre un affare!” Be’, Mario Perrotta non ha ancora un nome tale da riempire neanche il trenta per cento di un locale di prima grandezza, ma i cinquanta posti della sala Gassman all’Orologio di Roma, sì: e qui non ha bisogno di altro che di una sedia, un po’ di illuminazione, e un nastro con qualche canzone d’epoca. Il testo che presenta e che ha scritto con Nicola Bonazzi si intitola La turnàta, seconda parte ideale di un progetto sui nostri emigranti intitolato “Italiani cìncali” (ossia zingari, è un insulto razzista). La prima parte, che debuttò nel 2003, era dedicata ai minatori nel Belgio; questa, ai lavoratori stagionali in Svizzera, e fa da filo conduttore, donde il titolo, il racconto fiabesco del ritorno definitivo in patria, in automobile, alla fine degli Anni Sessanta, di una famiglia pugliese che avendo raggranellato lassù qualche soldo ha deciso di affrancarsi. Nel veicolo diretto da Zurigo a Lecce – 1400 chilometri! – sono, oltre a Nino che ha nove anni e che rievoca, il padre di Nino, la mamma di Nino, un operaio sindacalista amico del padre, e il nonno di Nino. Tre di loro sono in posizione irregolare, Nino stesso e sua madre, perché gli operai non possono per legge farsi raggiungere dalla famiglia – e Nino ha pertanto passato anni dell’infanzia sempre nascosto, sbirciando da lontano i coetanei svizzeri che andavano a scuola – e il nonno di Nino, perché è morto: volendo seppellirlo al paese, i suoi lo hanno vestito e messo sul sedile come un dormiente. Benché il tragitto sia molto lungo, ai nostri non capitano troppe avventure, tranne un paio di incontri con poliziotti sprezzanti ma distratti, così il narratore integra la storia mediante episodi collaterali, un po’ di marxismo spiegato al fanciullo dal sindacalista, e informazioni agghiaccianti sulle condizioni imposte ai lavoratori stranieri dai governi svizzeri con la acquiescenza di quelli nostrani. L’accento dialettale e qualche termine saporito rendono vivace il dettato, e il giovane Perrotta possiede personalità, comunicativa, simpatia, aspetto attraente, e anche voce, qui valorizzata dalla ormai rara ma pur sempre benvenuta assenza dell’amplificazione. Un’ora e venti circa, fino al 9 ottobre.

Gazzetta di Parma

Al Granara Teatro Festival – Commoventi storie di emigranti

Davvero straordinaria la vasta partecipazione al Festival di Granara che si è concluso ieri, tenendo conto in particolare delle difficoltà per raggiungere questa località del nostro Appennino. Si è confermata quest’anno l’eccellente impressione dell’edizione scorsa, un bel clima di lavoro, laboratori per le cinque giornate della rassegna, le compagnie ospiti presenti per tutto il periodo così da favorire scambi, confronti, circa centocinquanta presenze, cui si aggiungono gli ospiti delle singole giornate. tante tende nel bel piano verde, molti bambini, cui erano dedicati incontri speciali il pomeriggio, racconti e letture a cura di Monica Morini del Teatro dell’Orsa. Il progetto ecologico di Granara prosegue durante tutto l’anno, ma questo d’agosto è un periodo speciale. Durante il festival agli spettacoli si alternano incontri, dibattiti, riflettendo concretamente sulle attività svolte e su possibile sinergie. Sabato è stato possibile vedere nel pomeriggio Un romanzo da tre soldi, uno studio in forma di racconto in cui trovano spazio le canzoni di Brecht/Weill con quattro attrici e due musicisti, regia di Francesco Micheli, interpreti Cristina Bugatty, Marta Comerio, Matilde Facheris, Silvia Gallerano, Davide Vendramin e Massimo Betti. Parti cantate, gioco di sguardi, passaggi ironici, paralleli con il nostro presente. E a sera inoltrata, dopo la cena comune in una condizione di grande cooperazione, l’incontro con uno spettacolo di notevole valore, Cìncali in Svizzera, studio per la seconda parte di «Italiani Cìncali» di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta, che firma anche la regia ed è unico interprete in scena: un raccontare scandito, il ricordo di un ritorno, la «tùrnata» dalla Svizzera, 1969, in quella macchina un bambino di nove anni che ora lascia scorrere immagini, dialoghi, situazioni. Momenti drammatici si alternano ad altri buffi, ma ci sono anche cifre e statistiche, la realtà dell’emigrazione italiana in un forte rispecchiamento tra realtà sociale e storie individuali. Intelligente la costruzione drammaturgica, ben scelti gli stacchi musicali, eccellente la recitazione, ironica e commossa, tra partecipazione e straniamento. Il pubblico incantato. In macchina, in quel viaggio avventuroso di ritorno, sintetizzato nel tempo dello spettacolo, anche il nonno morto in Svizzera, che ritornava alla sua terra seduto tra Nino e la sua mamma, dovendo sembrare che dormisse. Il lavoro degli stagionali, la necessità per i bambini di vivere clandestinamente, la nostalgia. Uno spettacolo importante, coinvolgente. Molti i minuti di applausi. già l’anno scorso si era visto proprio a Granara la prima parte del progetto «Italiani Cìncali», eventi di pregio in un festival di grande interesse anche sul piano nazionale.

Hystrio

Perrotta – Ritorno a casa col nonno morto

Sarà veramente un balsamo la memoria, come dichiara il sottotitolo del festival Bella ciao, organizzato da Ascanio Celestini a Cinecittà, laddove la periferia di Roma inizia a mescolarsi con la campagna? Non è forse piuttosto tormento, ferita, magari rimarginata ma ben incisa, rimozione o edulcorazione? Il dubbio viene, specie davanti agli spettacoli più belli, più incisivi, del “teatro di narrazione”. Si ripercorrono tempi di miseria, di dolore, con una felicità del raccontare che cattura, che crea quasi un mondo a sé, illusorio. Tocca allo spettatore non lasciarsi sedurre dagli inganni del narratore e trasformare i balsami in umori urticanti; tocca a chi ascolta rifiutare le lusinghe e costruire realtà. La turnàta è la seconda parte di Italiani cìncali, un progetto sull’emigrazione che il salentino Mario Perrotta, in collaborazione con Nicola Bonazzi, sta sviluppando a Bologna da alcuni anni. Da interviste fatte nella sua terra ha già tratto un bellissimo racconto sulle durezze dell’emigrazione in Belgio. Ora tratta di un altro “paradiso” promesso agli italiani che negli anni Cinquanta e Sessanta fuggivano dalla miseria: la Svizzera. Ma racconta soprattutto il ritorno, un lungo viaggio da Zurigo a Lecce come una meravigliosa avventura di liberazione vissuta dagli occhi ingenui di un ragazzino. Nello stesso giorno e anno della discesa dell’uomo sulla luna, muore il nonno del protagonista. Il nipotino lo vedrà come una lucina che sbarca insieme agli astronauti sul satellite, mentre tutta la famiglia si mette in viaggio per tornare a seppellire il vecchio al paese. Per non pagare le eccessive tasse svizzere, il morto viaggerà seduto, come se fosse addormentato, con il berretto sugli occhi. Ma il viaggio è anche un’evasione dalla clandestinità: il bambino era arrivato a quattro anni, a metà degli anni Sessanta, come clandestino, perché la Svizzera non accettava lavoratori stranieri stabili, solo stagionali, e men che meno le loro famiglie. Perrotta racconta un’infanzia reclusa in casa, senza scuola, senza corse, la situazione di migliaia di figli di immigrati, e poi quell’evasione affianco al corpo freddo, con il passaggio della frontiera chiuso nel baule, con gli strani discorsi dei grandi, sul comunismo, sul paese, sugli svizzeri ostili, fino agli ulivi del nonno, al mare, al sole… Perrotta è bravissimo a catturare lo spettatore, a creare piccoli mondi da dettagli, ad aprire pensieri brucianti, a contestualizzare la materia sentimentale con dati, a insinuare collegamenti con altre clandestinità contemporanee. Non predica mai; ci porta per mano nella pena della vita con i balsami dell’infanzia e del racconto, che sembrerebbe tutto trasfigurare, anche il dolore, l’esclusione, l’ingiustizia.

Delteatro.it

La turnata

Dopo il fortunato «Italiani Cìncali!», Mario Perrotta, con Nicola Bonazzi, torna a pescare storie di miseria e dignità nell’Odissea infinita dei nostri emigranti. Ricavandone anche sardoniche stilettate ai potenti di turno. Ma il rischio di un «eccesso di ricordo» è dietro l’angolo

Mario Perrotta dovrebbe farlo in Parlamento, il suo spettacolo dedicato all’emigrazione italiana in Svizzera. Il lavoro si intitola La turnàta, ed è una ideale seconda parte di Italiani Cìncali!, spettacolo con cui il giovane narratore ha già girato mezza Italia, riscuotendo ovunque consensi. Ma chi, come chi scrive, non ha ancora visto la prima parte, si tranquillizzi: La turnàta, ci assicurano gli autori, è lavoro autonomo ed indipendente, legato solo dall’afflato investigativo, quello cioè di ripercorrere la memoria di storie che sembrano lontanissime nel tempo, ed invece sono accadute nemmeno quaranta anni fa.
Gli italiani, in Svizzera, erano tanti: 700 mila emigrati, come stagionali, nel 1969. E c’erano anche oltre 300 mila bambini, clandestini, nascosti, privati di ogni vita possibile, tenuti segregati in minuscole case di 20 metri quadrati perché – in base agli accordi italo-svizzeri – lo «stagionale» non poteva portare con sé né moglie né figli. Ma da «stagionale» si poteva passare la vita, e le famiglie, com’è naturale, si ricongiungevano, a costo di nascondere i bambini negli armadi. Ed è proprio il racconto di uno di questi bambini, Nino, a far da traccia all’intera vicenda, alla storia di povertà, lavoro, amore, lotta politica, vita e morte che è La turnàta. Turnata vuol dire «ritorno» in dialetto pugliese: il ritorno di chi non riparte più, di chi si ferma a casa. Lo spettacolo, allora, è il racconto del lungo viaggio verso casa, verso gli ulivi e il mare, per trasportare il corpo esanime del nonno, il capostipite, il primo ad essere emigrato nel 1955: si torna in Puglia, sull’Alfa Romeo, per seppellirlo. Ma è, ovviamente, viaggio clandestino, fatto di sotterfugi e tensioni: ma anche viaggio iniziatico per il piccolo Nino, di nove anni, che scopre, piano piano, il mondo. Il razzismo degli svizzeri, l’indifferenza del governo italiano, lo sbarco sulla Luna, i sogni della lotta operaia, il sindacato, il calcio, le paure e l’affetto…
Visto al Festival Bella Ciao, diretto da Ascanio Celestini, lo spettacolo non poteva non avere come unico elemento scenico l’ormai ovvia «sedia da narratore» (ma qualcuno, prima o poi, darà fuoco a quella sedia?): e, lì seduto, Mario Perrotta catalizza l’attenzione del pubblico con verve. Gioca bene i suoi elementi, modula la voce per caratterizzare i personaggi, sfrutta gli stacchi musicali per imprimere ritmo alla narrazione, accenna qualche gesto con la mano. Il racconto, così, vivace e a tratti originale, affascina e diverte, e, soprattutto, in una lunga digressione, snocciola una serie impressionante di dati, cifre, fatti sulla pagina sempre più rimossa dell’emigrazione italiana.
Per questo, allora, dovrebbe andare in Parlamento: perché gli estensori della legge sull’immigrazione – detta «Bossi-Fini» dai nomi dei firmatari principali – potrebbero capire meglio cos’è (e cosa è stata) l’emigrazione, perché certi nobili Lumbard potrebbero ricordare le origini popolari delle proprie ricchezze, perché forse la memoria di ciò che siamo stati potrebbe aiutare a capire meglio ciò che siamo. E persino il Presidente del Consiglio avrebbe forse un’occasione in più per approfondire meglio la differenza tra capitalismo e comunismo, visto che Perrotta la spiega (con ironia) usando una sublime e surreale metafora calcistica (Marx, Engels e il Maresciallo Tito, campioni della «squadra comunista»…). Qualcuno, però, con sottigliezza, faceva notare, a fine spettacolo, che il più felice di tutti sarebbe il Ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia: a lui La turnàta potrebbe dare ottimi argomenti.
Scritto con Nicola Bonazzi, il lavoro di Perrotta è, così, l’ennesima conferma di un genere teatrale tutto italiano – fatto con generosità e passione – di indiscutibile pregnanza, ma che cova in sé, da qualche tempo, i germi della propria contraddizione: di eccesso di memoria si può anche soffrire… Ma la buona fede, e l’appassionato entusiasmo dei due autori dello spettacolo mettono in fuga ogni dubbio: e la sincera adesione del pubblico ne è immediata conferma.

Il Giornale

Perrotta ci regala la piccola Storia dei nostri migranti

La scena è vuota. Eppure, via via che lo spettacolo procede, sembra che si riempia di oggetti, nomi, voci, luoghi capaci di risuonare dentro e di assumere vivida concretezza. Bastano le parole pronunciate da Mario Perrotta. Basta la forza evocativa del suo racconto, la voglia di disegnare una vicenda umana semplicemente narrando, semplicemente incastrando «Storia» e «storie».
Una sedia, qualche nota di musica e il gioco è fatto: eccoli qui, sotto i nostri occhi di spettatori/ascoltatori, i protagonisti de La Turnata (Italiani cìncali! – parte seconda), nuova tappa del progetto che Perrotta (autore insieme con Nicola Bonazzi, oltre che regista e unico interprete) dedica da qualche anno al tema dell’emigrazione italiana verso i Paesi del Nord Europa. Dopo lo straordinario successo del precedente Italiani cìncali! – parte prima: minatori in Belgio, incentrato sulla tragedia di Marcinelle e la drammatica esperienza del lavoro nelle miniere, il bravo attore pugliese posa adesso lo sguardo sull’emigrazione in Svizzera. Gli anni sono emblematici di un’epoca di forti contraddizioni (siamo tra il ’55 e il ’69) e stavolta il punto di vista (affidato, nel primo titolo, al postino Pinuccio) è quello di un bambino. Uno dei tanti minorenni italiani che vivevano in Svizzera da clandestini, nascosti in casa come talpe, perché i genitori appartenevano alla schiera dei cosiddetti lavoratori “stagionali” (una manovalanza assunta per qualche mese l’anno, poi licenziata per essere di nuovo assunta: negato qualsiasi diritto e negata, soprattutto, la possibilità di costruirsi un futuro).
La pièce – scritta sulla base di testimonianze reali raccolte in giro per la Penisola – scava nella realtà di un fenomeno mai abbastanza noto che colpisce per la sua forte attualità. L’Italia di oggi, terra di approdi e sbarchi carichi di speranza, è un po’ la Svizzera di allora e la tragedia si ripete con lo strazio di sempre, sovrapponendo il passato alla cronaca. Ma c’è da dire che Perrotta, sorretto da una recitazione secca e moderna, non sceglie di raggiungere lo scopo attraverso registri solenni o enfatici.
Egli, semmai, alterna toni seri a virate ironiche, proclami civili a scarti surreali. Il suo giovane protagonista ci conduce in medias res progressivamente: la povertà del paese d’origine, la partenza prima del nonno poi del padre, l’arrivo in Svizzera e infine – sta qui lo scarto forse più teatrale del lavoro – il ritorno in Italia (la «turnata» appunto) per seppellire quel nonno morto di fatica e sacrifici. E su tutto vigila la sua fervida fantasia di ragazzino/voce narrante che impasta la «storia» di candore ma che, in diversi passaggi del testo, lascia il campo alla «Storia», alla denuncia, all’attacco politico: Come farebbe un personaggio voce di Ascanio Celestini, di Marco Paolini o di Davide Enia: affabulatori di oggi chiamati a mediare tra memorie collettive e destini personali, necessità di ricordare e pericolosi tentativi di oblio.

Il Resto del Carlino - Bologna

La recensione… prosa

Nella geografia immaginaria e fatalmente approssimativa del teatro di narrazione, che situa Marco Paolini nel Nord Est e Ascanio Celestini in un Centritalia meticcio, il Sud tocca con Enia, Scaldati ed altri anche a Mario Perrotta. Non perché nel flusso del suo dire il dialetto (pugliese, anzi leccese) sia dominante, ma grazie alla colorazione tipicamente meridionale dell’efflorescenza che coinvolge fatti, persone, situazioni concrete e subito trasfigurate in forma epica. Accade anche in questa seconda parte del progetto «Italiani Cìncali» dedicato all’emigrazione, che tanti meritati consensi ha ricevuto ovunque. Dopo i minatori in Belgio, la rievocazione dei tempi in cui «gli albanesi eravamo noi» tocca la Svizzera, meta fra tutte emblematica: un paradiso asettico, freddo e vagamente disumano per milioni di emigrati del nostro Sud. Nella «Turnata» (scritta con Nicola Bonazzi) Perrotta racconta il ritorno da Zurigo a Lecce di una famiglia che rientra definitivamente a casa, sconfitta dall’ostilità xenofoba di uomini ed istituzioni elvetiche. Padre, madre, il nonno morto da rièportare giù, un battagliero sindacalista. E Nino, il narratore, un bambino di nove anni che della Svizzera ha visto solo una stanza. Siamo nel luglio 1969, proprio la notte dello sbarco sulla luna, che accende raffronti immaginosi e miti casalinghi. la sobria (niente gesti esosi, pochi effetti), ma fisica plasticità della rievocazione in cui si mescolano epos, cronaca, denuncia civile, e da cui trapela il ritratto di tre generazioni d’emigrati, vince e convince anche stavolta.

Il Piccolo

La turnàta di Perrotta ad Akropolis – Quando gli zingari eravamo noi italiani

Cinquant’anni fa gli albanesi eravamo noi, ricorda Gian Antonio Stella nel suo libro sull’emigrazione italiana. La stessa cosa fa Mario Perrotta con i suoi spettacoli, dedicati alla gente del Meridione cui, 50 anni fa, fu fatto credere che “il paradiso” era a portata di mano, oltre le Alpi. E che la miseria si poteva vincere, sfruttati da stagionali nelle miniere belghe e nei cantieri svizzeri. Nel 2003, «Italiani cìncali» è stato il primo risultato del progetto teatrale cui Perrotta e il drammaturgo Nicola Bonazzi lavorano da anni. Quegli «Italiani zingari» (l’insulto rivolto più spesso a loro) erano i «meridionali» che un accordo internazionale strappava ai campi e mandava a morire nelle miniere del Belgio (malati di silicosi). La raccolta di documenti e testimonianze orali è proseguita e ha fruttato ora un nuovo episodio «La turnàta». Il monologo (ospite per una sera a Udine nella rassegna Akropolis) parte dai 700.000 italiani assunti stagionalmente in Svizzera a cominciare dal 1955, in base a regole d’ingaggio concordate tra i due governi. Regole che lasciano sgomenti per le condizioni alle quali i lavoratori italiani venivano assoggettati. Dalla clandestinità totale in cui vivevano i loro figli (espatriati illegalmente, murati in casa, chiusi negli armadi in caso di ispezioni) nasce il personaggio di Nino. Nove anni, una grande curiosità del mondo, un felice accento pugliese, Nino fa da filo conduttore alla «turnàta» che riporta definitivamente in patria la sua famiglia dopo 15 anni di lavoro stagionale. In macchina, col cadavere del nonno sul sedile posteriore («ma pare che dorme») e un sindacalista chiacchierone che spiega la lotta di classe come una partita a calcio; Nino ritorna agli ulivi e al mare che ha visto soltanto in fotografia, mentre l’Alfa Romeo 1300 con targa svizzera attraversa frontiere e macina asfalto e strada. «La turnàta» è una documentata denuncia, ma è anche fiaba civile, romanzo di formazione, che la semplicità di Perrotta nello stare in scena (gli bastano una sedia e una canottiera bianca) e la minuscola evocativa colonna sonora trasformano in un’epica migratoria. «Quando si arriva, papà?» chiede il piccolo Nino, come si chiedono oggi migliaia di bambini che, da clandestini, attraversano il Mediterraneo sugli scafi e incontri spesso sulle strade italiane. Si arriva quando non devi più partire.

Il Gazzettino

Mario Perrotta, per Akropolis 6, allo Zanon di UdineLa

Udine. Una componente su tutte rende magico il teatro: la sospensione di credulità. Ovvero il meccanismo messo in atto dal pubblico che, pur sapendo di osservare solo un attore, per un po’ finge di credere, e quando ne ha voglia si autoconvince, di trovarsi di fronte un re, o un assassino, o un eroe. Se c’è un genere che spinge al massimo questa “richiesta di collaborazione” al pubblico, questo è il teatro di narrazione, dove i personaggi non sono nemmeno presenti, ed è necessario inventarseli partendo dalla semplice voce del narratore. Certo, quando il meccanismo funziona. “La turnàta” di Mario Perrotta, a Udine per la rassegna Akropolis 6, è narrazione che funziona. Di quella che zittisce il pubblico. E sufficiente osservare la concentrazione che si crea in platea, e riflettere, nel corso dei lunghi e sinceri applausi, sul fatto che in fondo l’attore non ha fatto altro che parlare per oltre un’ora, spesso seduto su una sedia posta al centro del palcoscenico. Seconda parte di “Italiani Cincali”, fortunato spettacolo dedicato al Belgio e alle terribili vicende di Marcinelle, “La turnàta”, scritto assieme a Nicola Bonazzi, è una narrazione più intima, filtrata attraverso gli occhi di un bambino. E così il tragico ritorno di una famiglia di emigranti dalla Svizzera, dopo anni di lavoro e segregazione civile, diventa occasione allo stesso tempo di risate e riflessioni pesanti sul presente. Costretto dalla legge Svizzera a “non esistere” (agli stagionali era vietato il ricongiungimento familiare) il protagonista Nino deve vivere in clandestinità lunghi anni di infanzia, recluso in casa. Tragedia che, inutile dirlo, capita molto spesso tra i nostri attuali immigrati, senza che questo ci provochi particolari emozioni. Di emozione, ne “La turnàta”, invece se ne prova. Perché nel teatro di Perrotta, dove il filo della narrazione scorre senza intoppi e con grande semplicità, l’effetto è simile a quello offerto dalla lettura di un romanzo appassionante: ci si scorda del mondo reale, e si entra in un mondo nuovo, costruito dall’autore ma anche, fortemente, da noi stessi, dalla nostra fantasia. E si vive tutto in prima persona. Ecco cosa ha di magico la narrazione efficace: regala a ogni spettatore la sua particolare storia, la sua risata, la sua immedesimazione.

Corriere della Sera - Ed. Mezzogiorno

Dalla Svizzera a Lecce, il viaggio di una famiglia del Sud diventa epopea minima

A volte tornano. L’attore e regista Mario Perrotta, salentino e bolognese d’adozione, lo ha fatto alla Galleria Toledo per raccontare a sua volta un ritorno, quello degli emigranti meridionali dalla Svizzera. «La turnata», seconda parte del progetto «Italiani cincali» firmato con Nicola Bonazzi (autore dei testi), racconta come un’epopea minima il viaggio di una famiglia leccese da Zurigo al paese d’origine. Che cosa sia la «turnata» lo spiega Perrotta in apertura del suo monologo visivo e visionario (la storia è vista e restituita dagli occhi di Nino, un bimbo di nove anni, clandestino perché agli emigranti era vietato anche riprodursi): «Una enùta è solo una enùta, mentre la turnàta è per sempre. La differenza: una enùta è una fesseria, il tempo di guardarsi attorno per ripartire e dimenticare. La turnàta, invece, vuol dire che ti sei sistemato, puoi mettere a fuoco, ricordare le facce e i luoghi perché stai per tornarci, definitivamente». Teatro cronaca potente e documentatissimo (alle spalle c’è una caparbia inchiesta sulla legislazione, le storie e la storia dell’emigrazione) quella di Perrotta si conferma una riuscitissima operazione-memoria. Ma di una memoria recente e civile. La capacità affabulatoria di un cuntista contemporaneo e la scrittura drammaturgica ruvida e raffinata ad un tempo fanno di questa pièce del Teatro dell’Argine un’esperienza civile ed esteticamente ineccepibile. In scena a Napoli fino al 12 febbraio.

Corriere della Sera - Roma

L’emigrante viaggia con il nonno morto

Il teatro di narrazione piace molto, interessa con la verità storica di quel che riferisce e col trasferirla in un’ottica personale, quindi emotiva, capace di arrivare allo spettatore e coinvolgerlo. Il successo è iniziato con quello di denuncia di Marco Paolini, poi ci sono state le ricostruzioni sociali di Laura Curino, ora ha preso rilievo Ascanio Celestini con le sue rivisitazioni degli anni di guerra, e dietro di loro si affacciano in molti altri. Tra questi mi pare meriti di essere notato Mario Perrotta, che ha presentato la seconda parte del dittico “Italiani cìncali!”. Racconta una “Turnata”, ritorno definitivo di un emigrante che, anche quando avviene nel 1969 in una bella macchina come un’Alfa Romeo, sa comunque di sconfitta. Antonio Filace, detto Nino ‘u steccu, per il suo fisico, la sua turnata, pur nella gioia di riacquistare la mitica dimensione del suo paese, in Puglia, decantatagli dal nonno, la compie come fuga, per necessità. Il nonno è morto in Svizzera, e seppellirlo lì, a Zurigo, o farlo trasportare in Italia costa troppo. Nasce allora un viaggio grottesco e tragico, in macchina col nonno morto dietro, vestito e cappello calato sugli occhi, come dormisse, e il povero Nino, di nove anni, costretto nel bagagliaio, perché clandestino: i lavoratori stagionali avevano il divieto di portarsi appresso i figli, ma lo facevano, costringendoli a vivere chiusi in casa. Col viaggio, è la luna il punto di riferimento, quella luna che non cambia mai, sempre la stessa al paese e all’estero, su cui stanno per sbarcare i primi astronauti. I temi che in macchina vengono toccati sono i più vari, per restituirci la realtà (e anche i dati) di quando eravamo noi gli emigrati, insultati come “cìncali” (zingari), sfruttati, emarginati, ma con l’ottica ingenua eppure cosciente di un bambino. Un bel racconto, ricco di invenzioni, che acquista intensità man mano che procede e, seduto su una sedia, Perrotta, anche autore del testo con Nicola Bonazzi, ci fa sentire la nostalgia dolorosa e magica di quei ricordi.

Avvenimenti

Mario Perrotta, magico cantastorie – Sulle orme degli emigranti italiani nel dopoguerra

Sono tornati al teatro dell’Orologio di Roma gli artisti della compagnia bolognese Teatro dell’Argine con La turnàta – Italiani cìncali, secondo e ultimo spettacolo di un progetto sull’emigrazione italiana del secondo depoguerra, in modo particolare su quella diretta verso l’Europa del nord. L’anno scorso si erano visti con Tiergartenstrasse 4 Un giardino per Ofelia, allestimento molto ben fatto che traeva spunto dall’Aktion 4, denominazione della fase di eliminazione dei disabili mentali per la realizzazione del progetto hitleriano di creazione di una razza ariana. Quindi il gruppo emiliano sente disposizione per un teatro dalla duplice caratteristica di impegno e memoria: una configurazione adatta al monologo, il quale ha il pregio di stabilire con lo spettatore una relazione molto diretta, efficace quando si tratta di una denuncia, denuncia d’una realtà, d’una situazione presente oppure d’una verità storica. Procedimento abitualmente operato dai Marco Baliani, Marco Paolini, Ascanio Celestini, che sono i migliori nel genere. Ciò che caratterizza l’attore in scena, Mario Perrotta, anche autore della “Turnata” assieme a Nicola Bonazzi, è la semplicità. Recita senza ammiccare alla moda del cosiddetto “teatro di narrazione”, fastidiosa e impropria denominazione d’una categoria inesistente alla quale si sono iscritti in tanti (Fausto Russo Alesi o Davide Enia, ce n’è un’inflazione). Utilizza invece senza inopportune superbie le tradizionali tecniche del mestiere, voce ben impostata e calibrata, gestualità essenziale e descrittiva, mimica adeguatamente allenata e un generale saper stare in scena, un agio nel rapporto con il pubblico. A questo punto, siccome c’è l’attore, c’è anche la narrazione. Si racconta degli italiani che emigravano in Svizzera e che erano costretti a nascondere i loro bambini, murarli in casa, perché la Confederazione proibiva l’ingresso dei figli di lavoratori stranieri. Si impara che in dialetto pugliese corre una bella differenza tra la “enùta” e la “turnàta”, perché la prima era solo tornare a casa e ripartire subito per il nord, giusto il tempo di guardarsi intorno, fare un giro per il paesello magari con la macchina. Una macchina nuova sennò che s’era andati a fare lassù? La “turnàta” invece era per sempre, il definitivo rientro a casa, l’emigrante ce l’aveva fatta, finita la vita all’estero e conquistata l’agiatezza. Tante eran le “enùte” negli anni Sessanta, pochissime le “turnàte”. Questo racconta Perrotta, perché noi italiani adesso siamo diventati il Nord di altri Sud.

Primafila

Festival d’autunno

L’ultimo nato tra i festival si staglia subito per la sua identità: Bella ciao. Il balsamo della memoria. A idearlo Ascanio Celestini (con Debora Pietrobono), affabulatore esemplare che ha fatto del racconto orale, fra cronaca e memoria del passato prossimo e presente, il suo mezzo espressivo. Caratteristica della rassegna è il decentramento in un luogo periferico della capitale quale è il decimo municipio […]. Tra i nuovi narratori, tesi a recuperare storie e testimonianze reali, si fa strada il pugliese Mario Perrotta. Il suo progetto Italiani Cìncali! (insieme a Nicola Bonazzi), che nell’assonanza sta a significare “zingari” – perché così erano chiamati i nostri emigranti -, ha prodotto due spettacoli intorno al tema dell’emigrazione italiana verso i Paesi del Nord Europa. Nata dall’ascolto, dalla raccolta di vicende reali, di lettere e di sensazioni, di sguardi impressi da restituire sulla scena, La turnàta di Perrotta mette a fuoco il ritorno definitivo nel proprio paese natale di una famiglia di emigranti dalla Svizzera nel 1969. La descrizione di quel lunghissimo viaggio in macchina da Zurigo a Lecce diverte e fa riflettere. Perrotta snocciola descrizioni accurate della cucina del piccolo appartamento, del figlioletto clandestino portato di nascosto sotto il cappotto del padre e tenuto chiuso in casa per cinque anni (perché era vietato portare in Svizzera i propri famigliari); dei lavoratori stagionali che non avevano alcun diritto sindacale e politico; poi, del confine da attraversare col bambino chiuso dentro il baule della macchina e con il nonno morto da far credere addormentato per poterlo seppellire nella sua terra natia. Ma il racconto ci parla anche di ostilità sopportata, di operai morti sul lavoro perché senza misure di sicurezza e senza tutela, di referendum per scacciare gli italiani e di archivi della polizia con novecentomila “schede di vita” di questi poveri diavoli, fra cui molti considerati sovversivi. Incalzante e persuasivo, di furente e mite espressività, Perrotta, sfumando infine sulle note della canzone di Al Bano Nel sole, dosa con sapienza di toni questo intenso monologo dedicato a quelli che partono e che tornano. O che non tornano più. Storie vicine al nostro tempo che diventano cronaca […].

Avvenire

A teatro il dolore degli emigranti italiani

A Roma la seconda parte del progetto “Italiani cìncali” del Teatro dell’Argine: ne “La turnàta” i problemi di un giovane emigrato in Svizzera
Mentre assistiamo allo psicodramma collettivo che accompagna l’immigrazione straniera è giusto riandare a quando noi italiani eravamo immigrati in altri mondi. Tanto per conoscere un dramma autentico, a lungo rimosso dalla nostra storia nazionale e ultimamente recuperato dalla letteratura. Buono e giusto è quanto va operando fin dal 2002 la Compagnia del Teatro dell’Argine con un Progetto che approfondisce, all’interno di questa epica mobilità umana, il capitolo dell’emigrazione italiana in Europa. Diversa dall’esodo di massa verso altri continenti cominciato a fine Ottocento e proseguito in varie ondate. La scelta dell’oltreoceano era il distacco definitivo dal proprio paese; espatriando verso l’Europa i nostri emigrati portavano con sé l’idea di farvi ritorno non appena raggranellato il sufficiente per una vita dignitosa. Per questo nell’estero europeo li chiamavano “italiani cìncali”, per i più corruzione linguistica di “zingari”, in perpetuo movimento. Così titola la Compagnia dell’Argine la sua indagine teatralizzata su questo fenomeno, elaborata da Nicola Bonazzi con Mario Perrotta, che ne è regista e recitante sulla scena, in questi giorni a Roma, al Teatro dell’Orologio. Una prima puntata del progetto italiani cìncali, due anni fa, riguardava i nostri connazionali emigrati in Belgio per lavorare (e per molti morire) nelle miniere: fu toccante documento, basato su lettere e racconti orali, di una diaspora disperata, dall’ottica di un postino del leccese. In La turnata ovvero Italiani cìncali parte seconda, ora Perrotta sposta l’obbiettivo sulla Svizzera e si immedesima in un ragazzo, Nino, che vive e soffre la condizione dell’emigrante di terza generazione. Nato in terra elvetica, deve restar chiuso fra quattro mura, invisibile a chiunque, scoprendone l’esistenza come clandestino, possa denunciare i genitori per la violazione della legge che tutela l’identità svizzera, e far perder loro, lavoratori stagionali, il permesso di soggiorno. Anche la morte del nonno, immigrante capostipite, va occultata. Ed ecco il travaglio finale dell’avventura: il rientro, la “turnata” in Italia, con il morto in auto finto addormentato. Il racconto-monologo, intarsiato di accenti dialettali, ha una fluida potenza evocativa, da “centista” classico. Ma non è favola, è realtà bruciante di ingiustizie anni 50/70. Che faceva allora l’Italia?, si chiede Perrotta. Il pubblico di oggi applaude, arrabbiato e commosso.

L'Unità

Teatro italiano: eppur si muove (e parla)

DIAGNOSI Mannò che non è morto. Anzi, irriga il presente con un fiume di parole giusto per smascherarlo. Ha valenza politica e un nutrito drappello di interpreti Enia, Cosentino, Saponangelo, Palato: ecco nomi che presto troverete nei cartelloni… Hanno voglia di raccontare l’Italia com’era e com’è tra nostalgia e disincanto Hanno la parlantina facile ma i contenuti impegnati, istrioni d’impatto, però se li osservi bene hanno una tecnica d’attore che fa paura: sono i nuovi nomi del teatro. Tratti distintivi: amore per il monologo di denuncia (diretta o indiretta) o di un teatro della memoria, «riflettori» sani di e su un paese malato, autori e attori, spesso tutte due. Li trovi sparsi tra gli off, trasversali nei calendari di stagione dei vari palcoscenici, pronti al balzo. Sì, perché vanno veloci i nipotini di Dario Fo, allievi svegli dei vari Baliani e Paolini: vedi Fausto Paravidino, nemmeno trentenne, che dopo un paio di pièce al vetriolo porta le anime morte del suo nord-est italiano sul grande schermo di Venezia (Texas). Non è il solo a traghettarsi con disinvoltura dalla scena al set, perché anche questo non è più un tabù: teatro e cinema si scambiano le parti, gli attori del primo si fanno notare al grande pubblico, i protagonisti del secondo cercano di misurare le loro capacità dal vivo. L’arte dell’attore/autore del nuovo millennio è camaleontica, duttile, ipereccitata. Uno come Mattia Torre si fa notare come autore di fiction tv, sceneggiature di film (Piovono mucche di Luca Vendruscolo) e poi fa il botto a teatro con In Mezzo al Mare del 2004, monologo stralunato di un signor Rossi qualunque, travolto da eventi banali che, sommati, portano alla tragedia (interprete un altro nome da segnarsi: Valerio Aprea), e bissa quest’anno con Migliore, altro monologo cattivo che ha la grinta di Valerio Mastandrea (torna in scena a gran richiesta da martedì al romano Ambra Jovinelli). Ascanio Celestini l’affabulatore gira per palchi con la sua sedia e la lampadina, ma trova anche il tempo di scrivere libri e dirigere festival. Tratti comuni: hanno voglia di comunicare, il loro non è un teatro esoterico ma aperto a tutti, semmai con qualche vezzo d’attore. Un Fausto Russo Alesi o una Giuliana Musso sono capaci di virarsi in due battute in più personaggi, Alesi è persino arrivato a «doppiare» con efficacia Gaber il «Grigio». Matteo Belli è in grado di rappresentarti il Medioevo a quattro dimensioni o trasformare l’Eneide in concerto, una vera polveriera di talento fonico e mimetico. Hanno voglia di raccontare l’Italia, com’ era com’è. Tra nostalgia e disincanto, memoria e denuncia. Ulderico Pesce s’ingegna a scovare in un piccolo museo polveroso di Roma il teschio di Passannante, un anarchico torturato e imprigionato in epoca regia, e ne fa una storia-simbolo di battaglie civili. Poi si fa promotore di una pièce lacerante e vera sulle scorie nucleari che inquinano il Sud, e oggi racconta i 21 giorni di lotta degli operai della Fiat di Melfi, vincendo il Premio Riccione Teatro «Marisa Fabbri» 2005. Il talento di Mario Perrotta arriva a maturazione con le storie degli emigranti italiani, Sara Bertelà riflette in Petronilla Graie le altre facce della migrazione: quelle dei nuovi «intoccabili», delle ragazze dell’est che finiscono a gambe larghe sulla strada o spariscono tra i flutti, buttate a mare dagli scafisti. Il lunare Andrea Cosentino ti spalanca un paio d’occhi scuri e sgranati in faccia e poi ti disegna sberleffi d’ironia sulle «apparenze» contemporanee e i tipi psicologici metropolitani che incontriamo sotto casa. Altre volte, hanno voglia di toccarti l’anima con racconti che prendono il volo da cronache reali e ti portano lontano: come le iperboli calcistiche di Davide Enia, una passione trasformata in poesia, come la Tribù di Duccio Camerini, affresco d’Italia in quattro generazioni con Crescenza Guarnieri che è un po’ l’antenata di tutti noi, il sogno fantasma dei nonni e del paese che avevano immaginato e che non è diventato. O il Mondo Secondo scritto su misura per Chiara Noschese, altra mattatrice delle nuove scene, dove incalzano la duttile morbidezza di Teresa Saponangelo o la dolente bravura di Maria Paiato. Narratrici di racconti che premono sul cuore, solleticano la memoria, stuzzicano il cervello, Teatro d’emozioni e riflessioni, quello che quando esci non sei più lo stesso. Segnatevi i nomi sulla vostra agenda. Li risentirete.

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