In nome del padre

In nome del padreTeatro Stabile di Bolzano

«Perrotta è bravissimo, come sempre, nell'evocare una piccola umanità,
e si pone di fronte al problema con estrema serietà, il che non sfugge al pubblico.»
Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore

Corriere della Sera

Perrotta, un attore per tre padri

Cosa mette a fuoco In nome del padre di Mario Perrotta? Perrotta, padre da cinque anni, giunge con l’ausilio di Massimo Recalcati alle medesime conclusioni per tre padri diversi. Li interpreta tutti e tre lui fino a giovedì al Teatro Secci di Terni. Il nostro tempo, scrive Recalcati, è il tempo del tramonto dei padri. Ogni esercizio di autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. Ma i tre padri di Perrotta sono già oltre. Abitano nello stesso condominio, in tre piani diversi. Uno è giornalista, il secondo è operaio, il terzo imprenditore. I diversi ambienti professionali e quindi culturali non ne diversificano le reazioni di fronte al silenzio dei figli. I tre giovani sono adolescenti, chiusi in se stessi, murati nella proprio stanza, di casa o interiore. Il giornalista condivide con gli estranei le sue difficoltà scrivendo, ma l’ipotesi più estrema cui arriva è che il figlio sia omosessuale. L’operaio, che da ragazzo voleva suonare la chitarra, da sempre ha rinunciato a un dialogo con un figlio il cui problema, come gli dice, è solo di avere sedici anni. Il terzo vuole uscire con Giada, con le sue amiche, ballare e fare il giovanotto. MA mentre Giada è alle prese con l’innamoramento del ragazzo del primo piano, suo padre, con le sue amiche, e perfino con lei, fa il cretino. Perrotta è straordinario nel mutare accenti (parlate regionali, padane, siciliane e napoletane) e nel trasmettere nei movimenti delle mani le ansie di impossibile dominio della realtà dei suoi protagonisti.

Il Sole 24 Ore

Quei padri sempre più fragili e smarriti

Dopo due progetti di respiro corale – su Ligabue, fra gli argini del Po, sugli immigrati, in vari luoghi del Salento – Mario Perrotta affronta un tema più introspettivo, il rapporto tra padri e figli. Nel suo nuovo spettacolo, In nome del padre, che ha debuttato al Teatro Studio Melato di Milano, l’attore si pone spietati interrogativi sulla fragilità, sugli smarrimenti di questa figura nella nostra società. Il lavoro, scritto con lo psicanalista Massimo Recalcati, apre una trilogia sulla famiglia che passerà poi a inquadrare i ruoli di madre e di figlio.

È evidente che la questione è molto sentita da Perrotta, il quale già vi si era accostato nella sua Odissea, in cui la lontananza di Ulisse veniva vista con gli occhi di Telemaco. Intanto lui a sua volta è diventato padre, conscio degli errori che gli si prospettano lungo il cammino. Ma il confronto fra genitori e figli non è solo una faccenda privata: sia gli uni che gli altri sono specchio della società in cui vivono, e le loro incomprensioni ne mettono ferocemente in risalto vizi e sbandamenti collettivi. Non a caso l’approccio alla materia avviene attraverso l’accostamento di tre personaggi diversi, rappresentativi di ambienti e culture distanti fra loro. C’è il giornalista colto e forbito, che racconta ai lettori del figlio barricato in camera, forse dopo essersi scoperto gay, mentre il padre attraverso la porta cita il libero arbitrio, l’atarassia, tutti i grandi omosessuali della storia. C’è il capofficina veneto incapace di usare le parole, che dopo aver consultato il «’ssicanalista» confessa al figlio di aver rinunciato, per provvedere al suo mantenimento, a una carriera musicale, e la moglie non gliel’ha più perdonata. C’è soprattutto il commerciante napoletano immaturo e maschilista – linguisticamente, il più interessante – che offre canne alla figlia Giada e va in discoteca con lei e le sue amiche, che lo accusano di molestarle e di avere atteggiamenti ambigui nei confronti della stessa Giada. Perrotta dà voce a tutti e tre da solo, in uno spazio vuoto in cui spiccano unicamente tre sculture di Giacometti: passa dall’uno all’altro cambiando semplicemente giacca e accento, li differenzia e poi li intreccia, come se alla fine su di loro incombesse un destino comune.

Lui è bravissimo, come sempre, nell’evocare una piccola umanità, e si pone di fronte al problema con estrema serietà, il che non sfugge al pubblico. L’argomento è cruciale, senza dubbio, e fare del teatro il luogo in cui portarlo alla luce è un atto di coraggio da parte sua. Proprio in quanto esso impone riflessioni di enorme portata, vien da chiedersi fino a che punto i tre casi possano essere espressione di una realtà così complessa: credo che, sul piano drammaturgico, lo aspetti ancora un duplice impegno tutt’altro che facile, quello di tipizzarli ulteriormente e renderli al tempo stesso più universali.

La Repubblica - Robinson

Quanti errori padre nostro

Tutto ciò che fanno i genitori è sbagliato, dice la leggenda. Massimo Recalcati, in più, dice che il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre e di tutti i suoi simboli e che possiamo scordarci “la loro rappresentazione patriarcale come bussole infallibili nel guidare la vita dei figli”. Proprio queste riflessioni dello psicanalista hanno ispirato Mario Perrotta, drammaturgo, regista, attore monologante che ha sempre avuto uno sguardo attento sul presente e le nostre radici storiche come fece in Italiani cìncali!Emigranti Esprèss. Neo-padre, anche lui pieno di dubbi e incertezze, Perrotta ha così avviato (con la produzione dello Stabile di Bolzano) e la consulenza di Recalcati stesso, una trilogia sulle relazioni famigliari che parte proprio da questo In nome del padre che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano e ora è in tournée. In uno spazio simbolicamente astratto, con 4 figure-manichini di ferro dislocate nella scena vuota, Perrotta cambia ogni volta giacca e si alterna nel dare voce a tre padri diversi di un condominio simile a tanti di quelli in cui abitiamo, padri o logorroici o maniacali o deboli, ma animati da un inesausto desiderio di giustificare il proprio posto accanto ai figli i quali parlano attraverso le visioni e emozioni paterne: Virgilio barricato in camera perché non si sente compreso, Alessandro che non sa di cosa parlare col padre che non ha studiato e poco sa, Giada che si vergogna del proprio perché continua ad atteggiarsi a teenager. Mentre quei padri, un giornalista, un operaio e un imprenditore, non fanno che chiedersi e interrogarsi, chi per conto proprio, chi dall’analista. Un’ora e 40 di monologo, una prova di resistenza fisica, di capacità espressiva e credibilità psicologica dell’attore che Perrotta, nonostante il montaggio drammaturgico sia convenzionale e debba ancora trovare ritmo, supera agevolmente. E quanto ai padri, smarriti, incerti, fragili, poco a poco capiscono che serve poco lo stare in disparte, relegarsi in quella condizione atarassica che i giapponesi chiamano “hikikomori”. Meglio darsi una mossa. E, insomma, se vuoi essere padre, sbagliare bisogna.

Corriere della Sera

In nome del padre, figli senza amore che rifiutano gli adulti

In nome del padre è il primo capitolo di una trilogia sulla famiglia di Mario Perrotta e si avvale della collaborazione drammaturgica dello psicanalista Massimo Recalcati. Perrotta solo, nel vuoto del palcoscenico fa vivere tre padri, tre adulti alle prese con figli/figlie che si sono rinchiusi nella loro stanza e nella loro testa senza capacità di partecipazione o interessi, in assenza di perturbamenti e parole, «hikikomori» termine giapponese per chi rifiuta la vita sociale chiudendosi in un isolamento spesso estremo (a Priverno, Latina, il 17).

Tre padri, tre estrazioni sociali diverse, un colto giornalista del Sud, un capo officina veneto che ha soffocato la sua passione, la musica, per fare studiare il figlio e un padre ricco e «amicone», un adulto non adulto. Padri rifiutati dai figli, incapaci di capirne il perché, colti da un eguale smarrimento, e figli che arrivano indirettamente sul palco con la loro carica dirompente che uccide ogni certezza e luogo comune. Perrotta è bravo nel dare voce anche a chi non ne ha e forse finali positivi altro non sono che speranze, che i figli/e senza amori, popolati dal disagio e dall’indifferenza possano ritrovare la forza di vivere, combattere e sognare.

Hystrio

Perrotta: padri allo sbando, un “mestiere” al tramonto?

Una trilogia: padri, madri, figli. Tre spettacoli monografici di cui Mario Perrotta è autore, regista, interprete. Comincia con il primo, i padri. Come sono i padri, oggi? Non più bussole infallibili nella guida dei figli, né tantomeno pesanti bastoni per drizzarne le spine dorsali. Fine dell’autoritarismo, termine desueto, impronunciabile. Padri allo sbando, incerti su tutto, figli a cui è difficile dire qualche cosa di sensato, che non suoni predicozzo soporifero o goliardica connivenza. Nel costruire il testo gli ha dato una mano Massimo Recalcati, psicanalista molto in voga: consulenza, sostegno, dialogo, per sondare il mestiere di padre, un mestiere che, a detta di Recalcati, se non è proprio al tramonto, ha comunque definitivamente perso i connotati rassicuranti (anche se un po’ tetri) che aveva anche solo cinquanta, sessant’anni fa. Perrotta mette in scena tre padri a colloquio con i rispettivi figli: diversa la loro estrazione sociale, un capo operaio, ingenuo, sprovveduto, che si rivolge a uno psicanalista senza saper bene cosa chiedere; un giornalista, che affronta un figlio difficile, omosessuale, chiuso nella sua camera e nel suo mutismo; un commerciante napoletano che cerca di risolvere il complicato rapporto con la figlia in modo giocoso, spensierato. Il dialogo s’inceppa continuamente, i tentativi di contatto, di apertura falliscono. I padri cercano di abbattere il muro dietro cui i figli si barricano, ma non ci riescono, vorrebbero essere convincenti e invece finiscono per rivelarsi fragili, patetici, perdenti. Perrotta ha un grande talento, alterna le tre voci con indiscutibile bravura, gioca sui diversi registri con una magnifica inventiva, ma l’intreccio ogni tanto risulta artificioso, dà troppo spazio alle note superficiali e poco alle ombre, alle malinconie, alle frustrazioni che talora affiorano e rendono toccante il testo. Ed è in questi momenti che la voce di Perrotta acquista uno spessore, un’emozione che più ci coinvolge. Il fatto è che rischia di prevalere, nell’affrontare il tema dell’incomprensione tra generazioni diverse, il gioco: ma quando un adulto e un adolescente non si capiscono, gioco non è mai. Un padre che non riesce a farsi aprire la porta, reale e affettiva, da un figlio, fallisce il suo “mestiere”. Un fallimento che fa male, ci dice questo spettacolo.

Delteatro

In nome del padre

Una possibile rilettura della trinità familiare – padre, madre, figlio/figlia – per il suo nuovo spettacolo, un assolo colmo di tensione che lo vede dare voce a tre padri, primo tassello di – pensiamo – un’ipotetica famiglia tipo, moderna, smembrata nelle sue parti. Magari non è così e se mi sbaglio Mario Perrotta mi perdonerà. Anche in questo nuovo spettacolo, In nome del padre, andato in scena con successo al Teatro Studio di Milano, l’interprete è solo nell’ampio spazio circolare del teatro, quasi una specie di arena, del luogo che per un’ora e mezza riempie con la sua fisicità e la sua bravura. Scritto dallo stesso attore, il testo nasce anche dalla consulenza drammaturgica di uno psicoanalista come Massimo Recalcati, da sempre studioso dei meccanismi su cui si regge la famiglia e sulla strada, spesso inquietante se non proprio dolorosa, che devono percorrere i genitori, sovente esclusi dal mondo dei figli, chiusi in una stanza reale o ideale dove è impossibile per chiunque entrare, a maggior ragione per chi come il padre incarna o perlomeno incarnava il principio di autorità.

Perrotta dà voce a tre tipologie paterne, un padre di cultura semplice, amante della musica; un padre colto, che non riesce a superare i silenzi del figlio; un padre che potremmo definire amicone, mai cresciuto, che ama andare in discoteca accompagnando la figlia e le sue amiche, che temono voglia mettere loro le mani addosso. Un equilibrio inesistente che si spezza davanti alla porta chiusa che sembra avere buttato via la chiave. “Hikikomori” chiama Recalcati, e con lui Perrotta, questa specie di atarassia che non ha nulla a che fare con quella dei filosofi greci. È piuttosto una mancanza totale di tutto: interessi amori, senso delle parole, indifferenza verso gli altri per difesa, in favore di una tranquillità falsa, senza sogni.

Questi tre padri si sentono spiazzati dal silenzio e dalla volontaria solitudine dei figli. Fanno riferimento allo psicoanalista a sua volta apparentemente impotente di fronte a questa cosa da gestire che cerca – non lo vediamo mai in scena, le sue parole e teorie sono riportate a modo loro dai padri – attraverso l’esperienza e le parole di questo allontanamento progressivo e così numeroso e inspiegabile che attanaglia molta gioventù. Certo alla base di tutto c’è un principio di autorità che non si accetta più, che non si riconosce più da parte di questi figli che cercano di chiudere tutti i buchi neri che li metterebbero di fronte alla realtà.

I ragazzi sono tre: Alessandro, Virgilio, Giada. Nella famiglia di Alessandro, la più modesta, sembra che sia passato come un tornado, il padre non riesce a capire fino in fondo le parole dello psicoanalista, ma dopo tanti passi perduti sarà la sua semplicità ad aprire la porta del figlio grazie alla musica con la quale quest’uomo riesce a comunicare cose che non sa dire a voce. Qui le madri latitano, anzi si parla di madri che non si sa dove siano e con chi. Questo succede nella casa di Virgilio, dove il padre ha il coraggio di affrontare un tema paradossalmente tabù come quello dell’omosessualità e come quello di Giada che teme, e con lei le sue amiche, che quel padre troppo amicone che si ritrova possa andare oltre nei suoi rapporti con loro. Eppure anche lui alla fine capisce che è tempo di crescere. Il padre che forse ci azzecca di più è quello di Virgilio, folgorato dalla visione del figlio che, uscito dalla camera, se ne va a scuola tenendo Giada per mano.

Calato con forza in questo magma che gli pone più di un interrogativo, Perrotta non cessa di domandarsi, oggi, quale sia il modo di imparare davvero a essere padri fino in fondo.

Gazzetta di Parma

Sul palco Perrotta si fa in tre

A volte si vorrebbe poter aggiungere una lode moltiplicata al voto che dovrebbe sintetizzare la valutazione di uno spettacolo. E certo sarebbe il caso – per il testo come per la recitazione, un insieme perfetto – dell’ultima, coinvolgente creazione di Mario Perrotta, un nuovo importante appuntamento della preziosa stagione di Ragazzola, l’autore/attore solo in scena, ma in tre ruoli differenti, tre padri che abitano in appartamenti uno sopra l’altro, che il pubblico può imparare a conoscere per il carattere, il modo di relazionarsi con i figli, la consapevolezza che esplode dolorosa nel sentirsi inadeguati come genitori. Già dal primo incontro con uno spettacolo di Mario Perrotta – “Italiani cìncali” sui minatori italiani in Belgio, una quindicina di anni fa, sul nostro Appennino, a Granara – si era rimasti incantati dalle stupefacenti capacità di Perrotta, che ha quindi continuato a creare spettacolo indimenticabili come “Un bès” dedicato a Ligabue, o “Milite Ignoto”, dove Mario Perrotta raccoglieva più voci di soldati della prima guerra mondiale, diversi gli accenti, lui stesso, solo dentro una trincea, un intero coro. Con “In nome del padre” – che si è andato definendo attraverso l’essenziale dialogo con Massimo Recalcati, importante la sua consulenza alla drammaturgia, il debutto al Piccolo di Milano – tre precise caratterizzazioni, per posture, cadenze, gesti, si alternano all’inizio in forma ravvicinata, Perrotta sul proscenio come l’intellettuale che cerca di dare forma, scrivendo un articolo, al profondo disagio, che prova così a oggettivare, belle parole, colte e vane, per suo figlio (forse) hikikomori, chiuso nella sua stanza; come il capo officina competente, tranquillo nel suo lavoro, ma pieno di timori in casa, lui che parla solo il dialetto, che aveva rinunciato alla musica per un lavoro sicuro sentendo la responsabilità della famiglia; come il commerciante orgoglioso del suo successo, tanti dipendenti e tanti soldi, fiero delle sue molteplici conquiste femminili, complice in bevute con la figlia Giada, che arriverà ad accusarlo di comportamenti scorretti con le sue amiche, forse anche con lei. Diversi gli interlocutori assenti, i figli, ma anche lo psicanalista o la moglie. Dopo la prima parte lo spazio d’azione si amplia: su tre sculture/manichini sono appoggiate le giacche che Perrotta via via cambierà per essere quei padri insicuri, confusi, con parti di maggior respiro per ciascuno di loro. Tanti i possibili rispecchiamenti anche solo parziali, molti i passaggi carichi di commozione anche per il pubblico, che è quindi esploso in applausi che sembravano non voler finire mai.

Controscena

Tre padri in uno, fra una porta chiusa e una chitarra rediviva

MILANO – Tre padri – fra loro diversissimi per posizione sociale, provenienza geografica e condizione lavorativa – tentano ripetutamente, attraverso il dialogo, di stabilire un rapporto con tre figli del pari diversi fra loro ma accomunati dal fatto che in scena non compaiono mai e che, soprattutto, se ne restano murati nel silenzio, rispondendo – come apprendiamo dai padri – solo eccezionalmente e appena con qualche parola stentata e ostile.
Questo, in estrema sintesi, l’argomento di «In nome del padre», lo spettacolo di e con Mario Perrotta che lo Stabile di Bolzano presenta nel Piccolo Teatro Studio Melato. E poiché i tre padri in campo (un giornalista siciliano, un capofficina veneto e un commerciante napoletano) abitano su tre piani contigui dello stesso palazzo, se ne deduce che costituiscono, sul versante simbolico, il paradigma della nostra società e la cartina di tornasole dei troppi vizi mentali e delle infinite paure psicologiche che, per l’appunto, intralciano e spesso impediscono senza riparo, oggi più mai, una corretta e proficua interazione fra chi ha dato la vita e chi l’ha ricevuta.
Preziosa, per quanto riguarda l’analisi di un simile quadro, s’è rivelata – in sede di stesura del testo – la consulenza di uno studioso del calibro di Massimo Recalcati. E ne è venuto fuori un monologo, insieme intelligente e intrigante, che trova la sua efficacia nella fusione mirata dei temi proposti dalla cronaca e delle ipotesi (scientifiche o ideologiche) che più largamente circolano a proposito della soluzione dei problemi a quei temi connessi.
I figli dei tre padri in questione sono, rispettivamente, Virgilio, uno dei centomila «hikikomori» (è il nome dato in Giappone al giovane iperconnesso che vive nel e del rifiuto di ogni contatto con la realtà a lui esterna) italiani; Alessandro, che si vergogna di avere un genitore incapace di parlare in italiano; e Giada, che indossa le cuffie e ascolta musica ad alto volume per non sentire quel suo paparino sciupafemmine che lei, addirittura, sospetta di mire incestuose.
Ebbene, è proprio Alessandro che mette sul tappeto il problema-chiave. Il giornalista, il capofficina e il commerciante hanno, tutti, abbandonato il linguaggio della naturalezza e della spontaneità per sostituirlo con il codice artificioso imposto dal loro peso sociale e dalle scelte di vita che da questo son derivate. Il capofficina suonava la chitarra nei locali, e giusto per mezzo di quel suono conquistò l’amore della donna che poi diventò sua moglie e la madre di Alessandro. Ma smise di suonare in cambio della sicurezza che gli garantiva il posto fisso. E adesso con la moglie non s’intende più e la chitarra giace abbandonata su un divano, accanto al figlio che vi sta in permanenza stravaccato.
Aggiungo che il tema degli «hikikomori» era già stato svolto in «Notre peur de n’être (La nostra paura di non essere)», uno spettacolo dell’autore e regista belga Fabrice Murgia presentato a Venezia nell’ambito della Biennale Teatro del 2015. E il suo protagonista veniva così descritto: «Ha rinunciato al sole, i suoi occhi l’hanno dimenticato. A volte la notte esce, cammina a piedi nudi per le strade. Osserva la città, come se i suoi abitanti fossero scomparsi. È solo al mondo, nella città fantasma, la città in cui poteva correre». Mentre – ecco in che cosa consiste la superiorità di «In nome del padre» rispetto a «Notre peur de n’être» – l’«hikikomori» di Perrotta al «sole», ossia a un mondo popolato di uomini, non ha rinunciato affatto; e non esce, di notte, ad inseguire fantasmi, sta in casa ad attendere, anche se disperato, che gli arrivi comunque un segnale di fraternità.

Per questo il riavvicinamento di Alessandro al padre coinciderà con gli accordi che a un certo punto il capofficina trarrà dalla chitarra abbandonata sul divano: è il suono ad assicurare la comunicazione negata dall’impotenza e dal mercimonio delle parole. Quelle che, per fare un altro esempio, adopera in continuazione il giornalista: a proposito di Virgilio, che si rifiuta di aprirgli la porta della sua stanza, ciancia di «atarassia», «laicità», «libero arbitrio», «nuova dinamica familiare», «centratura su se stessi»; e davvero non è un caso che, alla fine, il figlio gli aprirà dopo che lui, in ginocchio davanti alla porta chiusa, avrà detto: «Sugnu ccà, Virgilio, sugnu ccà. Avri sta porta, Virgilio. Sugnu ccà comu un cane, senza cchiù nenti. Avri sta porta, Virgilio, sugnu ccà in silenzio. Senza cchiù parole. In silenzio… Zitto».
Sì, è proprio il problema del linguaggio a costituire il vero tema dello spettacolo di Perrotta e a determinarne l’originalità e la profondità. Virgilio s’inginocchia anche lui e lascia che il padre lo abbracci allorché quest’ultimo prende a parlare nel suo dialetto, allorché, in breve, ritrova la naturalezza e la spontaneità di cui dicevo.
Ancora non a caso, del resto, il commerciante cerca di giustificarsi in quanto padre e, dunque, di controllare il rapporto con la figlia, la quale gli sfugge di continuo, sostituendo alle persone i personaggi fissi (il Muto, la Vergine Attica, la Torre, le Sperdute, la Foresta Cinica, l’Arrangiatore…) dei tarocchi. Anche lui, in altri termini, finisce per rimanere sconfitto perché abbandona il linguaggio della naturalezza e della spontaneità. E siccome lo fa, stavolta, in favore di formule esoteriche ammantate, per giunta, di un grottesco che sfuma nella comicità (si sarà capito, infatti, che i personaggi fissi citati li ha inventati lui), ecco che, così, viene sottolineata in maniera eclatante «l’evaporazione della figura tradizionale della paternità» di cui parla Recalcati in una sua nota.
Non meno significativo, poi, si rivela l’apparato scenico. Perrotta agisce accanto a tre manichini, da lui stesso realizzati e che rappresentano, ovviamente, i tre figli. Ma hanno la testa fatta di fil di ferro, e cioè, in quanto privi del corpo, sono una pura immagine. E proprio una pura immagine del rapporto di quel padre uno e trino con quei tre figli «misteriosi» disegna con grande bravura il Mario Perrotta attore, innescando, col semplice passare dalla giacca del giornalista ai giubbotti del capofficina e del commerciante, una serie di dissolvenze incrociate che rendono al meglio l’idea della «liquidità», ovvero dell’incertezza, in cui si traducono i tentativi di un contatto autentico qui dispiegati.
Infine, sul versante della cronaca c’è da aggiungere che «In nome del padre» è il primo momento di una trilogia che, s’intende, comprenderà anche uno spettacolo sulla Madre e uno sul Figlio, in programma, rispettivamente, per l’anno prossimo e per il 2020. E ho scritto Madre e Figlio con l’iniziale maiuscola in ossequio alla definizione che Mario Perrotta dà di questo progetto: «Uno sguardo sul presente, il mio presente, per indagare quanto profonda e duratura è la mutazione delle famiglie millennials e quanto di universale, eterno, resta ancora». Si tratta, in altre parole, d’indagare sulla famiglia considerandola, insieme, sul piano della quotidianità e su quello dell’archetipo. Ciò che, come ho cercato di dimostrare, ha cominciato a fare, per l’appunto, «In nome del padre».

Sipario

In nome del padre

Il numero preferito da Mario Perrotta è il tre. Tre sono i testi di Flaubert, Aristofane e Moliere che costituiscono l’ossatura d’una Trilogia sull’individuo sociale. Tre sono le schegge dell’emozionante Progetto Ligabue, snodatosi in tre diversi momenti (Un besPiturBassa continua Toni sul Po). E più di recente, nel settembre del 2016, arriva Verso terra- A chi viene dal mare, occupando tre giorni in tre differenti location del Salento. Spettacoli, è giusto dirlo, di grandi consensi e riconoscimenti come i diversi Premi Ubu e altri ancora. Adesso Perrotta con questo suo In nome del padre nella trina veste di drammaturgo, regista e unico interprete, che ha debuttato in prima assoluta al Piccolo di Milano, nel circolare Teatro Studio Melato, vuole fare il blow up su una nuova trilogia incentrata sulla famiglia di oggi, iniziando giusto con questo spettacolo un viaggio che proseguirà poi indagando sulle figure delle madri e infine dei figli. Manco a dirlo lo spettacolo in questione è incentrato su tre diversi padri che abitano in tre diversi piani d’un palazzo: il giornalista siciliano Sciacca al 1° piano, il capofficina veneto al 2° e il napoletano commerciante Giuseppe al 3° piano. A Perrotta gli è sufficiente indossare una giacca o un giubbino accanto a tre filiformi sculture colte in tre diverse posture, per diversificare bene i tre personaggi che si esprimono con le parlate tipiche di quelle regioni, sofferenti tutti e tre della stessa malattia di vivere pessimi rapporti con i figli adolescenti, scoprendosi ridicoli e non adeguati al ruolo di padri, distanti dal capire ciò che frulla in quei cervelli distratti da mille cose, specchio d’una società schizzata e un po’ alla deriva, i cui valori ormai sono diventati carta straccia, mucchi di polvere che si volatilizzano e i cui pulviscoli chissà se un giorno potranno dare vita ad un nuovo rinascimento. «Il nostro tempo è il tempo del tramonto dei padri – scrive in una nota Massimo Recalcati consulente della drammaturgia di Perrotta – . Ogni esercizio dell’autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa». Insomma stiamo assistendo ad una evaporazione della figura tradizionale del padre, per il quale si può ipotizzare nel futuro un’altra immagine, un padre diverso. Argomenti che in maniera portentosa Perrotta porta in scena, facendosi portatore del pensiero dei tre personaggi, saltando da uno all’altro avendo chiari i pensieri che li attanagliano. Il giornalista vuole scrivere un articolo sugli adolescenti che sono già oltre 100mila quelli chiusi nelle loro stanze, come suo figlio Virgilio, avvolti da un mal di vivere che niente ha a che fare con l’atarassia dei greci, fuggendo un mondo che disprezzano e che provoca solo dolore. Con la moglie cerca di capire le ragioni di questo comportamento, che non è l’insuccesso o il bullismo scolastico, né tanto meno il timore del mondo o una silente omosessualità accostandolo a nomi altisonanti di omosessuali riguardanti la letteratura, l’arte e la storia. Il capofficina da canto suo, non ha problemi con suoi dieci operai ma con il figlio Lesandro che va bene a scuola ma che vorrebbe, a suo dire, un padre colto e che si esprima in un buon italiano. Consigliato dal commerciante Giuseppe del terzo piano è andato da uno psicanalista ma ne è uscito scontento perché lui parla e l’altro non gli dice niente. Rimpiange di non avere la cultura di Sciacca e invidia la vita di Giuseppe tutta all’insegna di soldi, discoteche e palestre. Qui il problema è più del padre che del figlio, colto più volte a chiudere lui le pagine di youporn lasciate sul computer. Per il commercialista il capofficina è uno zotico, gli ha consigliato lo stesso psicanalista dove va sua moglie e i suoi pensieri sono i soldi, le donne, le canne, gli spritz e le discoteche dove ci porta la figlia Giada con le amiche. Il tipo con evidenti tare infantili si vanta d’avere quattro negozi e venti stipendi da distribuire, pensa che la figlia, sempre con le cuffie alle orecchie ad ascoltare musica, possa essersi innamorata di Virgilio e aver flirtato con lui. In fondo forse non gliene frega nulla, neppure che la moglie possa fare nei suoi frequenti viaggi in Francia ciò che lui fa con le sue donnine. Mario Perrotta si cala agevolmente nei tre personaggi, pure nei loro tipici idiomi, lasciando alla fine un filo di speranza perché Virgilio aprendo la porta della sua stanza abbraccerà il padre, restando così sino all’alba, dicendo che il giorno dopo sarebbe andato a scuola. Giada ha scritto a Virgilio dicendo che il padre non era più un problema e la stessa cosa ha fatto il ragazzo nei confronti del suo, aggiungendo che sarebbe tornato a scuola. Lesandro invece si avvicinerà al padre e insieme suoneranno la chitarra. Le porte che si aprono e i silenzi dei figli per spalancare infine i cuori dei padri.

PAC - PaneAcquaCulture

Alla ricerca dei padri “estinti”: sul nuovo spettacolo di Mario Perrotta

Sul treno che la porta a Milano, la vostra cronista teatrale è immersa nella lettura di uno dei primi romanzi dell’inglese Matt Haig, intitolato Il club dei padri estinti. Protagonista, l’undicenne Philip, il fantasma paterno del quale vorrebbe compisse per lui quella vendetta che gli regalerebbe una vita eterna serena. Un novello Amleto, insomma, vittima delle onerose responsabilità che i padri – di ogni epoca ma nella nostra contemporaneità in maniera particolarmente eclatante – amano caricare sulle fragili spalle dei propri figli.

Tematica che lo spettacolo che Mario Perrotta ha scritto in collaborazione con Massimo Recalcati sviluppa nelle sue infinite ma in fondo omogenee variabili.

Tre padri e tre figli, altrettante famiglie che occupano ermetici alloggi di uno stesso palazzo.
C’è il giornalista, colto e raffinato, alla prese con il suo Virgilio, che forse si sta trasformando in un Hikikomori; o forse è vittima di bullismo; o, ancora, fatica ad accattare la propria omosessualità.
C’è l’operaio, ex musicista, che non riesce a comunicare con il figlio Alessandro che, probabilmente, si vergogna del padre che parla solo in dialetto e che è addirittura andato da uno psicanalista per riuscire a risolvere il conflitto con lui.
C’è, infine, il burino arricchito, che si rolla le canne e va in discoteca con la figlia Giada, che ha timore di quel padre donnaiolo e incapace di uscire dall’adolescenza.

Virgilio, Alessandro e Giada: tre adolescenti che bramano una figura di riferimento forte e sicura o, forse, soltanto disposta ad ascoltarli senza preconcetti, senza aspettative, senza fretta…

Mario Perrotta, indossando, di volta in volta, una giacca differente – quella blu della tuta da lavoro per l’operaio, quella cammello per il professore, quella leopardata per il burino – si cala nei tre padri, diversi per cultura, aspirazioni, vicissitudini esistenziali, eppure accomunati dall’uguale incapacità di rapportarsi con i propri figli, ai quali implicitamente richiedono di essere ciò che loro stessi non sono stati in grado di diventare, di vivere quelle esperienze che a loro sono oramai negate.

L’attore/autore/regista interagisce con i pochi oggetti di scena – una chitarra elettrica, un tavolino – e con tre rigorose sculture, giacomettiane sagome di esseri alla ricerca di sé. Una scelta di essenzialità che permette di tratteggiare con maggiore efficacia le tre personalità maschili, incarnate da Perrotta con disinvolta e fluida adesione, riuscendo a conquistare un mirabile equilibrio fra personificazione e distacco critico.
L’interprete non giudica esplicitamente i propri personaggi né, d’altro canto, si immerge in essi con acritico coinvolgimento, bensì elabora una sorta di straniamento empatico, che gli consente, da una parte, di mostrare quanto sia pericoloso l’atteggiamento di quei padri e, dall’altra, di confessare quanto sia altrettanto facile cedere a quei comportamenti.

Perrotta, insomma, dichiara la propria inerme fragilità di fronte a quel ruolo enorme che è l’essere padre e, allo stesso tempo, afferma la solida consapevolezza di quella medesima gracilità, punto di partenza imprescindibile per costruire un rapporto sano con i propri figli, ai quali non si può chiedere di vendicare/riscattare le proprie piccole esistenze ma che si dovrebbe aiutare a diventare veramente se stessi: solo così, forse, l’esile specie dei padri non si estinguerà…

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In nome del padre, tra sfide e preoccupazioni

Per il debutto di “In nome del padre” Mario Perrotta, in scena al Piccolo Teatro di Milano, è accompagnato nella drammaturgia dal supporto di uno degli psicoanalisti attualmente più noti in Italia, Massimo Recalcati, autore negli ultimi anni di saggi divulgativi di grande successo sulle figure familiari (“Cosa resta del padre?”, “Il complesso di Telemaco”, “Le mani della madre”, “Il segreto del figlio”).
Dopo aver vestito nel corso della sua carriera anche i panni di Telemaco in “Odissea” (in scena dall’11 al 13 gennaio al Teatro Biondo di Palermo), Perrotta entra ora in quelli del padre per il primo capitolo di una nuova trilogia dedicata appunto alla famiglia. E lo fa con una sorta di urgenza personale: «Padre è una parola che riempie il mio quotidiano di nuove sfide e preoccupazioni – scrive nelle note di regia – Ho bisogno di ragionarci attraverso gli strumenti che riconosco miei per inchiodare al muro i padri sbagliati che vorrei evitare di essere».

In questo nuovo percorso Perrotta si immerge dunque a capofitto, per delineare non un unico padre, bensì tre, che vivono nel medesimo caseggiato, assai differenti tra loro per estrazione sociale, provenienza geografica, condizione lavorativa. Tutti e tre alle prese con altrettanti figli forse un po’ problematici.

Virgilio è figlio di un giornalista siciliano. Chiuso nella sua stanza come un perfetto hikikomori, non risponde alle domande insistenti del padre. Un padre che non conosce le ragioni del suo silenzio, e insieme alla moglie cerca di scrutarne le cause. Le indaga, ipotizza, senza avere risposte certe.

Alessandro è figlio di un capofficina veneto; anche lui non comunica con il padre, un genitore che ha sacrificato la propria passione per la musica per riuscire a farlo studiare, mentre ancora si esprime in un dialetto a tratti stentato. Per questo il figlio si vergogna di lui?

C’è poi Giada, sempre con le cuffie addosso, che ha paura di quel padre un poco sgarrupato che per attirarla un po’ a sé usa persino i tarocchi. E che, sebbene ricco e adulto, è in fondo ancora un bambino, o meglio un ragazzo, con in mente solo il sesso: ecco perché teme le attenzioni verso le sue amiche.

Sono tre casi simbolici che, più di parlare di cosa possa voler dire essere adolescenti, ci riconsegnano le sfide di altrettanti padri nel cercare di capire i rispettivi figli, e viceversa. Figli che in scena sono solo evocati, eppure ne sentiamo bene la presenza. Non ci sono ragioni particolari che li rendono così difficili, bisogna forse solo dar loro il tempo di maturare, perché in testa hanno la confusione tipica dell’età, ancora incapaci di aderire in modo congruo al mondo in cui stanno entrando. Così spiega Alessandro al padre la sua condizione di alterità. E sarà attraverso la musica, con cui ha già conquistato anche la moglie, che il padre di Alessandro riconquisterà il figlio: con gli accordi di una chitarra, abbandonata sulla scena.
Nel medesimo modo, il padre di Virgilio donerà un abbraccio pietoso al figlio quando finalmente uscirà dalla stanza. Non userà più vocaboli difficili come ha sempre fatto, ma parole semplici.
Anche Giada riemergerà infine dal suo torpore, togliendo le cuffie dalle orecchie e andando semplicemente a scuola mano nella mano con Virgilio.
Così, d’incanto, i tre padri smussano le loro differenze per diventare uno solo di fronte a un figlio che non conosce ancora le proprie dimensioni interiori, né immagina dove si estenderanno i propri rami, ma che – perché così sempre è successo – diventeranno forti e fruttificheranno. Basterà solo aspettare!

Il tema scelto non è certo nuovo, indagato da film, libri e spettacoli, in teatro rivolti soprattutto alle nuove generazioni.
In questa creazione prodotta dallo Stabile di Bolzano ci troviamo a tratti di fronte a qualche eccessiva esemplificazione, ma Perrotta riesce ad infondere ai suoi personaggi una verità, restituendoceli con umiltà e passione. Ne accompagna i modi, i linguaggi, tanto diversi tra loro, così come i pianti e le speranze, tanto simili gli uni con gli altri.
L’attore agisce in una scena nuda cambiando una semplice giacca; accanto tre manichini, di cui intravvediamo solo i contorni realizzati con il filo di ferro dallo stesso Perrotta, così simili ai padri ma forse anche ad Alessandro, Virgilio e Giada.

Milano Teatri

In nome del padre

Debutta al piccolo teatro di Milano la nuova creazione di Mario Perrotta. Il primo capitolo di una trilogia dedicata alla famiglia contemporanea e soprattutto alla nuova generazione che da questa sta crescendo: i Millennials. In nome del padre, produzione del Teatro Stabile di Bolzano, nasce da una collaborazione con lo psicanalista Massimo Recalcati e indaga, neanche a dirlo, la figura dei padri in questa contemporaneità liquida e apparentemente priva di riferimenti educativi solidi per le nuove generazioni. Che cerca di evitare un ritorno nostalgico alle forme autoritarie patriarcali.

Il contesto. In un palazzo apparentemente non troppo grande vivono, a piani differenti, tre padri diversissimi tra loro per indole, estrazione sociale, bagaglio culturale e provenienza geografica. Si conoscono come si conoscono tra di loro dei condomini. Uniti dalle voci di pianerottolo e dai suoni che sentono filtrare attraverso le pareti che separano le loro sfere private e familiari. Un giornalista, un operaio e un imprenditore, tutti con una situazione matrimoniale complicata e tutti con figli adolescenti con problematiche di comunicazione e di auto isolamento. Hikikomori, pronuncia costantemente il dotto dei tre, nel tentativo di identificare il problema con l’analisi dei dati a disposizione. Ma è davvero questo fenomeno la fonte de loro problema? Non è possibile che siano loro stessi, alle prese con la volontà di formare dei ragazzi a loro immagine e somiglianza ad aver causato un corto circuito tra generazioni?

Tenendo fede al suo stile di scrittura così musicale, anche questa volta l’attore e regista pugliese da vita ad un lavoro che assomiglia ad uno spartito. Tre dialoghi con interlocutori mancanti, diventano la miscela giusta per raccontare la paura di fallire nel proprio ruolo. Lo strumento per generare proprio quella forte idea di isolamento, nasce nel silenzio di risposte che non arrivano mai, in senso fisico, all’orecchio dello spettatore. I tre personaggi, insomma, dialogano con il buio.

Perrotta, da attore solo su un palco scenografato solo da pochissimi elementi, cambia ciclicamente abito, dialetto e inflessione senza mai trascurare di tenere alto il dramma portante dei suoi personaggi. Lavora in un crescendo di ritmo che li porterà quasi a fondersi tra di loro. Senza mai cadere nell’esercizio di stile. Lavora sul filo sottilissimo che corre a separare il drammatico dal grottesco. Racconta tre personaggi che appaiono ridicoli nella loro disperata ricerca di un legame con chi li lascia fuori dalla propria vita. Emanano tenerezza quando sono consapevoli di essere loro stessi il problema, quando non si vedono all’altezza di un dialogo con i figli. Appaiono patetici nello loro disperata ricerca di un riconoscimento anche autoritativo, che non c’è più o che forse non c’è mai stato. Che in alcuni casi manca anche nelle madri e nelle mogli che alimentano il fuoco del distacco con atteggiamenti che proseguono sulla strada della disgregazione. Nel caso di uno dei tre personaggi questa disperazione si traduce addirittura nella ricerca di un legame adolescenziale con la figlia, nel tentativo di far crollare la barriera generazionale che da lei lo divide.
Uscite in discoteca, aperitivi e inglesismi da social network, playlist di spotify.

Pongono domande che non trovano risposta attraverso una porta chiusa da settimane, attendono il momento giusto per infilarsi tra i figli e le barriere che li separano. Insistono fino al silenzio totale, quello indotto dalla stanchezza data dal mestiere più difficile del mondo e dalla mancanza di un manuale di istruzioni che aiuti a sopperire alle difficoltà.

Nel silenzio, forse, quelle porte si potrebbero aprire. Ma rimane saldo il fatto che si esce dalla sala con qualche domanda in più. Da vedere per chi ama il lavoro di Perrotta e per chi è interessato a conoscere un focus nuovo sulla discussa figura dell’Hikikomori giapponese.

Teatrionline

“In nome del padre”: una crisi dell’oggi?

Un’impresa non da poco trattare uno dei temi cardine della società, quello della famiglia – cellula fondamentale della vita sociale – nel cui ambito nasce, cresce e si forma quell’insieme di individui i quali rappresentano il domani che si ipotizza, si vuole e si spera essere sempre diverso e migliore del passato e del presente. Guarda caso, però, che le generazioni di ieri, in primis i genitori e poi i nonni e via a ritroso sentenziano il contrario, cioè che è il passato a essere più valido, vivibile e morale rispetto all’oggi.

Un vero rebus! In quest’ardua impresa si cimenta Mario Perrotta, leccese classe 1970, attore, regista e drammaturgo conosciuto, affermato e premiato nonché padre e quindi coinvolto in prima persona nell’importante, difficile e delicato compito genitoriale per il quale non esistono scuole o ricette o pagine di internet certe che rivelino del tutto un arcano insoluto da secoli… eppure si è provato di tutto e tutti hanno detto la loro.

Perrotta da lustri ha messo in atto con successo un teatro da solista in cui oltre a essere attore e regista è anche autore dei testi, spesso supportato da consulenti ed esperti nelle tematiche trattate.

In questo caso, si cimenta sull’argomento ‘famiglia con prole’ in cui è parte in causa e che affronta con estrema serietà e impegno analizzandone apprensioni, sfide e paure tanto da avere approntato un nuovo e intrigante progetto: i millenial (termine che dovrebbe indicare al di là di micro divergenze chi è nato nell’ultimo ventennio del secolo scorso e che comunque va preso con le pinze perché ciascuno di noi è figlio di ciò che percepisce e fa proprio delle varie epoche che attraversa). Si tratta di una trilogia volta ad analizzare prima la figura del padre, poi quella della madre e successivamente quella del figlio, quindi relativa alla famiglia contemporanea in una società in cui non sempre le famiglie hanno trasmesso valori o perché mancavano nel passato o per timore di apparire troppo autoritari e non moderni. Viene da pensare “Beata la sua prole” o almeno “Se i padri si mettessero in gioco invece di continuare a considerare primario il lavoro…” che peraltro bisogna riconoscere essenziale alla sussistenza, soprattutto nella crisi attuale e non solo.

Si fa notare come la funzione paterna si sia modificata ed evoluta al punto da maturare anche a livello sociale come dimostra tra l’altro la normativa sul Congedo di paternità obbligatorio e facoltativo (in Italia attivo dal 2012, con variazioni successive, da fruirsi entro e non oltre il quinto mese di vita del figlio anche nel caso di adozioni e affidi) che si va ad aggiungere a quello di maternità a sostegno della genitorialità quindi di primo acchito parrebbe quantomeno strano che non sia migliorato il rapporto tra genitori e figli da sempre difficile non foss’altro e soprattutto per la differenza di età.

D’altra parte, rispetto al passato la forbice generazionale si è alquanto ristretta per cui due fratelli con non molti anni di differenza spesso sembrano appartenere a generazioni diverse.

Al Piccolo Teatro di Milano, Mario Perrotta debutta in prima nazionale con il primo capitolo (dei tre previsti) in cui tratteggia con ironia a volte sarcastica un eloquente quadro sui ‘brandelli’ dell’antico “padre padrone” che indipendentemente dal ceto annaspa spesso in modo ridicolo di fronte al figlio il quale crescendo da bambino diviene adolescente, età di grandi travagli con luci radiose e ombre cupe come ciascun adulto, se ‘rovista’ nei propri ricordi, può rammentare, se non rivivere.

Consulente alla drammaturgia Massimo Recalcati, milanese classe 1959, laureato in filosofia, specializzato in filosofia sociale, docente universitario, saggista e autore quale psicanalista esperto anche in relazioni familiari di numerose iniziative e progetti nell’ambito del sociale.

L’incipit della trilogia è dedicato al padre di cui il nostro proteiforme, duttile e versatile attore interpreta contemporaneamente tre ‘esemplari’ odierni alle prese con altrettanti fallimenti della loro missione. Perrotta come gli è abituale anche in questo caso scandisce il suo spettacolo con il numero tre – magico ab antiquo e considerato perfetto in numerose civiltà, traslato nella tradizione cristiana con la Trinità, è tra l’altro perno con i suoi multipli della nostra Divina Commedia (testo cardine della spiritualità e della cultura medievale scritto da un emigrato dell’epoca quale Dante, esule-profugo per motivi politico-religiosi: nihil novi sub sole) – che in questo caso accomuna tre fallimenti esistenziali legati all’impoverimento culturale dell’odierna società.

I tre eroi dello spettacolo diversi per ambiente, formazione e professione vivono nel medesimo palazzo e, malgrado le profonde differenze (anche relative alla regione d’origine) che li connotano, si ritrovano in situazione analoga privi di autorevolezza e incapaci di infrangere o scalare il muro di silenzio eretto dai pargoli che non li considerano e si isolano ostinatamente nella propria monade: pare che padri, figli e forse anche mogli… conducano ciascuno la propria vita incapaci di collaborare l’uno con l’altro. Anche la strutturazione del progetto perrottiano che vede ogni protagonista raccontarsi per proprio conto nel capitolo a lui riservato rafforza la tesi sull’incapacità odierna di rapportarsi se non per fugaci, incompleti e illusori contatti sui social.

Una pièce che comunque non lascia indifferenti e apre a numerose riflessioni e che è consigliabile vedere da parte di famiglie unite affinché riscoprano il piacere di prendersi per mano invece di correre a sfogarsi presso un amico o un professionista per quanto serio o sui social.

Saltinaria

In nome del padre – Piccolo Teatro Studio Melato

Mario Perrotta dà gesti e parole a tre padri diversi, che abitano tutti e tre nello stesso palazzo. Lo fa su una scena vuota con solo una sedia, mettendosi e togliendosi giacche diverse e usando i colori del dialetto. Le storie si intrecciano in continuazione, si sovrappongono, senza pause.

Il primo è un giornalista, un uomo di cultura, che ama parlare e scrivere usando parole altisonanti; ha gesti composti e misurati e parla con una leggera cadenza del sud. Il secondo, un uomo semplice, un capoofficina abituato a dirigere dieci operai, parla veneto, con un linguaggio concreto e diretto. Il terzo è un commerciante privo di cultura, arricchitosi con negozi di moda. Parla in napoletano, con un linguaggio impoverito, confuso e “accelerato”. Quando si accorge che la figlia non vuole ascoltarlo, preferisce alzare la musica e stordirsi con questa, proprio come fa sua figlia. Tutti e tre hanno figli adolescenti e si accorgono di non arrivare a comunicare con loro. Dovrebbero adempiere alla loro funzione, aiutare i figli in un età delicata come l’adolescenza, ma il cambiamento della società ha reso fragile la loro paternità.

Sgomenti davanti alle loro mogli sempre più libere ed indipendenti, spogliati dei loro ruoli tradizionali, incapaci di comunicare con figli adolescenti, non capiscono di aver loro per primi bisogno di aiuto.
Il giornalista confida ai suoi lettori di non riuscire più a parlare con il figlio, recluso da settimane nella sua stanza. É un Hikikomori, termine coniato in Giappone per designare persone, in genere adolescenti, che decidono di ritirarsi dalla vita sociale e restare chiusi in un isolamento. Usa la cultura come lente deformante per leggere la realtà amara. Nella segregazione autoinflitta del figlio, si convince di vedere una “atarassica rinuncia al piacere di greca memoria, un atteggiamento intelligente” per salvaguardare la sua anima. O un disagio per un’ipotetica omosessualità. La parola diventa allora trappola per l’immaginazione, priva di onestà.
Il padre napoletano invece, prova a vestirsi da giovane, ad andare in discoteca con la figlia e le sue amiche e, quando non capisce qualcosa del mondo degli adolescenti o di sua moglie, scappa a farsi leggere le carte.

L’operaio, con grande umiltà, comincia da se stesso e si lascia aiutare da uno psichiatra. Sarà il primo a trovare una strada verso suo figlio.

Corriere dello Spettacolo

“Tutti i padri che non vorrei essere”: l’angosciosa destrutturazione del ruolo paterno

L’ultimo spettacolo di Mario Perrotta nasce ancora una volta dal suo consapevole intreccio tra vita personale ed espressione artistica. Nella sua interpretazione dell’Odissea, aveva scelto di impersonare non Ulisse ma il figlio Telemaco secondo una angolatura originale: protagonista attivo e critico della propria vita e non soggetto passivo delle scelte paterne. Per gli imperscrutabili incroci della vita, di lì a poco il padre di Perrotta morirà “troppo rapidamente”, senza lasciare il tempo utile a chiarimenti e spiegazioni.

La nuova avventura di fresco padre di un bimbo di cinque anni lo spinge ora in direzione di una trilogia della famiglia millenial. Si inizia con il ruolo del padre, in drammatica, radicale e sofferta trasformazione.

“Padre è una parola che riempie il mio quotidiano di nuove sfide e preoccupazioni” commenta Perrotta nelle note di regia. “Ho bisogno di ragionarci attraverso gli strumenti che riconosco miei per inchiodare al muro i padri sbagliati che vorrei evitare di essere”.

Da questa urgenza personale e artistica nasce dunque il monologo In nome del padre, rappresentato dal 17 al 22 dicembre 2018 allo Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano.

La pièce è frutto della determinante consulenza alla drammaturgia e del supporto analitico di Massimo Recalcati, che ha messo a disposizione una importante casistica degli atteggiamenti con cui gli uomini contemporanei affrontano il sempre più difficile ruolo di padre.

Una collaborazione che è scaturita da una intesa di pelle tra le due persone, ma anche dalla grande esperienza di Recalcati relativamente ai temi della relazione. Senza dimenticare, poi, la profonda assonanza tra teatro e psicanalisi, che poggiano entrambe sul potere fondamentale della Parola.

In una scenografia estremamente minimalista, Mario Perrotta da solo impersona con minimi cambiamenti d’abito, tre padri, diversissimi tra loro per cultura, dialetto, condizione lavorativa.

Tre uomini residenti nel medesimo condominio, interpretati da una sola persona, a significare la condivisione, pure in situazioni estremamente diverse, del medesimo angoscioso senso di inadeguatezza che nasce dalla terribile mancanza di cuore.

Un giornalista siciliano, colto e “dialogante”, che inutilmente cerca di riempire il silenzio e la chiusura del figlio Alessandro con prolisse e intellettualistiche argomentazioni che celano sottili tentativi manipolatori. Un benestante napoletano alla ansiosa e vana rincorsa di condivisioni giovanilistiche con la figlia Giada, barricata dietro enormi cuffie musicali. Un operaio veneto, di umile condizione, schiacciato dalla nostalgia di un ruolo definito con precisione, come quello di capo officina nel suo lavoro e intristito per aver abbandonato la propria passione giovanile per la chitarra. Anche questo figlio oppone rifiuti continui, con la scusa dello studio, eretto ad arma nei confronti di un padre non colto.

Il silenzio è quindi di fatto un ulteriore, ingombrante personaggio. Urla quello dei figli, per quasi tutta la pièce. Sta sullo sfondo, apparentemente senza ruolo, quello delle mogli/madri. Evoca la mancanza di risposte semplici ed evidenti quello dello psicanalista cui si rivolge l’operaio.

La scenografia è minimalista ed essenziale: tre semplici figure di legno argentato con teste in filo di ferro che, usando i modelli di mitologiche classiche, evocano tre paterni stati d’animo. Su di esse di volta in volta Perrotta ripone / indossa l’indumento che caratterizza ciascun padre.
Il discobolo è l’ironico ricordo della ruolo del padre possente ed eroico. Il pensatore di Rodin esprime il ripiegamento preoccupato su se stessi. Il guerriero Galata morente in battaglia, infine, racconta la sconfitta della riproposizione del Padre Normativo e Autoritario.
Nel drammatico smarrimento identitario è la persona più semplice (un caso?), l’operaio veneto, che ha l’umiltà di accettare supporto e ridiscutere la propria identità. (Addirittura chiedendo esplicitamente aiuto al figlio, che rivendica giustamente la SUA esigenza di chiedere di essere ascoltato e aiutato). Tramite i suggerimenti di uno specialista imbocca con faticosa incertezza un nuovo sentiero di comunicazione, di intesa con il figlio attraverso la nuova comunanza nella musica.

E’ dunque infine un passo indietro obbligato quello dei padri, che attraverso lo smarrimento ammutolito della propria impotenza, riconoscono nuove parti di se stessi. E, abbandonate le richieste insistenti che generano automaticamente rifiuti oppositivi, lasciano finalmente ai figli la libertà di esprimersi, di vivere.

Per più di un’ora solo in scena, Mario Perrotta dà vita e corpo a tre angosce differenti in modo coinvolgente e partecipato.

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