In nome del padre

In nome del padreTeatro Stabile di Bolzano

«Perrotta è bravissimo, come sempre, nell'evocare una piccola umanità,
e si pone di fronte al problema con estrema serietà, il che non sfugge al pubblico.»
Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore

Corriere della Sera

Perrotta, un attore per tre padri

Cosa mette a fuoco In nome del padre di Mario Perrotta? Perrotta, padre da cinque anni, giunge con l’ausilio di Massimo Recalcati alle medesime conclusioni per tre padri diversi. Li interpreta tutti e tre lui fino a giovedì al Teatro Secci di Terni. Il nostro tempo, scrive Recalcati, è il tempo del tramonto dei padri. Ogni esercizio di autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. Ma i tre padri di Perrotta sono già oltre. Abitano nello stesso condominio, in tre piani diversi. Uno è giornalista, il secondo è operaio, il terzo imprenditore. I diversi ambienti professionali e quindi culturali non ne diversificano le reazioni di fronte al silenzio dei figli. I tre giovani sono adolescenti, chiusi in se stessi, murati nella proprio stanza, di casa o interiore. Il giornalista condivide con gli estranei le sue difficoltà scrivendo, ma l’ipotesi più estrema cui arriva è che il figlio sia omosessuale. L’operaio, che da ragazzo voleva suonare la chitarra, da sempre ha rinunciato a un dialogo con un figlio il cui problema, come gli dice, è solo di avere sedici anni. Il terzo vuole uscire con Giada, con le sue amiche, ballare e fare il giovanotto. Ma mentre Giada è alle prese con l’innamoramento del ragazzo del primo piano, suo padre, con le sue amiche, e perfino con lei, fa il cretino. Perrotta è straordinario nel mutare accenti (parlate regionali, padane, siciliane e napoletane) e nel trasmettere nei movimenti delle mani le ansie di impossibile dominio della realtà dei suoi protagonisti.

Il Sole 24 Ore

Quei padri sempre più fragili e smarriti

Dopo due progetti di respiro corale – su Ligabue, fra gli argini del Po, sugli immigrati, in vari luoghi del Salento – Mario Perrotta affronta un tema più introspettivo, il rapporto tra padri e figli. Nel suo nuovo spettacolo, In nome del padre, che ha debuttato al Teatro Studio Melato di Milano, l’attore si pone spietati interrogativi sulla fragilità, sugli smarrimenti di questa figura nella nostra società. Il lavoro, scritto con lo psicanalista Massimo Recalcati, apre una trilogia sulla famiglia che passerà poi a inquadrare i ruoli di madre e di figlio.

È evidente che la questione è molto sentita da Perrotta, il quale già vi si era accostato nella sua Odissea, in cui la lontananza di Ulisse veniva vista con gli occhi di Telemaco. Intanto lui a sua volta è diventato padre, conscio degli errori che gli si prospettano lungo il cammino. Ma il confronto fra genitori e figli non è solo una faccenda privata: sia gli uni che gli altri sono specchio della società in cui vivono, e le loro incomprensioni ne mettono ferocemente in risalto vizi e sbandamenti collettivi. Non a caso l’approccio alla materia avviene attraverso l’accostamento di tre personaggi diversi, rappresentativi di ambienti e culture distanti fra loro. C’è il giornalista colto e forbito, che racconta ai lettori del figlio barricato in camera, forse dopo essersi scoperto gay, mentre il padre attraverso la porta cita il libero arbitrio, l’atarassia, tutti i grandi omosessuali della storia. C’è il capofficina veneto incapace di usare le parole, che dopo aver consultato il «’ssicanalista» confessa al figlio di aver rinunciato, per provvedere al suo mantenimento, a una carriera musicale, e la moglie non gliel’ha più perdonata. C’è soprattutto il commerciante napoletano immaturo e maschilista – linguisticamente, il più interessante – che offre canne alla figlia Giada e va in discoteca con lei e le sue amiche, che lo accusano di molestarle e di avere atteggiamenti ambigui nei confronti della stessa Giada. Perrotta dà voce a tutti e tre da solo, in uno spazio vuoto in cui spiccano unicamente tre sculture di Giacometti: passa dall’uno all’altro cambiando semplicemente giacca e accento, li differenzia e poi li intreccia, come se alla fine su di loro incombesse un destino comune.

Lui è bravissimo, come sempre, nell’evocare una piccola umanità, e si pone di fronte al problema con estrema serietà, il che non sfugge al pubblico. L’argomento è cruciale, senza dubbio, e fare del teatro il luogo in cui portarlo alla luce è un atto di coraggio da parte sua. Proprio in quanto esso impone riflessioni di enorme portata, vien da chiedersi fino a che punto i tre casi possano essere espressione di una realtà così complessa: credo che, sul piano drammaturgico, lo aspetti ancora un duplice impegno tutt’altro che facile, quello di tipizzarli ulteriormente e renderli al tempo stesso più universali.

La Repubblica - Robinson

Quanti errori padre nostro

Tutto ciò che fanno i genitori è sbagliato, dice la leggenda. Massimo Recalcati, in più, dice che il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre e di tutti i suoi simboli e che possiamo scordarci “la loro rappresentazione patriarcale come bussole infallibili nel guidare la vita dei figli”. Proprio queste riflessioni dello psicanalista hanno ispirato Mario Perrotta, drammaturgo, regista, attore monologante che ha sempre avuto uno sguardo attento sul presente e le nostre radici storiche come fece in Italiani cìncali!Emigranti Esprèss. Neo-padre, anche lui pieno di dubbi e incertezze, Perrotta ha così avviato (con la produzione dello Stabile di Bolzano) e la consulenza di Recalcati stesso, una trilogia sulle relazioni famigliari che parte proprio da questo In nome del padre che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano e ora è in tournée. In uno spazio simbolicamente astratto, con 4 figure-manichini di ferro dislocate nella scena vuota, Perrotta cambia ogni volta giacca e si alterna nel dare voce a tre padri diversi di un condominio simile a tanti di quelli in cui abitiamo, padri o logorroici o maniacali o deboli, ma animati da un inesausto desiderio di giustificare il proprio posto accanto ai figli i quali parlano attraverso le visioni e emozioni paterne: Virgilio barricato in camera perché non si sente compreso, Alessandro che non sa di cosa parlare col padre che non ha studiato e poco sa, Giada che si vergogna del proprio perché continua ad atteggiarsi a teenager. Mentre quei padri, un giornalista, un operaio e un imprenditore, non fanno che chiedersi e interrogarsi, chi per conto proprio, chi dall’analista. Un’ora e 40 di monologo, una prova di resistenza fisica, di capacità espressiva e credibilità psicologica dell’attore che Perrotta, nonostante il montaggio drammaturgico sia convenzionale e debba ancora trovare ritmo, supera agevolmente. E quanto ai padri, smarriti, incerti, fragili, poco a poco capiscono che serve poco lo stare in disparte, relegarsi in quella condizione atarassica che i giapponesi chiamano “hikikomori”. Meglio darsi una mossa. E, insomma, se vuoi essere padre, sbagliare bisogna.

Corriere della Sera

In nome del padre, figli senza amore che rifiutano gli adulti

In nome del padre è il primo capitolo di una trilogia sulla famiglia di Mario Perrotta e si avvale della collaborazione drammaturgica dello psicanalista Massimo Recalcati. Perrotta solo, nel vuoto del palcoscenico fa vivere tre padri, tre adulti alle prese con figli/figlie che si sono rinchiusi nella loro stanza e nella loro testa senza capacità di partecipazione o interessi, in assenza di perturbamenti e parole, «hikikomori» termine giapponese per chi rifiuta la vita sociale chiudendosi in un isolamento spesso estremo (a Priverno, Latina, il 17).

Tre padri, tre estrazioni sociali diverse, un colto giornalista del Sud, un capo officina veneto che ha soffocato la sua passione, la musica, per fare studiare il figlio e un padre ricco e «amicone», un adulto non adulto. Padri rifiutati dai figli, incapaci di capirne il perché, colti da un eguale smarrimento, e figli che arrivano indirettamente sul palco con la loro carica dirompente che uccide ogni certezza e luogo comune. Perrotta è bravo nel dare voce anche a chi non ne ha e forse finali positivi altro non sono che speranze, che i figli/e senza amori, popolati dal disagio e dall’indifferenza possano ritrovare la forza di vivere, combattere e sognare.

Hystrio

Perrotta: padri allo sbando, un “mestiere” al tramonto?

Una trilogia: padri, madri, figli. Tre spettacoli monografici di cui Mario Perrotta è autore, regista, interprete. Comincia con il primo, i padri. Come sono i padri, oggi? Non più bussole infallibili nella guida dei figli, né tantomeno pesanti bastoni per drizzarne le spine dorsali. Fine dell’autoritarismo, termine desueto, impronunciabile. Padri allo sbando, incerti su tutto, figli a cui è difficile dire qualche cosa di sensato, che non suoni predicozzo soporifero o goliardica connivenza. Nel costruire il testo gli ha dato una mano Massimo Recalcati, psicanalista molto in voga: consulenza, sostegno, dialogo, per sondare il mestiere di padre, un mestiere che, a detta di Recalcati, se non è proprio al tramonto, ha comunque definitivamente perso i connotati rassicuranti (anche se un po’ tetri) che aveva anche solo cinquanta, sessant’anni fa. Perrotta mette in scena tre padri a colloquio con i rispettivi figli: diversa la loro estrazione sociale, un capo operaio, ingenuo, sprovveduto, che si rivolge a uno psicanalista senza saper bene cosa chiedere; un giornalista, che affronta un figlio difficile, omosessuale, chiuso nella sua camera e nel suo mutismo; un commerciante napoletano che cerca di risolvere il complicato rapporto con la figlia in modo giocoso, spensierato. Il dialogo s’inceppa continuamente, i tentativi di contatto, di apertura falliscono. I padri cercano di abbattere il muro dietro cui i figli si barricano, ma non ci riescono, vorrebbero essere convincenti e invece finiscono per rivelarsi fragili, patetici, perdenti. Perrotta ha un grande talento, alterna le tre voci con indiscutibile bravura, gioca sui diversi registri con una magnifica inventiva, ma l’intreccio ogni tanto risulta artificioso, dà troppo spazio alle note superficiali e poco alle ombre, alle malinconie, alle frustrazioni che talora affiorano e rendono toccante il testo. Ed è in questi momenti che la voce di Perrotta acquista uno spessore, un’emozione che più ci coinvolge. Il fatto è che rischia di prevalere, nell’affrontare il tema dell’incomprensione tra generazioni diverse, il gioco: ma quando un adulto e un adolescente non si capiscono, gioco non è mai. Un padre che non riesce a farsi aprire la porta, reale e affettiva, da un figlio, fallisce il suo “mestiere”. Un fallimento che fa male, ci dice questo spettacolo.

Delteatro

In nome del padre

Una possibile rilettura della trinità familiare – padre, madre, figlio/figlia – per il suo nuovo spettacolo, un assolo colmo di tensione che lo vede dare voce a tre padri, primo tassello di – pensiamo – un’ipotetica famiglia tipo, moderna, smembrata nelle sue parti. Magari non è così e se mi sbaglio Mario Perrotta mi perdonerà. Anche in questo nuovo spettacolo, In nome del padre, andato in scena con successo al Teatro Studio di Milano, l’interprete è solo nell’ampio spazio circolare del teatro, quasi una specie di arena, del luogo che per un’ora e mezza riempie con la sua fisicità e la sua bravura. Scritto dallo stesso attore, il testo nasce anche dalla consulenza drammaturgica di uno psicoanalista come Massimo Recalcati, da sempre studioso dei meccanismi su cui si regge la famiglia e sulla strada, spesso inquietante se non proprio dolorosa, che devono percorrere i genitori, sovente esclusi dal mondo dei figli, chiusi in una stanza reale o ideale dove è impossibile per chiunque entrare, a maggior ragione per chi come il padre incarna o perlomeno incarnava il principio di autorità.

Perrotta dà voce a tre tipologie paterne, un padre di cultura semplice, amante della musica; un padre colto, che non riesce a superare i silenzi del figlio; un padre che potremmo definire amicone, mai cresciuto, che ama andare in discoteca accompagnando la figlia e le sue amiche, che temono voglia mettere loro le mani addosso. Un equilibrio inesistente che si spezza davanti alla porta chiusa che sembra avere buttato via la chiave. “Hikikomori” chiama Recalcati, e con lui Perrotta, questa specie di atarassia che non ha nulla a che fare con quella dei filosofi greci. È piuttosto una mancanza totale di tutto: interessi amori, senso delle parole, indifferenza verso gli altri per difesa, in favore di una tranquillità falsa, senza sogni.

Questi tre padri si sentono spiazzati dal silenzio e dalla volontaria solitudine dei figli. Fanno riferimento allo psicoanalista a sua volta apparentemente impotente di fronte a questa cosa da gestire che cerca – non lo vediamo mai in scena, le sue parole e teorie sono riportate a modo loro dai padri – attraverso l’esperienza e le parole di questo allontanamento progressivo e così numeroso e inspiegabile che attanaglia molta gioventù. Certo alla base di tutto c’è un principio di autorità che non si accetta più, che non si riconosce più da parte di questi figli che cercano di chiudere tutti i buchi neri che li metterebbero di fronte alla realtà.

I ragazzi sono tre: Alessandro, Virgilio, Giada. Nella famiglia di Alessandro, la più modesta, sembra che sia passato come un tornado, il padre non riesce a capire fino in fondo le parole dello psicoanalista, ma dopo tanti passi perduti sarà la sua semplicità ad aprire la porta del figlio grazie alla musica con la quale quest’uomo riesce a comunicare cose che non sa dire a voce. Qui le madri latitano, anzi si parla di madri che non si sa dove siano e con chi. Questo succede nella casa di Virgilio, dove il padre ha il coraggio di affrontare un tema paradossalmente tabù come quello dell’omosessualità e come quello di Giada che teme, e con lei le sue amiche, che quel padre troppo amicone che si ritrova possa andare oltre nei suoi rapporti con loro. Eppure anche lui alla fine capisce che è tempo di crescere. Il padre che forse ci azzecca di più è quello di Virgilio, folgorato dalla visione del figlio che, uscito dalla camera, se ne va a scuola tenendo Giada per mano.

Calato con forza in questo magma che gli pone più di un interrogativo, Perrotta non cessa di domandarsi, oggi, quale sia il modo di imparare davvero a essere padri fino in fondo.

Gazzetta di Parma

Sul palco Perrotta si fa in tre

A volte si vorrebbe poter aggiungere una lode moltiplicata al voto che dovrebbe sintetizzare la valutazione di uno spettacolo. E certo sarebbe il caso – per il testo come per la recitazione, un insieme perfetto – dell’ultima, coinvolgente creazione di Mario Perrotta, un nuovo importante appuntamento della preziosa stagione di Ragazzola, l’autore/attore solo in scena, ma in tre ruoli differenti, tre padri che abitano in appartamenti uno sopra l’altro, che il pubblico può imparare a conoscere per il carattere, il modo di relazionarsi con i figli, la consapevolezza che esplode dolorosa nel sentirsi inadeguati come genitori. Già dal primo incontro con uno spettacolo di Mario Perrotta – “Italiani cìncali” sui minatori italiani in Belgio, una quindicina di anni fa, sul nostro Appennino, a Granara – si era rimasti incantati dalle stupefacenti capacità di Perrotta, che ha quindi continuato a creare spettacolo indimenticabili come “Un bès” dedicato a Ligabue, o “Milite Ignoto”, dove Mario Perrotta raccoglieva più voci di soldati della prima guerra mondiale, diversi gli accenti, lui stesso, solo dentro una trincea, un intero coro. Con “In nome del padre” – che si è andato definendo attraverso l’essenziale dialogo con Massimo Recalcati, importante la sua consulenza alla drammaturgia, il debutto al Piccolo di Milano – tre precise caratterizzazioni, per posture, cadenze, gesti, si alternano all’inizio in forma ravvicinata, Perrotta sul proscenio come l’intellettuale che cerca di dare forma, scrivendo un articolo, al profondo disagio, che prova così a oggettivare, belle parole, colte e vane, per suo figlio (forse) hikikomori, chiuso nella sua stanza; come il capo officina competente, tranquillo nel suo lavoro, ma pieno di timori in casa, lui che parla solo il dialetto, che aveva rinunciato alla musica per un lavoro sicuro sentendo la responsabilità della famiglia; come il commerciante orgoglioso del suo successo, tanti dipendenti e tanti soldi, fiero delle sue molteplici conquiste femminili, complice in bevute con la figlia Giada, che arriverà ad accusarlo di comportamenti scorretti con le sue amiche, forse anche con lei. Diversi gli interlocutori assenti, i figli, ma anche lo psicanalista o la moglie. Dopo la prima parte lo spazio d’azione si amplia: su tre sculture/manichini sono appoggiate le giacche che Perrotta via via cambierà per essere quei padri insicuri, confusi, con parti di maggior respiro per ciascuno di loro. Tanti i possibili rispecchiamenti anche solo parziali, molti i passaggi carichi di commozione anche per il pubblico, che è quindi esploso in applausi che sembravano non voler finire mai.

Controscena

Tre padri in uno, fra una porta chiusa e una chitarra rediviva

MILANO – Tre padri – fra loro diversissimi per posizione sociale, provenienza geografica e condizione lavorativa – tentano ripetutamente, attraverso il dialogo, di stabilire un rapporto con tre figli del pari diversi fra loro ma accomunati dal fatto che in scena non compaiono mai e che, soprattutto, se ne restano murati nel silenzio, rispondendo – come apprendiamo dai padri – solo eccezionalmente e appena con qualche parola stentata e ostile.
Questo, in estrema sintesi, l’argomento di «In nome del padre», lo spettacolo di e con Mario Perrotta che lo Stabile di Bolzano presenta nel Piccolo Teatro Studio Melato. E poiché i tre padri in campo (un giornalista siciliano, un capofficina veneto e un commerciante napoletano) abitano su tre piani contigui dello stesso palazzo, se ne deduce che costituiscono, sul versante simbolico, il paradigma della nostra società e la cartina di tornasole dei troppi vizi mentali e delle infinite paure psicologiche che, per l’appunto, intralciano e spesso impediscono senza riparo, oggi più mai, una corretta e proficua interazione fra chi ha dato la vita e chi l’ha ricevuta.
Preziosa, per quanto riguarda l’analisi di un simile quadro, s’è rivelata – in sede di stesura del testo – la consulenza di uno studioso del calibro di Massimo Recalcati. E ne è venuto fuori un monologo, insieme intelligente e intrigante, che trova la sua efficacia nella fusione mirata dei temi proposti dalla cronaca e delle ipotesi (scientifiche o ideologiche) che più largamente circolano a proposito della soluzione dei problemi a quei temi connessi.
I figli dei tre padri in questione sono, rispettivamente, Virgilio, uno dei centomila «hikikomori» (è il nome dato in Giappone al giovane iperconnesso che vive nel e del rifiuto di ogni contatto con la realtà a lui esterna) italiani; Alessandro, che si vergogna di avere un genitore incapace di parlare in italiano; e Giada, che indossa le cuffie e ascolta musica ad alto volume per non sentire quel suo paparino sciupafemmine che lei, addirittura, sospetta di mire incestuose.
Ebbene, è proprio Alessandro che mette sul tappeto il problema-chiave. Il giornalista, il capofficina e il commerciante hanno, tutti, abbandonato il linguaggio della naturalezza e della spontaneità per sostituirlo con il codice artificioso imposto dal loro peso sociale e dalle scelte di vita che da questo son derivate. Il capofficina suonava la chitarra nei locali, e giusto per mezzo di quel suono conquistò l’amore della donna che poi diventò sua moglie e la madre di Alessandro. Ma smise di suonare in cambio della sicurezza che gli garantiva il posto fisso. E adesso con la moglie non s’intende più e la chitarra giace abbandonata su un divano, accanto al figlio che vi sta in permanenza stravaccato.
Aggiungo che il tema degli «hikikomori» era già stato svolto in «Notre peur de n’être (La nostra paura di non essere)», uno spettacolo dell’autore e regista belga Fabrice Murgia presentato a Venezia nell’ambito della Biennale Teatro del 2015. E il suo protagonista veniva così descritto: «Ha rinunciato al sole, i suoi occhi l’hanno dimenticato. A volte la notte esce, cammina a piedi nudi per le strade. Osserva la città, come se i suoi abitanti fossero scomparsi. È solo al mondo, nella città fantasma, la città in cui poteva correre». Mentre – ecco in che cosa consiste la superiorità di «In nome del padre» rispetto a «Notre peur de n’être» – l’«hikikomori» di Perrotta al «sole», ossia a un mondo popolato di uomini, non ha rinunciato affatto; e non esce, di notte, ad inseguire fantasmi, sta in casa ad attendere, anche se disperato, che gli arrivi comunque un segnale di fraternità.

Per questo il riavvicinamento di Alessandro al padre coinciderà con gli accordi che a un certo punto il capofficina trarrà dalla chitarra abbandonata sul divano: è il suono ad assicurare la comunicazione negata dall’impotenza e dal mercimonio delle parole. Quelle che, per fare un altro esempio, adopera in continuazione il giornalista: a proposito di Virgilio, che si rifiuta di aprirgli la porta della sua stanza, ciancia di «atarassia», «laicità», «libero arbitrio», «nuova dinamica familiare», «centratura su se stessi»; e davvero non è un caso che, alla fine, il figlio gli aprirà dopo che lui, in ginocchio davanti alla porta chiusa, avrà detto: «Sugnu ccà, Virgilio, sugnu ccà. Avri sta porta, Virgilio. Sugnu ccà comu un cane, senza cchiù nenti. Avri sta porta, Virgilio, sugnu ccà in silenzio. Senza cchiù parole. In silenzio… Zitto».
Sì, è proprio il problema del linguaggio a costituire il vero tema dello spettacolo di Perrotta e a determinarne l’originalità e la profondità. Virgilio s’inginocchia anche lui e lascia che il padre lo abbracci allorché quest’ultimo prende a parlare nel suo dialetto, allorché, in breve, ritrova la naturalezza e la spontaneità di cui dicevo.
Ancora non a caso, del resto, il commerciante cerca di giustificarsi in quanto padre e, dunque, di controllare il rapporto con la figlia, la quale gli sfugge di continuo, sostituendo alle persone i personaggi fissi (il Muto, la Vergine Attica, la Torre, le Sperdute, la Foresta Cinica, l’Arrangiatore…) dei tarocchi. Anche lui, in altri termini, finisce per rimanere sconfitto perché abbandona il linguaggio della naturalezza e della spontaneità. E siccome lo fa, stavolta, in favore di formule esoteriche ammantate, per giunta, di un grottesco che sfuma nella comicità (si sarà capito, infatti, che i personaggi fissi citati li ha inventati lui), ecco che, così, viene sottolineata in maniera eclatante «l’evaporazione della figura tradizionale della paternità» di cui parla Recalcati in una sua nota.
Non meno significativo, poi, si rivela l’apparato scenico. Perrotta agisce accanto a tre manichini, da lui stesso realizzati e che rappresentano, ovviamente, i tre figli. Ma hanno la testa fatta di fil di ferro, e cioè, in quanto privi del corpo, sono una pura immagine. E proprio una pura immagine del rapporto di quel padre uno e trino con quei tre figli «misteriosi» disegna con grande bravura il Mario Perrotta attore, innescando, col semplice passare dalla giacca del giornalista ai giubbotti del capofficina e del commerciante, una serie di dissolvenze incrociate che rendono al meglio l’idea della «liquidità», ovvero dell’incertezza, in cui si traducono i tentativi di un contatto autentico qui dispiegati.
Infine, sul versante della cronaca c’è da aggiungere che «In nome del padre» è il primo momento di una trilogia che, s’intende, comprenderà anche uno spettacolo sulla Madre e uno sul Figlio, in programma, rispettivamente, per l’anno prossimo e per il 2020. E ho scritto Madre e Figlio con l’iniziale maiuscola in ossequio alla definizione che Mario Perrotta dà di questo progetto: «Uno sguardo sul presente, il mio presente, per indagare quanto profonda e duratura è la mutazione delle famiglie millennials e quanto di universale, eterno, resta ancora». Si tratta, in altre parole, d’indagare sulla famiglia considerandola, insieme, sul piano della quotidianità e su quello dell’archetipo. Ciò che, come ho cercato di dimostrare, ha cominciato a fare, per l’appunto, «In nome del padre».

Sipario

In nome del padre

Il numero preferito da Mario Perrotta è il tre. Tre sono i testi di Flaubert, Aristofane e Moliere che costituiscono l’ossatura d’una Trilogia sull’individuo sociale. Tre sono le schegge dell’emozionante Progetto Ligabue, snodatosi in tre diversi momenti (Un besPiturBassa continua Toni sul Po). E più di recente, nel settembre del 2016, arriva Verso terra- A chi viene dal mare, occupando tre giorni in tre differenti location del Salento. Spettacoli, è giusto dirlo, di grandi consensi e riconoscimenti come i diversi Premi Ubu e altri ancora. Adesso Perrotta con questo suo In nome del padre nella trina veste di drammaturgo, regista e unico interprete, che ha debuttato in prima assoluta al Piccolo di Milano, nel circolare Teatro Studio Melato, vuole fare il blow up su una nuova trilogia incentrata sulla famiglia di oggi, iniziando giusto con questo spettacolo un viaggio che proseguirà poi indagando sulle figure delle madri e infine dei figli. Manco a dirlo lo spettacolo in questione è incentrato su tre diversi padri che abitano in tre diversi piani d’un palazzo: il giornalista siciliano Sciacca al 1° piano, il capofficina veneto al 2° e il napoletano commerciante Giuseppe al 3° piano. A Perrotta gli è sufficiente indossare una giacca o un giubbino accanto a tre filiformi sculture colte in tre diverse posture, per diversificare bene i tre personaggi che si esprimono con le parlate tipiche di quelle regioni, sofferenti tutti e tre della stessa malattia di vivere pessimi rapporti con i figli adolescenti, scoprendosi ridicoli e non adeguati al ruolo di padri, distanti dal capire ciò che frulla in quei cervelli distratti da mille cose, specchio d’una società schizzata e un po’ alla deriva, i cui valori ormai sono diventati carta straccia, mucchi di polvere che si volatilizzano e i cui pulviscoli chissà se un giorno potranno dare vita ad un nuovo rinascimento. «Il nostro tempo è il tempo del tramonto dei padri – scrive in una nota Massimo Recalcati consulente della drammaturgia di Perrotta – . Ogni esercizio dell’autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa». Insomma stiamo assistendo ad una evaporazione della figura tradizionale del padre, per il quale si può ipotizzare nel futuro un’altra immagine, un padre diverso. Argomenti che in maniera portentosa Perrotta porta in scena, facendosi portatore del pensiero dei tre personaggi, saltando da uno all’altro avendo chiari i pensieri che li attanagliano. Il giornalista vuole scrivere un articolo sugli adolescenti che sono già oltre 100mila quelli chiusi nelle loro stanze, come suo figlio Virgilio, avvolti da un mal di vivere che niente ha a che fare con l’atarassia dei greci, fuggendo un mondo che disprezzano e che provoca solo dolore. Con la moglie cerca di capire le ragioni di questo comportamento, che non è l’insuccesso o il bullismo scolastico, né tanto meno il timore del mondo o una silente omosessualità accostandolo a nomi altisonanti di omosessuali riguardanti la letteratura, l’arte e la storia. Il capofficina da canto suo, non ha problemi con suoi dieci operai ma con il figlio Lesandro che va bene a scuola ma che vorrebbe, a suo dire, un padre colto e che si esprima in un buon italiano. Consigliato dal commerciante Giuseppe del terzo piano è andato da uno psicanalista ma ne è uscito scontento perché lui parla e l’altro non gli dice niente. Rimpiange di non avere la cultura di Sciacca e invidia la vita di Giuseppe tutta all’insegna di soldi, discoteche e palestre. Qui il problema è più del padre che del figlio, colto più volte a chiudere lui le pagine di youporn lasciate sul computer. Per il commercialista il capofficina è uno zotico, gli ha consigliato lo stesso psicanalista dove va sua moglie e i suoi pensieri sono i soldi, le donne, le canne, gli spritz e le discoteche dove ci porta la figlia Giada con le amiche. Il tipo con evidenti tare infantili si vanta d’avere quattro negozi e venti stipendi da distribuire, pensa che la figlia, sempre con le cuffie alle orecchie ad ascoltare musica, possa essersi innamorata di Virgilio e aver flirtato con lui. In fondo forse non gliene frega nulla, neppure che la moglie possa fare nei suoi frequenti viaggi in Francia ciò che lui fa con le sue donnine. Mario Perrotta si cala agevolmente nei tre personaggi, pure nei loro tipici idiomi, lasciando alla fine un filo di speranza perché Virgilio aprendo la porta della sua stanza abbraccerà il padre, restando così sino all’alba, dicendo che il giorno dopo sarebbe andato a scuola. Giada ha scritto a Virgilio dicendo che il padre non era più un problema e la stessa cosa ha fatto il ragazzo nei confronti del suo, aggiungendo che sarebbe tornato a scuola. Lesandro invece si avvicinerà al padre e insieme suoneranno la chitarra. Le porte che si aprono e i silenzi dei figli per spalancare infine i cuori dei padri.

Teatro e Critica

Mario Perrotta, “In nome del padre”. Epica solitaria e vitale

«Il nostro tempo è il tempo del tramonto dei padri. […] I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa». Queste parole le scrive lo psicanalista Massimo Recalcati, fotografando un’epoca instabile e fragile in cui, insieme alle “grandi narrazioni”, sembra crollare la figura paterna come punto di riferimento.
Una “differenza simbolica tra generazioni” è ciò che Mario Perrotta mette in scena in In nome del padre, condensando in tre monologhi intrecciati una piccola wunderkammer di relazioni genitore-figlio.
Sul palco sgombro del Teatro Secci di Terni campeggiano tre sculture antropomorfe realizzate con materiali di risulta: un discobolo, un pensatore à la Rodin e un guerriero nell’atto del riposo, quasi adagiato a terra; tre forti riferimenti a modelli classici, guardati attraverso una lente che li rende fossili decadenti, spettrali, funesti. Le sculture, immobili in uno spazio invece reso vivo dalla presenza dell’attore, fanno da perno visivo a tre vicende, alle quali Mario Perrotta dona corpo spostandosi letteralmente da una storia all’altra, da una all’altra voce, componendo, disfacendo e riorganizzando un variegato puzzle narrativo.
Tre padri abitano tre appartamenti a tre piani dello stesso palazzo; si conoscono l’un l’altro di vista, osservano a vicenda le rispettive vite in maniera distratta, ciascuno in preda a una piccola pietà verso l’altro, in verità ciascuno imprigionato nel proprio dramma. Una ex promessa della musica rock abbandona la chitarra per crescere un figlio non atteso e scivola in una depressione che lo disgusta e lo fa tornare bambino, quasi figlio del proprio figlio; un rampante quarantenne partenopeo si divide tra discoteca, avventure extraconiugali e tarocchi che non riescono a presagire il sospetto, nutrito dalla figlia, di divenire oggetto di morbose attenzioni da parte del padre; uno stimato intellettuale vorrebbe razionalizzare il comportamento del figlio adolescente, che rifiuta ogni socialità proclamandosi hikikomori in cerca di un ascolto paterno come unica interlocuzione.
A ciascuna storia è dedicata una porzione di palco, a ciascun personaggio una postura, una coreografia di gesti, una cadenza dialettale, una direzione di sguardo; il testo salta ritmicamente da una all’altra narrazione, come correndo sui punta-onda di un diagramma impazzito, ma senza trascurare i necessari cambi di registro, in cui l’attore concede ai caratteri di cui si fa cassa di risonanza il tempo per respirare, comprendere, assistere a piccole e brevi epifanie.
Arrivando dopo il progetto di Odissea(2007), che tanto rifletteva sul ruolo del figlio – al quale tornerà a completamento di questa trilogia – e tenendo a mente quelle conversazioni con Massimo Recalcati – ampiamente citate, nei materiali, come una delle principali scintille di ragionamento – Mario Perrotta sembra voler celebrare lo stare in scena come una cerimonia dell’assenza, un rito divinatorio indirizzato a una possessione pacifica del corpo recitante. Così egli stabilisce e assicura, con gli strumenti del mestiere d’attore ma anche con sapienza nell’organizzazione dei materiali drammaturgici, un solido equilibrio tra affondo analitico e catarsi fisico-gestuale, andando a riempire la dimensione iconografica della figura paterna con un afflato tangibile, un’energia pulsante alimentata da un sottilissimo confronto con lo sguardo dello spettatore, tenuto al di là della linea del proscenio e però convocato a soppesare ciascun minuto risvolto delle tre narrazioni.
Pur rispettandone l’ambiziosa autonomia, In nome del padre sembra creare un collegamento poetico, oltre che estetico, con il lavoro firmato da Mario Perrotta nel 2015, Milite Ignoto Quindicidiciotto. Lì la Prima Guerra Mondiale veniva compressa nel corpo di un unico interprete, trascinando lo spettatore, di dialetto in dialetto, nella ricostruzione di battaglie e di vicende intime che attraversano il corpo in scena, in una partitura di gesti e di sguardi come un testo immaginario in cui si sublima una sorta di epica della solitudine. E infatti nelle note di regia si guarda alla Grande Guerra come all’ultimo conflitto in cui «il milite ebbe ancora qualche valore anche nel suo agire solitario».
La stessa battaglia individuale sembra consumarsi, qui, “in nome del padre”, tratteggiando una paternità come condizione divisa tra evidenze animali e aporie del vivere sociale; essa si mostra e si osserva – scrive ancora Recalcati – nell’atto di una «evaporazione della figura tradizionale», incamminatasi verso «un’altra immagine, più vulnerabile ma più umana, di padre».
Pur lasciando aperto il quesito se il trionfo dell’umanità consista davvero nel «cancellare la distanza tra padri e figli», di certo lo spettacolo di Mario Perrotta pare far tesoro delle riflessioni dello psicanalista nel mostrare come il passo decisivo possa essere un ripensamento del linguaggio, terreno di confine dove si negoziano i termini dello stare al mondo. In questo processo il codice del teatro ha la possibilità di istituire nuove relazioni. Tra una storia e l’altra, innanzitutto, ma tra una e l’altra coscienza.

PAC - PaneAcquaCulture

Alla ricerca dei padri “estinti”: sul nuovo spettacolo di Mario Perrotta

Sul treno che la porta a Milano, la vostra cronista teatrale è immersa nella lettura di uno dei primi romanzi dell’inglese Matt Haig, intitolato Il club dei padri estinti. Protagonista, l’undicenne Philip, il fantasma paterno del quale vorrebbe compisse per lui quella vendetta che gli regalerebbe una vita eterna serena. Un novello Amleto, insomma, vittima delle onerose responsabilità che i padri – di ogni epoca ma nella nostra contemporaneità in maniera particolarmente eclatante – amano caricare sulle fragili spalle dei propri figli.

Tematica che lo spettacolo che Mario Perrotta ha scritto in collaborazione con Massimo Recalcati sviluppa nelle sue infinite ma in fondo omogenee variabili.

Tre padri e tre figli, altrettante famiglie che occupano ermetici alloggi di uno stesso palazzo.
C’è il giornalista, colto e raffinato, alla prese con il suo Virgilio, che forse si sta trasformando in un Hikikomori; o forse è vittima di bullismo; o, ancora, fatica ad accattare la propria omosessualità.
C’è l’operaio, ex musicista, che non riesce a comunicare con il figlio Alessandro che, probabilmente, si vergogna del padre che parla solo in dialetto e che è addirittura andato da uno psicanalista per riuscire a risolvere il conflitto con lui.
C’è, infine, il burino arricchito, che si rolla le canne e va in discoteca con la figlia Giada, che ha timore di quel padre donnaiolo e incapace di uscire dall’adolescenza.

Virgilio, Alessandro e Giada: tre adolescenti che bramano una figura di riferimento forte e sicura o, forse, soltanto disposta ad ascoltarli senza preconcetti, senza aspettative, senza fretta…

Mario Perrotta, indossando, di volta in volta, una giacca differente – quella blu della tuta da lavoro per l’operaio, quella cammello per il professore, quella leopardata per il burino – si cala nei tre padri, diversi per cultura, aspirazioni, vicissitudini esistenziali, eppure accomunati dall’uguale incapacità di rapportarsi con i propri figli, ai quali implicitamente richiedono di essere ciò che loro stessi non sono stati in grado di diventare, di vivere quelle esperienze che a loro sono oramai negate.

L’attore/autore/regista interagisce con i pochi oggetti di scena – una chitarra elettrica, un tavolino – e con tre rigorose sculture, giacomettiane sagome di esseri alla ricerca di sé. Una scelta di essenzialità che permette di tratteggiare con maggiore efficacia le tre personalità maschili, incarnate da Perrotta con disinvolta e fluida adesione, riuscendo a conquistare un mirabile equilibrio fra personificazione e distacco critico.
L’interprete non giudica esplicitamente i propri personaggi né, d’altro canto, si immerge in essi con acritico coinvolgimento, bensì elabora una sorta di straniamento empatico, che gli consente, da una parte, di mostrare quanto sia pericoloso l’atteggiamento di quei padri e, dall’altra, di confessare quanto sia altrettanto facile cedere a quei comportamenti.

Perrotta, insomma, dichiara la propria inerme fragilità di fronte a quel ruolo enorme che è l’essere padre e, allo stesso tempo, afferma la solida consapevolezza di quella medesima gracilità, punto di partenza imprescindibile per costruire un rapporto sano con i propri figli, ai quali non si può chiedere di vendicare/riscattare le proprie piccole esistenze ma che si dovrebbe aiutare a diventare veramente se stessi: solo così, forse, l’esile specie dei padri non si estinguerà…

Sipario

In nome del padre

Mario Perrotta, uno dei più affermati esponenti del teatro di narrazione, porta sulla scena In nome del padre, prima parte di una nuova trilogia che analizza le dinamiche, sempre nuove e imprevedibili, del rapporto padre – figlio. Ancora una volta l’attore leccese, coadiuvato nella drammaturgia dallo psicoanalista Massimo Recalcati, concentra il proprio sguardo sulle figure eterne e mutevoli che agiscono all’interno delle comunità familiari. In nome del padre è un testo complesso e stratificato, ma vince la sfida del palcoscenico grazie ad un monologo dove ogni personaggio, anche se impersonato da un unico attore, riesce ad emergere ben definito agli occhi del pubblico. La bravura e l’esperienza di Mario Perrotta, oltre al fatto che senta fortemente la pregnanza del testo, fanno in modo che lo spettacolo risulti emozionante e ricco di significati. Su un palco nudo, fatta eccezione per poche installazioni, Perrotta inscena diverse figure di padri, accomunati dalle loro paure e incapacità dai tratti ora grotteschi, ora rovinosi. Perrotta offre ritratti impietosi di uomini e padri impersonati dall’attore con il solo cambio di un elemento di vestiario e di accenti che si fondono in una geniale dissolvenza vocale. In questi cambi, anche fulminei, Perrotta ritrae figure di padri che a tratti virano verso caricature forzate e paradossali, ma funzionali al significato del testo e alla prospettiva di un figlio che deve fare da padre al proprio genitore. L’attore e coautore sul palco introduce con bravura elementi di comicità misurata, in grado di sdrammatizzare diversi momenti dello spettacolo. Il ritmo sempre incalzante di In nome del padre vede Perrotta dare alla rappresentazione una carica emotiva che non mostra mai cali. Nei serrati scambi di battute tra padre e figlio, le frasi di quest’ultimo fanno capire al pubblico le reazioni del padre. In questo spettacolo Perrotta si dimostra anche abile come chitarrista. Sue sono alcune dei brani musicali eseguiti dal vivo in scena. In nome del padre si dimostra uno spettacolo ambizioso ed elaborato anche se a tratti corre il rischio di risultare macchinoso. Coadiuvato da Massimo Recalcati, Perrotta è comunque capace di una scrittura equilibrata e di una recitazione convincente.

PAC - PaneAcquaCulture

Affari di famiglia, con assaggi di figura paterna e contorno di assenze: Perrotta, Tavano e Il Mulino di Amleto

Da taluni punti di vista può risultare sorprendente il numero di spettacoli in circolazione in questi mesi che riportano l’attenzione dello spettatore sulle questioni della famiglia. Va tuttavia considerato che lì dove per centinaia e centinaia di anni l’alterità per il nucleo familiare era rappresentata, per un verso, dei temi dell’individuo come singolo e, per altro, da quelli della società, la dissoluzione di quest’ultima dimensione dentro le vuote scatole dei social media, l’inesistenza pressoché totale di istanze di piazza, la crisi della rappresentanza nelle istituzioni democratiche, di presenza concreta delle questioni politiche o religiose come era un tempo nei quartieri, nei territori; tutto questo rende di fatto la famiglia luogo di assoluzione e dissoluzione dei propri peccati, riverbero di un’identità che non si libera mai non solo dei legami, come per natura sempre è, ma anche delle dinamiche, che si mantengono spesso identiche e immutabili nonostante il passare del tempo.
Scorriamo attraverso tre creazioni in circuitazione in questo periodo, alcune tematiche fra l’antropologico e lo psicanalitico. Lo facciamo con Patres di Saverio Tavano (visto nella bella rassegna diffusa fra alcuni comuni della provincia bergamasca a cura di Qui e Ora), con il ritorno in scena, dopo quasi un decennio, di Senza Famiglia, testo di Magdalena Barile riallestito da Il Mulino di Amleto, che di recente ha debuttato a Milano a Campo Teatrale, e con In nome del padre di e con Mario Perrotta, che ha debuttato a dicembre al Piccolo Teatro e sta girando adesso l’Italia con una felice tournée, e che abbiamo visto a Monza al Teatro Manzoni.

Stupisce come, comune a tutti questi lavori, sia in particolare la figura paterna, la sua dimensione allo stesso tempo presente e assente, non di rado egoista e infantile, destinata in ogni caso a segnare il rapporto con i figli.

Se in Senza Famiglia le donne evolvono, cambiano, tengono i giochi, le figure maschili escono un po’ sterilizzate. È una modernità senza Uomo la nostra? L’interrogativo non è casuale nell’atterrare sull’ultimo spettacolo di cui diciamo, In nome del padre (già raccontato da PAC) di e con Mario Perrotta, che costruisce il suo lavoro partendo proprio da una profonda indagine sulla psicanalisi della figura genitoriale maschile oggi. Della sua assenza archetipica, essenzialmente.
Quelle di oggi sono figure paterne dal contorno sfumato, che nascono probabilmente anche dal conflitto fra schemi e modelli nati in sistemi economico sociali e produttivi completamente diversi da quelli della effimera società dei servizi e digitale di oggi.
Dal padre “Narciso” al padre azienda, dal padre “figlio” al padre conquistatore, al finto democratico, la parata attoriale e simbolica che Perrotta ci mette sotto gli occhi ci racconta di essenze fumose, incapaci di crearsi un ruolo, e che quindi si rifugiano in un personaggio. Perrotta si è avvalso, nella strutturazione del pensiero e nell’individuazione delle figure, della consulenza scientifica e in un certo qual modo drammaturgica, di Massimo Recalcati, pensatore assai attivo negli ultimi anni nella divulgazione mass mediale sui temi dell’essere oggi.

Perrotta compone un intreccio narrativo nuovo rispetto alle strutture di scrittura fino a ora proposte, rivelando un coraggio non comune nel tentativo di esplorare i potenziali espressivi del suo essere uomo di scena. Passando dai primi lavori che nascevano ispirati da combinazioni più vicine alla narrazione, pur mantenendo nei suoi spettacoli la capacità tutta meridionale del “cuntare”, Perrotta ha comunque esplorato senza pentimenti la riscrittura del classico, il teatro fisico, l’interpretazione mimetica e quella invece post drammatica. Forse sono opere non sempre o non tutte perfette, ma comunque sudate, costruite artigianalmente con fatica da uno fra i pochi “solisti” del teatro italiano a non essersi fermato su un modulo “comodo”, a essersi comunque cercato e pensato sempre in una dimensione dinamica. È un dato di fatto che nessuno di Perrotta potrà mai dire di aver visto spettacoli fotocopia.

In nome del padre intreccia tre figure paterne distantissime e opposte: l’intellettualoide sicuro di sé e incapace di ascoltare, logorroico, un po’ Furio di Verdone, che cerca di entrare in sintonia con un figlio che, come estremo atto di ribellione al saputello senescente, si chiude in camera sua. Il secondo, un padre di pochi mezzi culturali invece, che vive le sue insicurezze nel rapporto con un figlio ormai grandicello, ma nato troppo in fretta dopo l’inizio di una relazione di gioventù: bei tempi, lui suonava la chitarra da dio, lei se ne innamorò sentendolo suonare. Ma l’artista e l’uomo giù dal palco sono figure che sovente non combaciano, e questo grande uomo con la chitarra diventa un debole e incapace in tutte le altre cose della vita, prima fra tutte quella di esser padre. Caratteristica, quest’ultima, che condivide con il terzo tipo umano tratteggiato dalla penna di Perrotta aiutata da Recalcati: il padre latin lover, quello che gigioneggia pure con la figlia, senza senso del limite. La penna drammaturgica su questo tipo umano mantiene volutamente l’equivoco sulla reale portata di questa figura, ma il tema profondo e comunque straniante per gli spettatori nasce dal riflesso sul palcoscenico di un’umanità in crisi di ruolo.

Non è più tempo per i padri. Non ci sono, più nel molle occidente senza regole, i padri della patria, i padri fondatori, e nemmeno i padri padroni. Le brutte copie dei dittatorelli girano in felpa e jeans, impossibilitati dalla debole forza di volontà, a regalarsi un fisico scultoreo e neoclassico. Figuriamoci quelli che li sostengono, poi: siamo in epoche in cui seguiamo fideisticamente delle brutte copie.
E così pure in casa, a questi padri incapaci, corrispondono figli certamente non in grado di elaborare forme di conflitto strutturate: nessuna Antigone in queste famiglie insomma.
Sono invece, per necessario contrappasso, figure che più facilmente si abbandonano al silenzio, alla depressione, al cellulare, svaccate sul divano. Per non parlare delle risposte sempre più frequenti che arrivano per il tramite del rapporto malato con il cibo.

Tornando allo spettacolo, la scena è vuota, eccezion fatta per tre installazioni scultoree in metallo che ritornano proprio su questi archetipi scarnificati di figure paterne che non sono più: il discobolo titanico, il pensatore dannato, il narciso vero. Ne vediamo tre invece incarnate dall’attore, irridenti e farsesche ripresentazioni, fragili, che Perrotta continua a intrecciare in un recitato potente e fisico, giocato sul cambio dei dialetti e sul mantenimento progressivo delle temperature emotive. Se il testo ha qualche momento di flesso e di stanca, in scena comunque è impossibile non seguire il ritmo dell’attore. Che qui, come in quasi tutti i lavori di Perrotta, viene prima e davanti a tutto.

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In nome del padre, tra sfide e preoccupazioni

Per il debutto di “In nome del padre” Mario Perrotta, in scena al Piccolo Teatro di Milano, è accompagnato nella drammaturgia dal supporto di uno degli psicoanalisti attualmente più noti in Italia, Massimo Recalcati, autore negli ultimi anni di saggi divulgativi di grande successo sulle figure familiari (“Cosa resta del padre?”, “Il complesso di Telemaco”, “Le mani della madre”, “Il segreto del figlio”).
Dopo aver vestito nel corso della sua carriera anche i panni di Telemaco in “Odissea” (in scena dall’11 al 13 gennaio al Teatro Biondo di Palermo), Perrotta entra ora in quelli del padre per il primo capitolo di una nuova trilogia dedicata appunto alla famiglia. E lo fa con una sorta di urgenza personale: «Padre è una parola che riempie il mio quotidiano di nuove sfide e preoccupazioni – scrive nelle note di regia – Ho bisogno di ragionarci attraverso gli strumenti che riconosco miei per inchiodare al muro i padri sbagliati che vorrei evitare di essere».

In questo nuovo percorso Perrotta si immerge dunque a capofitto, per delineare non un unico padre, bensì tre, che vivono nel medesimo caseggiato, assai differenti tra loro per estrazione sociale, provenienza geografica, condizione lavorativa. Tutti e tre alle prese con altrettanti figli forse un po’ problematici.

Virgilio è figlio di un giornalista siciliano. Chiuso nella sua stanza come un perfetto hikikomori, non risponde alle domande insistenti del padre. Un padre che non conosce le ragioni del suo silenzio, e insieme alla moglie cerca di scrutarne le cause. Le indaga, ipotizza, senza avere risposte certe.

Alessandro è figlio di un capofficina veneto; anche lui non comunica con il padre, un genitore che ha sacrificato la propria passione per la musica per riuscire a farlo studiare, mentre ancora si esprime in un dialetto a tratti stentato. Per questo il figlio si vergogna di lui?

C’è poi Giada, sempre con le cuffie addosso, che ha paura di quel padre un poco sgarrupato che per attirarla un po’ a sé usa persino i tarocchi. E che, sebbene ricco e adulto, è in fondo ancora un bambino, o meglio un ragazzo, con in mente solo il sesso: ecco perché teme le attenzioni verso le sue amiche.

Sono tre casi simbolici che, più di parlare di cosa possa voler dire essere adolescenti, ci riconsegnano le sfide di altrettanti padri nel cercare di capire i rispettivi figli, e viceversa. Figli che in scena sono solo evocati, eppure ne sentiamo bene la presenza. Non ci sono ragioni particolari che li rendono così difficili, bisogna forse solo dar loro il tempo di maturare, perché in testa hanno la confusione tipica dell’età, ancora incapaci di aderire in modo congruo al mondo in cui stanno entrando. Così spiega Alessandro al padre la sua condizione di alterità. E sarà attraverso la musica, con cui ha già conquistato anche la moglie, che il padre di Alessandro riconquisterà il figlio: con gli accordi di una chitarra, abbandonata sulla scena.
Nel medesimo modo, il padre di Virgilio donerà un abbraccio pietoso al figlio quando finalmente uscirà dalla stanza. Non userà più vocaboli difficili come ha sempre fatto, ma parole semplici.
Anche Giada riemergerà infine dal suo torpore, togliendo le cuffie dalle orecchie e andando semplicemente a scuola mano nella mano con Virgilio.
Così, d’incanto, i tre padri smussano le loro differenze per diventare uno solo di fronte a un figlio che non conosce ancora le proprie dimensioni interiori, né immagina dove si estenderanno i propri rami, ma che – perché così sempre è successo – diventeranno forti e fruttificheranno. Basterà solo aspettare!

Il tema scelto non è certo nuovo, indagato da film, libri e spettacoli, in teatro rivolti soprattutto alle nuove generazioni.
In questa creazione prodotta dallo Stabile di Bolzano ci troviamo a tratti di fronte a qualche eccessiva esemplificazione, ma Perrotta riesce ad infondere ai suoi personaggi una verità, restituendoceli con umiltà e passione. Ne accompagna i modi, i linguaggi, tanto diversi tra loro, così come i pianti e le speranze, tanto simili gli uni con gli altri.
L’attore agisce in una scena nuda cambiando una semplice giacca; accanto tre manichini, di cui intravvediamo solo i contorni realizzati con il filo di ferro dallo stesso Perrotta, così simili ai padri ma forse anche ad Alessandro, Virgilio e Giada.

Gli Stati Generali

Società senza padri, il j’accuse di Mario Perrotta

Adesso è Odisseo a cercare Telemaco, il figlio dimenticato o abbandonato a Itaca. Riannodare i fili di una perduta paternità è impresa ardua, quanto espugnare Troia. Figurarsi poi in giorni fragili come questi, dove le lunghe crisi economiche si sono sommate a quelle esistenziali: il futuro è una landa sconosciuta e il prossimo è sempre più il tuo nemico. Così i padri evaporano dice, riprendendo Lacan, lo psicanalista Massimo Recalcati complice dell’ultimo progetto di Mario Perrotta, autore e attore di “In nome del padre”, prodotto dallo Stabile di Bolzano, primo passo di una trilogia (dopo i padri, ci saranno le madri, qui completamente assenti, e infine i figli) che intende sondare il pianeta delle ultime aggregazioni familiari. In realtà è proprio la stessa società, in trasformazione continua, a far perdere il senso dell’orientamento. Così si resta costantemente in bilico. Anche in questo spettacolo. Sulla soglia di una possibile catastrofe. Il dramma, evocato sotto traccia, attraversa nervosamente il testo, punteggiandolo di ambiguità. Sono le mezze parole partorite da concetti ossessivamente ripetuti a voce alta, allo scopo di sedare coscienze scosse dall’incomprensibile: c’è una disperata urgenza di dare un nome al non intelligibile rispolverando codici che una volta guidavano, come semafori, le esistenze.

Freud sosteneva che il ruolo del padre cambiasse secondo il sesso del figlio. Se è femmina diventa desiderato e amato, se è maschio, soprattutto nel passaggio adolescenziale, può assumere le vesti antagoniste del nemico in un continuo braccio di ferro. E ora? Non sembrano esserci più molti punti di riferimento, come suggerisce “In nome del Padre”. Moli d’attracco dove riparare quando il mare è in tempesta. Semidei o figure talismano con cui attraversare un lungo deserto, come le installazioni realizzate con il fil di ferro dallo stesso Perrotta, suggestive nello stagliarsi nel buio di un palcoscenico sgombro e povero di oggetti. Sono un lanciatore di discobolo, il Pensatore che richiama quello di Rodin e un Galata morente. Tre icone di una classicità perduta in contrasto simbolico con le altrettante “tranches de vie” indagate dall’attore/autore nella loro quotidianità. Padri e figli dentro lo stesso immobile, un palazzo qualunque delle nostre città d’Italia e d’Europa, esistenze nevrotiche, solo apparentemente al riparo delle mura piccolo borghesi. Dopo aver sondato in “Odissea” il figlio Telemaco, Perrotta, teatrante in cerca che non ama indugiare in percorsi già battuti, per rispondere a questi interrogativi, esplora l’ignoto partendo dal proprio vissuto (è diventato padre di recente). E così, mentre nelle stesse ore a Verona, una eterogenea Vandea vorrebbe rimettere indietro le lancette del tempo a conquiste e diritti, sul nobile palcoscenico genovese del Duse, l’artista salentino fa le pulci alla famiglia indossando e togliendo gli abiti di tre genitori che hanno perduto la bussola del rapporto con i propri figli. In un allestimento dal respiro cinematografico, con piani sequenza, flash e raffinate dissolvenze recitative, Perrotta scolpisce il volto e il carattere degli adulti, colti anche nelle loro originarie carenze dialettali _tutti e tre pure in crisi coniugale_, un intellettuale siciliano giornalista, un operaio milanese, un commerciante partenopeo.

I loro eredi, Virgilio, Alessandro e Giada, tutti rinchiusi in un ostinato muro di non comunicabilità. “Ikikomori” sentenzia il padre giornalista. Cioè quella particolare sindrome che in Giappone negli ultimi anni pare abbia colpito più di mezzo milione di adolescenti sul punto di lasciare le superiori, alla vigilia dell’ingresso all’università o nel mondo del lavoro. I ragazzi stanno nel chiuso delle loro stanze senza uscire per diverso tempo. Non vera depressione ma disturbo d’ansia provocato soprattutto dalle pressioni ricevute da una società tipicamente competitiva come è quella neocapitalistica. Società rappresentata da professori e famiglia. Un auto isolamento, o meglio un ritiro, anche di diversi mesi, da cui si può uscire, secondo i psicologi, con l’aiuto di entrambi i genitori. E’ “ikikomori” comunque, sentenzia il papà di Alessandro che, preoccupato dal mutismo del figlio, cerca di individuarne, anche con scivolate comiche, le cause più disparate, compresa quella di una taciuta omosessualità: ostentando serena comprensione per questa eventualità condivisibile con spiriti eletti come Catullo e Leonardo. Decisamente borderline l’atteggiamento del papà partenopeo malato di giovanilismo: sta addosso a Giada in modo morboso frequentando persino la discoteca dove vanno figlia e amiche. Calza perfetta la riflessione di Recalcati: “I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo”. Con la conseguenza che “la differenza simbolica tra le generazioni collassa”.

Il più poetico è il papà operaio con un passato di musicista rock pieno di sensi di colpa, perduto e a disagio culturalmente e psicologicamente davanti al figlio. Tra un cambio di casacca e l’altro Perrotta alterna senza soluzione di continuità i tre personaggi, sciorinando con mimica e gesti una recitazione fatta di sfumature, lineare nel dare corposità d’attore a tre assenze di genitori costretti allo show down. E anche se una vera resa dei conti finale non verrà, se non parzialmente, possibili sono futuri e ignoti sviluppi. Il dramma è aperto, e come in una pièce contemporanea inglese continua a serpeggiare sottotraccia: forse è l’effetto del condominio, delle porte che si aprono e si chiudono sullo stesso pianerottolo celando comuni storie di incomunicabilità. “In nome del padre” non spinge mai sino in fondo l’acceleratore: si ferma un attimo prima, fotografando e mettendo in allarme per situazioni ad alto rischio, come quella della casa di Giada, dove si assiste al fermentare acido della violenza. Per il resto le tensioni si stemperano riportando nell’alveo dei rapporti d’amore, la complessa partita della vita. Così, all’improvviso, la porta della stanza di Virgilio si aprirà. E il padre giornalista resterà con un palmo di naso, osservando con stupore dalla finestra il suo rampollo che sulla via di scuola cammina mano nella mano di Giada. E, Alessandro, dopo aver registrato durante la lunga notte le confessioni del papà, chiederà di poterlo ascoltare ancora, magari in un nuovo assolo blues con la sua mitica chitarra Epiphone Les Paul, promettendogli dal canto suo di insegnargli a chiudere le videate di “Youporn” che il genitore sbadatamente o perchè incapace dimentica aperte nel computer del figlio. Tutto insomma sembra tornare a posto. E niente in ordine. Perrotta ha fatto un coraggioso lavoro di scavo mettendo a nudo contraddizioni e verità di un presente coincidente con esistenze sempre più aride, povere di idee e valori. Proprio laddove tutto prende inizio. Si replica oggi al teatro Corsini di Barberino (Firenze) e domani al teatro Sociale di Gualtieri (Reggio Emilia).

Recensito.net

“In nome del padre”: Mario Perrotta ci dona le testimonianze dei padri moderni

Siamo tutti Telemaco, sostiene lo psicanalista Massimo Recalcati. Siamo tutti figli in attesa di un padre assente. Siamo tutti figli di un tempo che rappresenta l’era del tramonto dei padri: “La loro rappresentazione patriarcale che li voleva come bussole infallibili nel guidare la vita dei figli o come bastoni pesanti per raddrizzarne la spina dorsale si è esaurito irreversibilmente. Il nostro tempo è il tempo dell’evaporazione del padre e di tutti i suoi simboli”.
È da qui che parte la profonda indagine di Mario Perrotta sulla figura paterna, dalla perdita dell’orientamento che sta caratterizzando alcune generazioni di genitori e di figli e da un contatto fertile, quello con il celebre analista (avviato dopo il suo spettacolo “Odissea”, dedicato appunto al figlio di Ulisse), che gli ha consentito di dare motore alla sua nuova opera dalla triplice testa: “In nome del padre, della madre, dei figli” è, infatti, il nuovo progetto triennale del drammaturgo e attore leccese focalizzato sulle figure parentali.
 Dopo le ultime trilogie “Bassa Continua” e “Verso Terra”, Perrotta torna ad allargare i propri confini drammaturgici (con la consulenza di Recalcati appunto) con una scrittura in tre tempi, tre atti, tre momenti ben distinti, sia come testo che come resa scenica, ma complementari. La prima parte di questo trittico sul lessico familiare, “In nome del padre” (prod. Teatro Stabile di Bolzano) inizia da una scelta personale (la paternità di Perrotta) e cresce, si struttura con la necessità di sondare, sviscerare il ruolo del padre nel nuovo millennio. Un compito difficile, che Perrotta affida a tre figure ben distinte e diverse tra loro ma accomunate da un medesimo fil rouge: l’incomunicabilità con i figli.

Un giornalista e letterato siciliano, un operaio metalmeccanico veneto, un commerciante napoletano compongono il quadro, l’ideale condominio babelico che il regista disegna perfettamente, a cui, in scena, fanno eco e specchio tre statue di ferro lunghe e slanciate (opera di Perrotta stesso), un Pensatore, un Galata morente e un Discobolo; alter ego simbolici e immobili della stessa immobilità spirituale ed emotiva di questi personaggi. La parola, una parola, tra padri e figli è ciò che sembra mancare nelle tre situazioni, ma è ciò da cui parte Perrotta per dare equilibrio, continuità e ritmo serrato alla narrazione, passando dall’uno all’altro cambiando giacca (e in qualche modo status) e soprattutto con cambiando registro linguistico; Perrotta è un funambolo della lingua, abile e veloce nell’uso dei tre dialetti che plasma e fa propri senza soste, senza scatti ma in un gioco fluido ed efficace che contribuisce a caratterizzare fortemente questi antieroi.
Parliamo appunto di antieroi, di padri che vivono nell’attualità, un tempo che tutto brucia e consuma, padri identificabili, riconoscibili (in questo il contributo di Recalcati è incisivo), attaccabili e dei loro fallimenti quotidiani con i rispettivi figli, sempre più lontani e isolati: il giornalista chiuso nella propria roccaforte di intellighenzia e consapevolezza sotterra il figlio in una reclusione spontanea e voluta tra aspettative altissime e una verbosità asfissiante; l’operaio fugge dai propri sogni e anche dallo sguardo di un figlio da cui si sente costantemente giudicato, rispetto al quale si sente inferiore per la scarsa educazione e la propria incapacità di parlare un italiano corretto; il commerciante napoletano tra slang da Millennials e visioni della cartomante ci parla di un rapporto morboso con la figlia, un rapporto quasi al limite dell’incesto che disturba e inquieta.
Perrotta è solo sul palco, solo ma vibrante di una moltitudine quasi pessoana fatta di gesti, di una fisicità calibrata e giusta (ogni personaggio ha il proprio alfabeto di segni e azioni), di voci sempre diverse, di una forza empatica che ci assorbe velocemente all’interno dell’universo di questi padri stanchi, smarriti nella ricerca del senso del proprio ruolo e che navigano faticosamente, come Ulisse, per tornare verso la propria metaforica Itaca: la comprensione dei figli. Ed è nello stesso universo in cui “tramontano” i padri che anche le madri non brillano di luce propria uscendone qui sconfitte, negative, traditrici, assenti, antagoniste (aspettiamo il secondo capitolo dell’analisi di Perrotta per riscattare la figura materna).
“In nome del padre” è uno spettacolo certamente dedicato ai padri ma che non si esaurisce nell’indagine sulla modernità che chiede loro “non potere e disciplina ma testimonianza”, perché mette a nudo tutti i figli in attesa, mette a nudo ciascuno di noi – obbligatoriamente figli, genitori per scelta – inchiodati a un confronto inevitabile con i protagonisti della narrazione ma soprattutto con i nostri riflessi autobiografici, con le mancanze dimenticate, con le assenze subite, con la nostra personale ricerca delle testimonianze che hanno lasciato i nostri padri.
“(…) Il compito della testimonianza paterna è, infatti, quello di rendere possibile un senso del mondo. Ma è anche quello di trasmettere il desiderio da una generazione all’altra, di trasmettere il senso dell’avvenire; non tutto è già stato, non tutto è già stato visto, non tutto è già stato conosciuto. Ereditare non è solo ricevere un senso del mondo, ma è anche la possibilità di aprire nuovi sensi del mondo, nuovi mondi di senso.” (Massimo Recalcati)

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Mario Perrotta: In nome del Padre

Il rapporto tra Massimo Recalcati e Mario Perrotta comincia dopo lo spettacolo di quest’ultimo “Odissea”, di qualche stagione fa, tutto incentrato sull’assenza di Ulisse e sulla figura-perno di Telemaco, mancante, monco, a dover digerire questo vuoto paterno che gli rimbomba sordo dentro. Recalcati, psicoanalista, recentemente spesso in tv con le sue illuminanti lezioni-spettacolo, citò lo spettacolo di Perrotta in un suo volume e da lì ne è scaturita stima prima e collaborazione poi. Padre-Madre e Figli sono tre cicli di trasmissioni che l’accademico sta portando sul piccolo schermo (“Lessico Amoroso”) così come diventeranno tre piece, una nuova trilogia per l’attore esploso con “Italiani Cincali” e “La Turnata”, che da qui ha iniziato il suo viaggio all’interno della Famiglia. C’è dell’autobiografico: Perrotta e la moglie, l’attrice Paola Roscioli, hanno da qualche anno adottato un bambino. Era un’esigenza dell’attore scandagliare la figura paterna, esplorarla, approfondirla, analizzarla, mettere le mani in pasta.
E lo ha fatto con questo catartico “In nome del Padre” (prod. Teatro di Bolzano) attraverso tre figure topos (Recalcati gliene aveva offerte sei tra realtà e modelli comportamentali studiati) incastrate in un ipotetico e metaforico condominio che tocca tutta l’Italia: c’è il padre siciliano giornalista e dotto, c’è quello veneto amante della chitarra poco scolarizzato, c’è quello napoletano giovanilista con il linguaggio infarcito di inglesismi e slang forever young ed evergreen. In nome del Padre sa di preghiera, In nome del Padre ricorda la pellicola con Daniel Day Lewis. Tutti siamo figli, non tutti gli uomini diventano padri. Perrotta utilizza il difficile e complesso meccanismo già utilizzato in Milite Ignoto mischiando le voci, con dialetti riconoscibili diversi, come fosse un canto in versi, ad intercalare i tre padri come fossero un’unica voce suddivisa in tanti differenti strati, sfaccettature, sottotracce. In scena con lui anche tre sculture, che ha ideato e realizzato lo stesso attore e regista leccese (anche bravo artigiano), statue in ferro dal corpo esile, assottigliato, sfibrate, disossate, padri ai quali non è rimasta che la loro essenza scheletrica, con la testa cava fatta di ragnatele e svuotata, leggera, reminiscenze classicistiche di quello che erano: ecco una sorta di Discobolo, una specie di Pensatore, un quasi Galata morente, felici intuizioni.

In questo In nome del padre sono raccolti tre modi nei quali non essere un buon padre, tre moniti, tre motivi d’attenzione. Ma è soprattutto uno spettacolo che parla inevitabilmente di figli e del rapporto conflittuale padre-prole che questi tre genitori-maschi, ci fanno tenerezza, affrontano e cercano di risolvere con tre metodologie diverse.
Il professore siciliano affossa e affonda il figlio di parole con la sua cultura esondante, lo assilla di verbosità maniacale ossessiva logorroica senza ascoltare le istanze del ragazzo che si è chiuso in camera come gli hikikomori giapponesi (100.000 anche in Italia), cercando pedissequamente di razionalizzare, spiegare con molte citazioni e poco cuore. L’operaio veneto invece sente, avverte ma soprattutto accusa e subisce la differenza culturale tra lui, che non ha potuto studiare, e il figlio bravo a scuola, tra il suo dialetto così marcato e volgare e l’italiano pulito del ragazzo, tra le sue sgrammaticature e la coniugazione perfetta dei verbi dello studente. Il terzo è un viveur napoletano che vuole proteggere talmente la figlia adolescente da diventare suo partner accompagnandola a ballare, flirtando con le amiche, bevendo aperitivi tanto per stare vicino, e controllare, la ragazza con quel fare sornione da amico ma che amico non può essere sfociando in un rapporto inquietante borderline, al limite, sulla soglia dell’incestuoso.
Se i padri fanno tenerezza e suscitano compassione con le loro mancanze ma anche con i loro continui tentativi di avvicinarsi, con i propri mezzi sfiancati e inefficaci certo, ai propri ragazzi, sono le madri che escono veramente male da questo affresco: assenti o silenti, traditrici e invadenti o ancora competitive con l’altro genitore tanto da frapporsi tra l’uomo e il figlio. Questi figli, schiacciati comunque dai padri, devono, per riappropriarsene, “uccidere il padre”, smontarne le verità e le sovrastrutture imposte, metterne in crisi l’autorità. Ma il nostro non è un Paese per giovani, anzi è una Nazione con molti figli unici messi e tenuti su piedistalli di cristallo o sotto campane di vetro il che ha fatto perdere di senso la rigidità e le regole paterne, sfumate e sbiaditesi, e ha fatto del figlio un catalizzatore di richieste senza rifiuti né negazioni a formarne il carattere. Perrotta, dopo aver tratteggiato magnificamente il pittore Ligabue nel suo “Bassa continua”, ha azzeccato una nuova trilogia, interessante, partecipata, contemporanea, viva, con un monologo pulsante, ricco, pieno, energico. Se nel Padre è solo in scena, nella Madre saranno due le voci a dialogare mentre nel Figlio sarà presente una moltitudine di giovani attori.
Con piccoli tocchi e gesti minuti, un giubbetto, una camicia, riesce a cambiare pelle, a diventare un’altra versione di padre frustrato, rassegnato, sconfitto, disperato, impotente e senza più armi, senza alcun santo al quale votarsi, senza nessun gancio da afferrare per non cadere. Li scusiamo questi padri, solidarizziamo con loro e con il dolore lancinante che provano di fronte all’incomunicabilità, davanti ai dinieghi, alle porte chiuse in faccia. Non hanno soluzioni, solo tentativi falliti. I figli (e con questo spettacolo anche Perrotta) ti mettono di fronte a te stesso, ti fanno fare i conti con il te più intimo, ti fanno scoprire, ti rendono vulnerabile, fragile, scoperto, senza pelle, i figli ti mettono con le spalle al muro e non puoi più fuggire né fingere. Si è padri non con le parole ma con l’esempio.

Milano Teatri

In nome del padre

Debutta al piccolo teatro di Milano la nuova creazione di Mario Perrotta. Il primo capitolo di una trilogia dedicata alla famiglia contemporanea e soprattutto alla nuova generazione che da questa sta crescendo: i Millennials. In nome del padre, produzione del Teatro Stabile di Bolzano, nasce da una collaborazione con lo psicanalista Massimo Recalcati e indaga, neanche a dirlo, la figura dei padri in questa contemporaneità liquida e apparentemente priva di riferimenti educativi solidi per le nuove generazioni. Che cerca di evitare un ritorno nostalgico alle forme autoritarie patriarcali.

Il contesto. In un palazzo apparentemente non troppo grande vivono, a piani differenti, tre padri diversissimi tra loro per indole, estrazione sociale, bagaglio culturale e provenienza geografica. Si conoscono come si conoscono tra di loro dei condomini. Uniti dalle voci di pianerottolo e dai suoni che sentono filtrare attraverso le pareti che separano le loro sfere private e familiari. Un giornalista, un operaio e un imprenditore, tutti con una situazione matrimoniale complicata e tutti con figli adolescenti con problematiche di comunicazione e di auto isolamento. Hikikomori, pronuncia costantemente il dotto dei tre, nel tentativo di identificare il problema con l’analisi dei dati a disposizione. Ma è davvero questo fenomeno la fonte de loro problema? Non è possibile che siano loro stessi, alle prese con la volontà di formare dei ragazzi a loro immagine e somiglianza ad aver causato un corto circuito tra generazioni?

Tenendo fede al suo stile di scrittura così musicale, anche questa volta l’attore e regista pugliese da vita ad un lavoro che assomiglia ad uno spartito. Tre dialoghi con interlocutori mancanti, diventano la miscela giusta per raccontare la paura di fallire nel proprio ruolo. Lo strumento per generare proprio quella forte idea di isolamento, nasce nel silenzio di risposte che non arrivano mai, in senso fisico, all’orecchio dello spettatore. I tre personaggi, insomma, dialogano con il buio.

Perrotta, da attore solo su un palco scenografato solo da pochissimi elementi, cambia ciclicamente abito, dialetto e inflessione senza mai trascurare di tenere alto il dramma portante dei suoi personaggi. Lavora in un crescendo di ritmo che li porterà quasi a fondersi tra di loro. Senza mai cadere nell’esercizio di stile. Lavora sul filo sottilissimo che corre a separare il drammatico dal grottesco. Racconta tre personaggi che appaiono ridicoli nella loro disperata ricerca di un legame con chi li lascia fuori dalla propria vita. Emanano tenerezza quando sono consapevoli di essere loro stessi il problema, quando non si vedono all’altezza di un dialogo con i figli. Appaiono patetici nello loro disperata ricerca di un riconoscimento anche autoritativo, che non c’è più o che forse non c’è mai stato. Che in alcuni casi manca anche nelle madri e nelle mogli che alimentano il fuoco del distacco con atteggiamenti che proseguono sulla strada della disgregazione. Nel caso di uno dei tre personaggi questa disperazione si traduce addirittura nella ricerca di un legame adolescenziale con la figlia, nel tentativo di far crollare la barriera generazionale che da lei lo divide.
Uscite in discoteca, aperitivi e inglesismi da social network, playlist di spotify.

Pongono domande che non trovano risposta attraverso una porta chiusa da settimane, attendono il momento giusto per infilarsi tra i figli e le barriere che li separano. Insistono fino al silenzio totale, quello indotto dalla stanchezza data dal mestiere più difficile del mondo e dalla mancanza di un manuale di istruzioni che aiuti a sopperire alle difficoltà.

Nel silenzio, forse, quelle porte si potrebbero aprire. Ma rimane saldo il fatto che si esce dalla sala con qualche domanda in più. Da vedere per chi ama il lavoro di Perrotta e per chi è interessato a conoscere un focus nuovo sulla discussa figura dell’Hikikomori giapponese.

Teatrionline

“In nome del padre”: una crisi dell’oggi?

Un’impresa non da poco trattare uno dei temi cardine della società, quello della famiglia – cellula fondamentale della vita sociale – nel cui ambito nasce, cresce e si forma quell’insieme di individui i quali rappresentano il domani che si ipotizza, si vuole e si spera essere sempre diverso e migliore del passato e del presente. Guarda caso, però, che le generazioni di ieri, in primis i genitori e poi i nonni e via a ritroso sentenziano il contrario, cioè che è il passato a essere più valido, vivibile e morale rispetto all’oggi.

Un vero rebus! In quest’ardua impresa si cimenta Mario Perrotta, leccese classe 1970, attore, regista e drammaturgo conosciuto, affermato e premiato nonché padre e quindi coinvolto in prima persona nell’importante, difficile e delicato compito genitoriale per il quale non esistono scuole o ricette o pagine di internet certe che rivelino del tutto un arcano insoluto da secoli… eppure si è provato di tutto e tutti hanno detto la loro.

Perrotta da lustri ha messo in atto con successo un teatro da solista in cui oltre a essere attore e regista è anche autore dei testi, spesso supportato da consulenti ed esperti nelle tematiche trattate.

In questo caso, si cimenta sull’argomento ‘famiglia con prole’ in cui è parte in causa e che affronta con estrema serietà e impegno analizzandone apprensioni, sfide e paure tanto da avere approntato un nuovo e intrigante progetto: i millenial (termine che dovrebbe indicare al di là di micro divergenze chi è nato nell’ultimo ventennio del secolo scorso e che comunque va preso con le pinze perché ciascuno di noi è figlio di ciò che percepisce e fa proprio delle varie epoche che attraversa). Si tratta di una trilogia volta ad analizzare prima la figura del padre, poi quella della madre e successivamente quella del figlio, quindi relativa alla famiglia contemporanea in una società in cui non sempre le famiglie hanno trasmesso valori o perché mancavano nel passato o per timore di apparire troppo autoritari e non moderni. Viene da pensare “Beata la sua prole” o almeno “Se i padri si mettessero in gioco invece di continuare a considerare primario il lavoro…” che peraltro bisogna riconoscere essenziale alla sussistenza, soprattutto nella crisi attuale e non solo.

Si fa notare come la funzione paterna si sia modificata ed evoluta al punto da maturare anche a livello sociale come dimostra tra l’altro la normativa sul Congedo di paternità obbligatorio e facoltativo (in Italia attivo dal 2012, con variazioni successive, da fruirsi entro e non oltre il quinto mese di vita del figlio anche nel caso di adozioni e affidi) che si va ad aggiungere a quello di maternità a sostegno della genitorialità quindi di primo acchito parrebbe quantomeno strano che non sia migliorato il rapporto tra genitori e figli da sempre difficile non foss’altro e soprattutto per la differenza di età.

D’altra parte, rispetto al passato la forbice generazionale si è alquanto ristretta per cui due fratelli con non molti anni di differenza spesso sembrano appartenere a generazioni diverse.

Al Piccolo Teatro di Milano, Mario Perrotta debutta in prima nazionale con il primo capitolo (dei tre previsti) in cui tratteggia con ironia a volte sarcastica un eloquente quadro sui ‘brandelli’ dell’antico “padre padrone” che indipendentemente dal ceto annaspa spesso in modo ridicolo di fronte al figlio il quale crescendo da bambino diviene adolescente, età di grandi travagli con luci radiose e ombre cupe come ciascun adulto, se ‘rovista’ nei propri ricordi, può rammentare, se non rivivere.

Consulente alla drammaturgia Massimo Recalcati, milanese classe 1959, laureato in filosofia, specializzato in filosofia sociale, docente universitario, saggista e autore quale psicanalista esperto anche in relazioni familiari di numerose iniziative e progetti nell’ambito del sociale.

L’incipit della trilogia è dedicato al padre di cui il nostro proteiforme, duttile e versatile attore interpreta contemporaneamente tre ‘esemplari’ odierni alle prese con altrettanti fallimenti della loro missione. Perrotta come gli è abituale anche in questo caso scandisce il suo spettacolo con il numero tre – magico ab antiquo e considerato perfetto in numerose civiltà, traslato nella tradizione cristiana con la Trinità, è tra l’altro perno con i suoi multipli della nostra Divina Commedia (testo cardine della spiritualità e della cultura medievale scritto da un emigrato dell’epoca quale Dante, esule-profugo per motivi politico-religiosi: nihil novi sub sole) – che in questo caso accomuna tre fallimenti esistenziali legati all’impoverimento culturale dell’odierna società.

I tre eroi dello spettacolo diversi per ambiente, formazione e professione vivono nel medesimo palazzo e, malgrado le profonde differenze (anche relative alla regione d’origine) che li connotano, si ritrovano in situazione analoga privi di autorevolezza e incapaci di infrangere o scalare il muro di silenzio eretto dai pargoli che non li considerano e si isolano ostinatamente nella propria monade: pare che padri, figli e forse anche mogli… conducano ciascuno la propria vita incapaci di collaborare l’uno con l’altro. Anche la strutturazione del progetto perrottiano che vede ogni protagonista raccontarsi per proprio conto nel capitolo a lui riservato rafforza la tesi sull’incapacità odierna di rapportarsi se non per fugaci, incompleti e illusori contatti sui social.

Una pièce che comunque non lascia indifferenti e apre a numerose riflessioni e che è consigliabile vedere da parte di famiglie unite affinché riscoprano il piacere di prendersi per mano invece di correre a sfogarsi presso un amico o un professionista per quanto serio o sui social.

Saltinaria

In nome del padre – Piccolo Teatro Studio Melato

Mario Perrotta dà gesti e parole a tre padri diversi, che abitano tutti e tre nello stesso palazzo. Lo fa su una scena vuota con solo una sedia, mettendosi e togliendosi giacche diverse e usando i colori del dialetto. Le storie si intrecciano in continuazione, si sovrappongono, senza pause.

Il primo è un giornalista, un uomo di cultura, che ama parlare e scrivere usando parole altisonanti; ha gesti composti e misurati e parla con una leggera cadenza del sud. Il secondo, un uomo semplice, un capoofficina abituato a dirigere dieci operai, parla veneto, con un linguaggio concreto e diretto. Il terzo è un commerciante privo di cultura, arricchitosi con negozi di moda. Parla in napoletano, con un linguaggio impoverito, confuso e “accelerato”. Quando si accorge che la figlia non vuole ascoltarlo, preferisce alzare la musica e stordirsi con questa, proprio come fa sua figlia. Tutti e tre hanno figli adolescenti e si accorgono di non arrivare a comunicare con loro. Dovrebbero adempiere alla loro funzione, aiutare i figli in un età delicata come l’adolescenza, ma il cambiamento della società ha reso fragile la loro paternità.

Sgomenti davanti alle loro mogli sempre più libere ed indipendenti, spogliati dei loro ruoli tradizionali, incapaci di comunicare con figli adolescenti, non capiscono di aver loro per primi bisogno di aiuto.
Il giornalista confida ai suoi lettori di non riuscire più a parlare con il figlio, recluso da settimane nella sua stanza. É un Hikikomori, termine coniato in Giappone per designare persone, in genere adolescenti, che decidono di ritirarsi dalla vita sociale e restare chiusi in un isolamento. Usa la cultura come lente deformante per leggere la realtà amara. Nella segregazione autoinflitta del figlio, si convince di vedere una “atarassica rinuncia al piacere di greca memoria, un atteggiamento intelligente” per salvaguardare la sua anima. O un disagio per un’ipotetica omosessualità. La parola diventa allora trappola per l’immaginazione, priva di onestà.
Il padre napoletano invece, prova a vestirsi da giovane, ad andare in discoteca con la figlia e le sue amiche e, quando non capisce qualcosa del mondo degli adolescenti o di sua moglie, scappa a farsi leggere le carte.

L’operaio, con grande umiltà, comincia da se stesso e si lascia aiutare da uno psichiatra. Sarà il primo a trovare una strada verso suo figlio.

Corriere dello Spettacolo

“Tutti i padri che non vorrei essere”: l’angosciosa destrutturazione del ruolo paterno

L’ultimo spettacolo di Mario Perrotta nasce ancora una volta dal suo consapevole intreccio tra vita personale ed espressione artistica. Nella sua interpretazione dell’Odissea, aveva scelto di impersonare non Ulisse ma il figlio Telemaco secondo una angolatura originale: protagonista attivo e critico della propria vita e non soggetto passivo delle scelte paterne. Per gli imperscrutabili incroci della vita, di lì a poco il padre di Perrotta morirà “troppo rapidamente”, senza lasciare il tempo utile a chiarimenti e spiegazioni.

La nuova avventura di fresco padre di un bimbo di cinque anni lo spinge ora in direzione di una trilogia della famiglia millenial. Si inizia con il ruolo del padre, in drammatica, radicale e sofferta trasformazione.

“Padre è una parola che riempie il mio quotidiano di nuove sfide e preoccupazioni” commenta Perrotta nelle note di regia. “Ho bisogno di ragionarci attraverso gli strumenti che riconosco miei per inchiodare al muro i padri sbagliati che vorrei evitare di essere”.

Da questa urgenza personale e artistica nasce dunque il monologo In nome del padre, rappresentato dal 17 al 22 dicembre 2018 allo Studio Melato del Piccolo Teatro di Milano.

La pièce è frutto della determinante consulenza alla drammaturgia e del supporto analitico di Massimo Recalcati, che ha messo a disposizione una importante casistica degli atteggiamenti con cui gli uomini contemporanei affrontano il sempre più difficile ruolo di padre.

Una collaborazione che è scaturita da una intesa di pelle tra le due persone, ma anche dalla grande esperienza di Recalcati relativamente ai temi della relazione. Senza dimenticare, poi, la profonda assonanza tra teatro e psicanalisi, che poggiano entrambe sul potere fondamentale della Parola.

In una scenografia estremamente minimalista, Mario Perrotta da solo impersona con minimi cambiamenti d’abito, tre padri, diversissimi tra loro per cultura, dialetto, condizione lavorativa.

Tre uomini residenti nel medesimo condominio, interpretati da una sola persona, a significare la condivisione, pure in situazioni estremamente diverse, del medesimo angoscioso senso di inadeguatezza che nasce dalla terribile mancanza di cuore.

Un giornalista siciliano, colto e “dialogante”, che inutilmente cerca di riempire il silenzio e la chiusura del figlio Alessandro con prolisse e intellettualistiche argomentazioni che celano sottili tentativi manipolatori. Un benestante napoletano alla ansiosa e vana rincorsa di condivisioni giovanilistiche con la figlia Giada, barricata dietro enormi cuffie musicali. Un operaio veneto, di umile condizione, schiacciato dalla nostalgia di un ruolo definito con precisione, come quello di capo officina nel suo lavoro e intristito per aver abbandonato la propria passione giovanile per la chitarra. Anche questo figlio oppone rifiuti continui, con la scusa dello studio, eretto ad arma nei confronti di un padre non colto.

Il silenzio è quindi di fatto un ulteriore, ingombrante personaggio. Urla quello dei figli, per quasi tutta la pièce. Sta sullo sfondo, apparentemente senza ruolo, quello delle mogli/madri. Evoca la mancanza di risposte semplici ed evidenti quello dello psicanalista cui si rivolge l’operaio.

La scenografia è minimalista ed essenziale: tre semplici figure di legno argentato con teste in filo di ferro che, usando i modelli di mitologiche classiche, evocano tre paterni stati d’animo. Su di esse di volta in volta Perrotta ripone / indossa l’indumento che caratterizza ciascun padre.
Il discobolo è l’ironico ricordo della ruolo del padre possente ed eroico. Il pensatore di Rodin esprime il ripiegamento preoccupato su se stessi. Il guerriero Galata morente in battaglia, infine, racconta la sconfitta della riproposizione del Padre Normativo e Autoritario.
Nel drammatico smarrimento identitario è la persona più semplice (un caso?), l’operaio veneto, che ha l’umiltà di accettare supporto e ridiscutere la propria identità. (Addirittura chiedendo esplicitamente aiuto al figlio, che rivendica giustamente la SUA esigenza di chiedere di essere ascoltato e aiutato). Tramite i suggerimenti di uno specialista imbocca con faticosa incertezza un nuovo sentiero di comunicazione, di intesa con il figlio attraverso la nuova comunanza nella musica.

E’ dunque infine un passo indietro obbligato quello dei padri, che attraverso lo smarrimento ammutolito della propria impotenza, riconoscono nuove parti di se stessi. E, abbandonate le richieste insistenti che generano automaticamente rifiuti oppositivi, lasciano finalmente ai figli la libertà di esprimersi, di vivere.

Per più di un’ora solo in scena, Mario Perrotta dà vita e corpo a tre angosce differenti in modo coinvolgente e partecipato.

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