Mario Perrotta

Della Madre

Debutta a gennaio 2020 il secondo capitolo della trilogia "In nome del padre, della madre, dei figli" con la consulenza alla drammaturgia di Massimo Recalcati

uno spettacolo di Mario Perrotta
consulenza alla drammaturgia Massimo Recalcati

con Mario Perrotta e Paola Roscioli

produzione Teatro Stabile di Bolzano, La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale
costumi Sabrina Beretta
allestimento Emanuele Roma e Giacomo Gibertoni
foto Luigi Burroni
organizzazione Permàr
in collaborazione con DUEL

prima nazionale gennaio 2020

 

Note di drammaturgia

Madre che possiede.
Madre che è madre perché mette al mondo. E questo basta.
Madre che sa – non potrebbe non sapere – cosa è giusto e cosa non lo è per i suoi figli.
Madre che sa.
E se non sa, madre che gruppi di madri su WhatsApp.
Madre che crede di sapere come sarà dopo, una volta fuori, sgusciato dall’utero. Madre che il naturopata mi ha detto che il parto in casa come una volta. Madre che nessuno mi ha detto che saresti stato diverso da come ti avevo immaginato.
Madre che ciao ragazze condivido la foto del parto, secondo voi mi somiglia?
Madre che abbraccia questo sconosciuto, madre che abbraccia forte, che stringe quasi a soffocare, madre che figlio mio resta qui tra le mie braccia, anche senza fiato, resta qui e non parlare. Che ti voglio immaginare come dico io.
Madre che ho letto su internet che si muore, di vaccini si muore. Madre che ragazze ma voi lo usate il latte vaccino?
Madre che resta qui tra le braccia, senza parlare, che ti sto proteggendo dal mondo, figlio, figlia mia.
Perché io so, non posso non sapere.
E tu guardami fare, guarda il tuo faro, impara a fare. Come la mamma, a fare.

 

Dopo aver indagato la figura evanescente dei padri contemporanei, il secondo capitolo della trilogia sposta la lente di ingrandimento sulla figura intoccabile della Madre – almeno per come la viviamo nel nostro paese.
Una figura che – nonostante l’evoluzione del ruolo materno degli ultimi decenni – ha mantenuto costante nel tempo una sorta di sacralità e onniscienza che la rende ingiudicabile, al di sopra del bene e del male. Ed è così compresa nel suo ruolo che rischia di diventare soffocante nei confronti dei figli e escludente nei confronti di quei pochi padri che vorrebbero interpretare a pieno titolo il proprio ruolo.
Al centro di tutto questo, ancora una volta, figlie e figli silenti, non per volontà – come gli adolescenti di In nome del padre – ma per forza di cose: la loro età è tale che la parola non è ancora il mezzo di comunicazione prediletto; sono bambini di pochi anni, mesi forse, fra le braccia delle loro mamme, fotografati agli albori del disastro.